Quando il bel tempo corrisponde alla mia disponibilità, allora amo andare con i miei ricordi per sentieri e strade forestali; osservo, anche, o ascolto, i segnali che la natura comunica con l'evolversi delle stagioni e degli anni. Ma è quando mi accompagno con gli amici o con personaggi della mia terra che il camminare è più assorto e riflessivo. Questi compagni di cammino non sono più fisicamente presenti, il loro corpo è rimasto in luoghi lontani: su montagne, o nella steppa, insepolto; o in cimiteri di paese con una semplice croce, o di città con lapidi e fiori. E' con loro che mi accompagno e ragiono, ricordando. Qualcuno che non crede, o che crede, può guardare con benevola indulgenza a questo mio modo di esistere. Non me ne importa: ho anch'io molti dubbi ma mi piace, a volte, ignorarli.
(...)
Lassù la montagna è silenziosa e deserta. Lungo la mulattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pressi dell'Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che è qui sulla libreria, ora non passa più nessuno. La neve che in questi giorni è caduta abbondante ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande Guerra, le avventure dei cacciatori. E sotto quella neve vivono i miei ricordi.
[da Sentieri sotto la neve, 1998]
*
Grazie di essere stato, vecio, e di essere stato parola.
Poiché ormai la neve della nostra storia di famiglia ha il tuo nome, Sergente.
Il paesaggio che riveli ad ogni respiro è disperso
colline che si disfano sul palmo della mano destra
torrenti che contraddici con la sinistra un cielo perso
nubi di fango salmastro che ruotano come una giostra
nulla di decifrabile di schiarito nella tua voce.
Ma tramandando a te stessa l'esilio così ereditato
un paesaggio e la sua morte sul punto di infrangersi in esso
perché ne accogli il deflusso lo assecondi con le tue mani?
si profilano tutto attorno orli di separazione
l'addio si sparse in rottami in luoghi stremati dal nome.
[Toti Scialoja, da Le costellazioni (esametri 1992-1996)]
Well I woke in mid-afternoon cause that's when it all hurts the most
I dream I never know anyone at the party and I'm always the host
If dreams are like movies, then memories are films about ghosts
You can never escape, you can only move south down the coast.
Well, I am an idiot walking a tightrope of fortune...
(...)
...and though I'll never forget your face,
sometimes i can't remember my name.
Tu che t'ammiénte
de sole e de viente,
de lota e fremiére
e fié tante preghiére
quanne ziéppe a maiése,
tu sule cresce u 'rane
che dall'u pane
a gente d'ogne paiése.
Toste, scuntrose
é ssa vita tìa
fatte de stiénte e fatìa.
Dìcene sèmpe ca tu sié ruzze.
Hìe ce crede.
T'haie viste tante vote
taccarià ciucce e mule
e torce muzze-muzze
a 'recchia de' na pècura
despettòsa;
e t'haie viste cutelià
moglie e figlie
sott'a nu stiglie de paglie.
Dìcene pure ca sié salevagge.
Hìe aresponne: è u vere.
T'haie viste parlà
ca meréia di chiante
e rire e pazzeià
che nu file de sole
ca chiate dell'acque
t'aremannàve dritte dent'all'uocchie;
e t'haie viste chiagne
pe nu pecìne muorte
dent'a rocchia dell'uorte.
Te desprèzzene
e te chiàmene cafone.
Cafone sié!
Ncopp'i spalle toste puòrte
u pise da gènte du munne
e dell'anemale che crisce e che piésce.
Hìe te vuoglie bene.
Tu sié 'ccide puorce e crape
gallìne e quenìglie
pe sazìa tante figlie
e quanne puorte u 'rane
all'ammasse
liess'arrete
-ze sé a ciente miglie addarasse -
a-ddora da crete
arrasciàte
nell'ogne di dite:
che è a-ddora dell'ome e da vite*.
[Giovanni Cerri (Casacalenda, CB, 1900-1970). Da I guàie, 1978]
*Cafone. Tu che ti ammanti/di sole e di vento,/di mota e <<fumiere>>/e fai tante preghiere/quando zappi il maggese,/tu solo allevi il grano/che dà il pane/alla gente d'ogni paese./Dura, scontrosa/è la tua vita/fatta di stenti e fatica./Dicono sempre che sei rozzo./ Io ci credo./T'ho visto tante volte/battere asini e muli/e torcere senza pietà/l'orecchio d'una pecora/dispettosa;/e t'ho visto battere/moglie e figli/ai piedi d'una meta di paglia./Dicono pure che sei selvaggio./Io rispondo: è vero./T'ho visto parlare/con l'ombra delle piante/e ridere e giocare/con un filo di sole/che lo specchio dell'acqua/ti rifrangeva negli occhi;/e t'ho visto piangere/per un pulcino ritrovato morto/nel cespuglio dell'orto./Ti disprezzano/e ti chiamano cafone./Cafone sei!/Sulle spalle dure porti/il peso delle genti del mondo/e degli animali che cresci e che pascoli.../Io ti voglio bene./Tu sai uccidere porci e capre/galline e conigli/per sfamare tanti figli/e quando porti il grano/ all'ammasso/lasci dietro/- si sente a cento miglia lontano -/l'odore della creta/incrostata nelle unghie delle dita:/che è l'odore dell'uomo e della vita.
Well, there's a piece of Maria in every song that I sing
And the price of a memory is the memory of the sorrow it brings
And there is always one last light to turn out and one last bell to ring
And the last one out of the circus has to lock up everything
or the elephants will get out and forget to remember what you said
And the ghosts of the tilt-a-whirl will linger inside of your head
And the ferris wheel junkies will spin them forever instead.
When I see you a blanket of stars covers me in my bed.
Hey... Mrs. ... Potter... don't go
Hey... Mrs. ... Potter... I don't know
but, hey... Mrs. ... Potter... won't you talk to me?
All the blue light reflections that color my mind when I sleep
And the lovesick rejections that accompany the company I keep
All the razor perceptions that cut just a little too deep
Hey I can bleed as well as anyone, but I need someone to help me sleep.
So I throw my hand into the air and it swims in the beams
It's just a brief interruption of the swirling dust sparkle jet stream
Well, I know I don't know you and you're probably not what you seem,
but I'd sure like to find out, so why don't you climb down off that movie screen?
Hey... Mrs. ... Potter... don't turn
Hey... Mrs. ... Potter... I burn for you
Hey... Mrs. ... Potter... won't you talk to me?
- Sì - confermo Ford Prefect - è buio.
- Niente luce - disse Arthur Dent. - Buio, niente luce!
Una delle cose che Ford Prefect aveva sempre trovato difficile comprendere a proposito degli umani era che avevano il vizio di affermare e ripetere cose assolutamente ovvie come risultava evidente da frasi quali "Che bella giornata!" o "Come sei alto!" oppure "Oddio, mi sembra che tu sia caduto in un pozzo profondo nove metri: ti sei fatto male?". In un primo momento Ford si era fatto una sua teoria per spiegare questo strano comportamento. Aveva pensato che le bocche degli esseri umani dovessero continuamente esercitarsi a parlare per evitare di rimanere inceppate. Dopo avere osservato e riflettuto alcuni mesi, Ford aveva abbandonato questa teoria per un'altra. Aveva pensato che se gli esseri umani non si esercitavano in continuazione ad aprire e chiudere la bocca, correvano il rischio di cominciare a far lavorare il cervello. Dopo un po' aveva abbandonato anche questa teoria, considerandola eccessivamente cinica, e aveva deciso che in fondo gli esseri umani gli piacevano molto, anche se non poteva fare a meno di preoccuparsi e disperarsi davanti alla terribile quantità di lacune che le loro conoscenze presentavano.
[Douglas N. Adams, Guida galattica per autostoppisti, 1979]
Cautiously
take cover in the woodland - no mistakes at all.
Some terrain
will catch you at your weakest - careful not to fall.
Stay by the fire, sip from your water, lie in position - the wind is blowing colder.
All these conditions will keep you from dying
as long as you're looking over your shoulder.
Stay aware
of echoes in the moonlight - careful not to call.
Don't engage
in any kind of dreaming - conscious through it all.
If in doubt
find space beside a river - careful not to drown.
Stick it out
there's hope on the horizon - keep from going down.
Co calma la parola
e co lisiera!
comò una seda vera,
pusagia su la tola.
E la m'ha dào 'l velen
che me brusa ogni vena
e la m'ha messo in sen
la fiama che me svena.
E gera ciara la matina,
fresca la musica de l'onde,
che 'riveva a le sponde
basàe de la marina.
[Biagio Marin, da El vento de l'eterno si fa teso, 1973, II - La drusa de le ametiste]
[Come calma la parola / e che leggera! / come una seta vera, / posata sulla tavola. // E mi ha dato il veleno / che mi brucia ogni vena, / e m'ha messo in petto / la fiamma che mi svena. // Era chiara la mattina, / fresca la musica delle onde, / che arrivavano alle sponde / baciate dalla marina. ]
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finchè dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e’ risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra’ piu’ niente, e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’e’ il nord, qual e’ il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.
[Erri de Luca, da Opera sull’acqua e altre poesie, 2002]
[Per orientarsi nella prateria] Non si tratta d'imparare a pensare in maniera piatta - raramente le praterie sono piatte - bensì a pensare in maniera aperta e spoglia, a vedere senza l'aiuto di punti di riferimento, a fissare l'orizzonte per ritirare poi lo sguardo a mezzo campo dove sembra che non esista quasi nulla.
[W. Least Heat-Moon, PrairyErth (a deep map), 1991]
(...) And we won't understand your grief because time is illusion. As this watery world spins around this timeless sun will dry your eyes and calm your mind.
Quel ch'è vero non sparge sabbia nei tuoi occhi, per quel ch'è vero morte e sonno con te si scuseranno, come incarnato, saggio per ogni dolore, quel ch'è vero smuove la pietra dal tuo sepolcro.
Quel ch'è vero, caduto ormai, slavato seme o già foglia, nel letto malsano della lingua, un anno e un anno ancora ed ogni anno - quel ch'è vero non crea tempo, lo salva.
Quel ch'è vero discrimina la terra, pettinando sogno serto e coltura, alza la cresta e colmo di frutti strappati ti folgora, prosciugando ogni cosa.
Quel ch'è vero non spera la scorreria quando per te forse è in gioco tutto. Sei la sua preda, se le tue ferite sgorgano; nulla ti assale, che non ti tradisca.
Giunge la luna, con brocche avvelenate. Bevi il tuo calice. L'amara notte cala. La feccia schiuma su penne di colombe, se un ramo non è portato in salvo.
Schiavo del mondo, sei gravato di catene, ma quel ch'è vero nel muro apre le crepe. Vegli e nel buio vai scrutando intorno, a ignota via d'uscita tu sei volto.
(Ingeborg Bachmann, Was wahr ist, da Die Anrufung des Grossen Bären, 1956)
(...)
It was love like a callas you scarred enough to be Tough and immune, your body adapts you see to all above my head, and all below my feet No, that's one freedom you'll never take from me.
Look another year went by They keep passing by God damn I didn't even die...
... Too old and slow I've grown, I fought time... but lost.
To criticize and judge, how did I end up here? With these standards I'm supposed to love... make me disappear.
Due novembre duemilacinque, sei e mezzo del mattino.
Dopodomani vado via. Mi prendo una mattinata di pausa, per il bene delle mie gambe. Che in certi casi va di pari passo con la sanità mentale, si direbbe.
[I looked to the sky...]
Tra l'altro, il tempo questa mattina è sereno per la prima volta da quando sono arrivata qui quindici giorni fa... se non ne approfitto, temo che me ne pentirò.
[... Saw my body die. Gotta reappear up there...]
Alle otto il mondo è inondato di cielo e di sole, un sole che mi scalda la schiena mentre faccio il pieno al distributore fai-da-te. C'è un certo movimento in giro, oggi. Nei cimiteri, pare, e nella testa di chi al camposanto non ha bisogno di andare perché tanto i suoi morti se li porta dentro, e non si limita a far loro visita una sola volta all'anno.
[... It's where I want to be In the universe city...]
Alle nove e un quarto sono sull'autostrada, in direzione di Trieste. Perché io continui ad andarci, ancora, ancora e ancora, non sono in grado di dirlo con esattezza. Con il tempo ho potuto soltanto capire che ormai non è più questione solo di Voci, ma di Presenze, semmai. Più passa il tempo, e più il nome di questa città si avvicina a diventare - nel mio dizionario interiore - sinonimo di intimità. Con chi? Con cosa? Non lo so. Non somiglia in alcun modo a casa mia, né a nessuno dei luoghi che ho conosciuto nella mia vita. Non depone a suo favore il fatto che, ogni volta che vi metto piede, mi capiti di incontrare almeno un essere umano che parli la mia stessa lingua. Anzi. Non ricordo più chi scrisse che Trieste è la patria di tutti quelli che non si trovano a proprio agio nella loro lingua. Nonostante la stizza nei confronti di una parte di coloro che appartengono alla mia , mi pare sia questo il mio caso.
Ad ogni modo, nel tempo essa stessa è finita con il diventare una Presenza. Sta là. Io so che sta dove sta e, come tutte le Presenze, di tanto in tanto chiama. Almeno, io la sento chiamare. Temo che un giorno o l'altro dovrò fare i conti, con questa cosa delle Voci. Intanto, però, scruto. Studio. E mentre cerco di capire il perché di alcune cose, ecco che immancabilmente me ne vengono incontro delle altre. Così mi perdo. Ci rinuncio, a capire, così d'improvviso mi svuoto e divento allegra.
[...I've found, I've found... my own college. I've found, I've found... a way to resolve this.]
Vado, allora. Per l'ennesima volta. Che altro posso fare?
[I’m not inside you...]
Alle nove e quarantacinque sono all'area di servizio di Duino Sud, poco prima di lasciare l'A4. All'ingresso delle toilettes, seduto ad uno sgangherato banchetto di legno marcio, c'è un vecchietto che si occupa della pulizia delle stesse, che ascolta estasiato la voce della Callas che canta la famosa aria della "Carmen" tenendo la radiolina attaccata all'orecchio destro, ad volume tale che la spettacolare voce arriva, nemmeno fosse filodiffusa, fin dentro le cabine. Ha il volto pieno di grinze (il tizio, non la Callas), sorride, sospira: "Aaah, Maria..." con gli occhi persi da qualche parte nella sua memoria... nemmeno mi vede, quando ripasso per uscire, però mi saluta educatamente lo stesso. Poco dopo sono in città, dove trovo il cielo ammantato dello stesso grigio che fino a ieri era stato il tetto di tutto il Friuli-Venezia Giulia. Il Maestrale che stanotte ha restituito al cielo di Pordenone un po' di blu qui non è ancora arrivato, complice forse la barriera del Carso. C'è afa, e una bava di vento che non convince nemmeno un po'. Abbandono l'auto sotto la torre dell'Acquario, e mi avvio a piedi nell'aria umida verso il Molo Audace.
[... You're all around me.]
Mi dirigo verso il punto dove di solito mi piace stare seduta, lo trovo inondato di acqua salsa e allora ripiego, visto che è libera, su una panchina che mi piace più delle altre. C'è odore di mare e di esseri umani, stamattina. Mare ed esseri umani. Dev'essere per via del vento, debole come qui non l'ho mai trovato prima. Le altre volte c'era solo un asciutto odore di sale, frammisto al massimo nei giorni di Bora a quello del legno vivo dei boschi di montagna. Stamattina, invece, c'è aria di mare ed esseri umani.
C'è un bambino che il suo papà ha fatto sedere sulla grande bitta di bronzo per fargli leggere e spiegargli i nomi dei venti, e quando il bimbo si meraviglia fa un "ah!" che non si distingue dal verso dei gabbiani. C'è un signore, evidentemente anziano ma ancora sorprendentemente crisocrinito, che vedo passare quattro volte: a guardarlo, ci si rende conto che sta facendo da almeno mezz'ora il giro del molo, camminando sul bordo. C'è poi un signore di mezz'età che legge il giornale in piedi, proprio davanti a me. C'è infine una pilotina da lavoro che entra nel mio campo visivo da sinistra, si infila in fretta nel bacino San Giorgio, fa manovra, gira la prua ed esce in fretta dal porto, lanciata a tutta velocità. Il signore con il giornale mi vede seguirla con lo sguardo, abbassa il suo quotidiano e mi fa: - "Lo sa perché va così veloce?". Faccio cenno di no con la testa. - "Perché è una trentina d'anni che, invece di una sola elica o due eliche una accanto all'altra, quelle barche lì montano le eliche controrotanti, cioè, due o tre eliche che girano sulla stessa colonna di flusso a sensi alterni... così, capisce, rendono molto di più, perché avvitano e svitano l'acqua sullo stesso asse e la potenza aumenta enormemente. Guardi, infatti, guardi come corre...". - "Mh. E' vero, in effetti...", rispondo con un sorriso, sperando che gli spasmi nervosi degli angoli della bocca non si notino troppo. Poi chiude il giornale, scruta a lungo l'orizzonte, finché non gira i tacchi e se va. Come la pilotina di qualche minuto fa.
Mi guardo ancora un po' intorno, e mi accorgo delle persone in tenuta da lavoro che vengono qui, restano una decina di minuti a guardare il mare e poi vanno via. Sembrano proprio tante, senza contare i ragazzi che leggono, quelli che disegnano, quelli che sgranocchiano qualcosa... mare, ed esseri umani che si muovono con cadenza di marea. Vanno e vengono in continuazione in piccole, appena percettibili ondate, sicché viene da chiedersi cosa ci sia nella testa di ognuno di loro, quali pensieri vengano a rendere o a farsi restituire dal mare in questo gesto che almeno a prima vista sa di buona, amata abitudine.
Mare ed esseri umani, stamattina. Mare ed esseri umani.
[(...) I waited all this time above you.]
"Non lo faresti anche tu, in effetti, se avessi un posto così a due passi da casa?", mi faranno riflettere qualche tempo dopo. Sì. Devo dirlo: sì. Eccome, se lo farei. E temo che ci sia anche qualcosa di più. Dovrò prima o poi portare alla luce il segreto desiderio nei confronti di questo posto che mi riposa nelle viscere. Ma non è questo il momento, e appena lo scorgo venirmi incontro dall'orizzonte (me lo ritrovo davanti ogni volta che torno qui) batto in ritirata senza ritegno, con la scusa di dover tornare all'auto per lasciare qualcosa di troppo pesante che ho nella borsa e di cui mi sono improvvisamente accorta di non aver bisogno, per oggi.
[(...) I looked to the ground Was pleased with what I found...]
Visto che però non c'è bisogno che la ritirata sia precipitosa, faccio il giro per Piazza Unità, che sotto questo brumoso cielo ha perso il consueto nitore prendendo sfumature che non le avevo mai visto prima, come se i Giganti del Carso le avessero soffiato addosso una manciata di cenere. Quando la attraverso è così, con gli angoli scuri e poca gente, soprattutto anziani. Mentre mi fermo un attimo a fare una foto, c'è un distinto uomo d'affari foresto che ferma un nonno con il suo nipotino in braccio chiedendogli consiglio su dove poter andare a mangiare pesce in città, "ma un posto che sia buono-buono, ne'...". Il buon triestino allora si scusa, "perché sa, le saprei indicare solo i posti dove andavo quand'ero giovane, adesso il pesce me lo pesco da me una settimana sì e una no". E comunque, dice, "a Trieste i nomi dei posti cambiano, per cui forse non posso esserle d'aiuto in ogni caso". L'uomo d'affari, microfonino auricolare cementato al relativo padiglione, saluta e volta le spalle al nonno che prosegue la sua passeggiata con il nipotino, e - nemmeno a bassa voce - dice al dispositivo elettronico in forma di scarafaggio che gli pende sotto il mento qualche parola di stizza, poi, quando fa "ma non lo so, non lo so, aspetta che chiedo a qualcun altro, proprio un rincoglionito dovevo beccare...", per la miseria, mi prende la voglia di prenderlo a schiaffi con il tacco delle sue belle scarpe nere fino a scollargli il setto nasale dalla faccia. Proseguo indispettita per via San Sebastiano, Piazza Cavana e Piazza Hortis, poi giro di corsa a destra e mi ritrovo sulla Riva Sauro, dove ho lasciato la macchina. Dopo aver fatto quello che devo fare, faccio il giro per Piazza Venezia, passo davanti all'edicola dove quella volta io e lui comprammo i biglietti dell'autobus, piego a sinistra e ritorno a piazza Hortis... non essendo più indispettita non ho più fretta, adesso, e ho tutto il tempo di salutare il capoccione di bronzo di Svevo e gli splendidi ippocastani che stanno inondando la piazza di foglie marroni, oggi ridotte in verità ad una poltiglia marrone a causa della pioggia che evidentemente è caduta questa notte... ... proseguo, e ripassando a piazza Cavana faccio una sosta alla panetteria all'angolo sulla sinistra: visto che resterò qui fino a ora di pranzo tanto vale che mi attrezzi. Dentro c'è un profumo che fa bene al cuore, e le persone parlano una lingua che non conosco ma che mi piace. Dialetto, lo chiamano, ma io so che questa parola qui non ha lo stesso significato che a casa mia... ma questa è un'altra storia. Per il momento, questa è la storia dei due panini alle olive che prendo facendomi guidare dai gusti delle persone che mi precedono nella fila al bancone: voglio assaggiare qualcosa di buono che si fa qui ma, non sapendo molto della gastronomia locale, guardo quello che prendono le signore prima di me, facendone passare avanti un paio per sbirciare un po' più a lungo. Nel giro di quattro-cinque comande, mi accorgo che quasi tutti, alla fine della spesa di pane ordinario da portare a casa, fanno sempre aggiungere dai commessi uno o due panini alle olive. Una studentessa addirittura prende solo quelli. Mi fido, allora, e ne prendo due anch'io, ché sembrano l'articolo più richiesto, in questo momento, anche perché sono stati appena sfornati... rischio il pranzo, è vero, ma non fa niente. Metto al sicuro fagotto tiepido dei panini nella borsa e continuo la passeggiata, così, camminando distrattamente... faccio un giro un po' stupido, oggi, che però non ho fatto altre volte giacché, a Trieste, nell'andar sempre per stradine più piccole e meno battute ho trascurato quelle grandi... per cui, ecco, a Corso Italia non ci ero mai passata. E nemmeno davanti al Teatro Romano, a volerla dire proprio tutta. Ed è proprio bello, tra l'altro, il Teatro, così vecchio, così scavato in mezzo a certi palazzoni anni Settanta che fa quasi tristezza. Mentre sono lì che faccio prove di acustica, una cornacchia arriva in volo, planando sulle rovine; porta qualcosa tra le zampe, forse un grosso foglio di carta umida, a prima vista da lontano sembra un grande fazzoletto che lascia cadere sulle pietre del teatro senza tornare a raccoglierlo. Subito dopo, da chissà dove, compare un gabbiano che ci si avventa sopra, lo fa a brandelli a furia di beccate, poi perde improvvisamente l'iniziale interesse e vola via lanciando un "ah-ah!" che così da vicino fa quasi male ai timpani. Mi torna in mente il bimbo sul Molo Audace. "Ah!".
[...Gotta reappear up there...]
Proseguo sul Corso Italia finché non arrivo a piazza Goldoni, recentemente devastata da un'opera di modernizzazione a dir poco senza senso. Verso calde lacrime davanti a quella specie di torre per CD che ora si alza verso il cielo dal centro della piazza e fuggo verso la galleria e la scalinata che mena fino al Castello di San Giusto, che non so perché in quel momento mi sembra qualcosa di simile ad una via verso la Libertà...
[... It's where I'll always be In the universe city.]
... miseria... certo è catartica, la scala Silvano Buffa... ma alla fine ci arrivo, a San Giusto. Non senza un certo timore, però, perché è fin dal primo incontro con Trieste che tento di venire a vedere questo posto, ed è da sempre che, alla fine, non ci riesco. Qualcuno le ha chiamate coincidenze. Mah. Io ho l'impressione che al di là dei singoli episodi questa collina mi cacci via a calci in culo, certe volte, sebbene questo significhi peccare decisamente di presunzione. Be', fatto sta che sono così felice di essere qui che penso di onorare il momento tirando fuori il fagottino della panetteria di Via Cavana, ché ormai sono in giro da sei ore e ho lo stomaco talmente disperato da avergli già un paio di volte dovuto intimare di metter giù le mani dal fegato. Non faccio in tempo ad aprire il sacchetto che una fragranza di pane e olive (sì, dico proprio pane e olive) si fa strada, fulminea, fin dentro le sinapsi... e capisco, sì, che ho fatto bene a fidarmi delle signore alla panetteria. Al primo morso, un picosecondo dopo, sono letteralmente commossa, non c'è nessuno intorno e allora mi scappa, proprio ad alta voce: mammamiaaaaachebbuono!
Ripreso il contegno, un pezzettino alla volta - parti piccole, perché non finisca subito - io e il mio panino di polpa di olive proseguiamo il giro intorno al castello, dove incontro i gatti con le loro casette numerate nascoste dietro i muretti, un dinosauro, una siepe ornata di gioielli, e un albero dalla pettinatura un po' bizzarra. Le mura a sud sono splendide, ricoperte di