Antenna

Per non pensare, per non pensarti più almeno per un'ora ero andata incontro al temporale, sulla terra magra ad aspettare la pioggia che arrivava come un carrarmato a bordo del maestrale. Dove sei, accidentatté, ripetevo, dove sei, e subito dopo la curva ti ho visto, poco prima del ponte: vegliavi su un campo di grano ancora verde, solo, battuto dal vento ma ancora in piedi sulla terra curva e livida, senza fierezza ma in piedi, tenace sotto gli schiaffi carichi di elettricità dell'aria che ti piegava fino al suolo, dentro questa luce buia che ti aveva tolto ogni colore. Avevo cercato la pioggia per non pensarti, e sotto la pioggia ti ho ritrovato. E' stato un attimo, solo un attimo. Non ti spezzerà questa tempesta come non ti hanno spezzato tutte le altre, solo qualche ramo secco sarà spazzato via con un rumore secco di ossa che si spezzano ma dopo, più leggero, tornerai ad alzare lo sguardo sul mare verde che custodisci, che ascolti, sul quale le tue foglie cantano nel vento e che vedrai maturare ancora una volta, fino a che non sarà tempo di mietitura. Arrivava la pioggia e non volevo pensarti: inutile. Anche stavolta, come quell'altra, sotto il cielo ho sentito la tua voce cantare, la pancia sulla terra, il vento sulla schiena, a ottocento chilometri di distanza. Ti sento, resisti, canta più forte, canta sulle minacce dei tuoni che promettono grandine, canta più forte, più forte, resisti, canta più forte, più forte, più forte.

Ascoltato da keroppa il 22/05/2008 - sguardi, infralogie, stagioni diverse - commenti





Fermata non richiesta - (4/?)

No, veramente è successo proprio niente, alla fine, solo che certi niente ci mettono più tempo di altri, a smettere di succedere. Così è stato per quel niente di ferro, di secco e di rotaia in cui ci siamo trovati impigliati quando a un certo punto i fili del tempo si sono tesi annodandosi tutti nella stessa matassa, e noi ci siamo messi a seguirli. Non che volessimo arrivare da qualche parte, eh. Era solo un fatto di... famiglia. Storia di famiglia, diciamo.
Perché succede così. Ogni volta che trovo una stazione, o un posto che mi sembra avere a che fare con quella sottile doppia linea di ferro, sassi e legno (una volta, mo' il legno è diventato cemento), torno a prendere lui  prima di addentrarmici, specie se è abbandonato. Lui conosce i segni, sa leggere la ferrovia meglio di me, come è giusto: siamo scesi e cresciuti in questo mondo per mezzo della stessa guida, solo che per me è arrivata più tardi e se n'è andata prima, sicché ora tocca a lui continuare per quel che è possibile. Forse persino senza saperlo è lui che adesso tiene insieme per me i frammenti di questo sangue pieno di ruggine che ci ritroviamo, e che senza queste lunghe passeggiate sotto il sole forse non sarei nemmeno in grado di capire.
 Del resto sa tutto quel che c'è da sapere, lui, che è cresciuto tra binari ancora più belli e vivi di quelli che sono toccati a me: personale non viaggiante in servizio era lui, mentre io ero a sei anni ero già personale non viaggiante in pensione. Il tempo visto dagli orologi fa un po' sorridere, certe volte. E lui, poi. Quante cose sa, quante cose ricorda ogni volta soprattutto nelle stazioni abbandonate, che da più tempo sono abbandonate e meglio sa leggerle!
 Per l'entusiasmo che gli prende quando gli dico della stazione non riesco a tenerlo nemmeno quel tanto che basterebbe per tornarci a piedi, no, vuole andare subito, subito, si siede al volante che ancora mi sto disinfettando i graffi dei rovi e mi aspetta col motore già acceso. Poi a un certo punto mi dà uno sguardo impaziente dal finestrino e farfuglia qualcosa, mentre lo raggiungo lo vedo scendere in fretta, andare sul retro del cortile e tornarne con due cesoie enormi, con il manico lunghissimo.

- Ma dov... dove le tenevi?
- Di là, eh, mi servono per potare, lo sai che a settembre là dietro dalla montagna scendono dei cespugli che non si capisce più niente...
- Azz'. E mo'?
- E mo' ci servono.
- Eh?
- Eh.

Quasi tutta la stradina d'accesso, mi fa decespugliare appresso a lui ripetendo continuamente "così, così, fai dall'altra parte la stessa cosa che faccio io di qua, eh, così, a posto, là, là, là". "Così poi ci torniamo più facile, e nessuno si fa male". Ecco. Io pensavo che era pazzo e invece stava solo facendo il suo doppio lavoro di papà e di creatura. E una volta aperta la strada in effetti è tutto più facile, arriviamo persino a poterci portare la macchina. "To', fino al parcheggio della stazione!", fa. Ride.
Gli mostro il cancelletto di ferro e gli vado dietro, e ancora una volta mi sorprende come cominci a muoversi sicuro come nel cortile di casa, e dopo un poco anch'io con lui. Si guarda intorno, vede cose, ne cerca altre, indovina cosa è questo e cosa è quello, mi spiega gli ingranaggi, le rotelle, i cavi, dà una scotoliàta alla porta di ferro che non si apre, ci resta un po' male, si rammarica di tanto abbandono. Quante cose ci potrebbero fare su una linea così, pensa ad alta voce, e si vede che nel suo sguardo così assorto il suo mondo gli riappare in filigrana sovrapponendosi a quello su cui cammina, agli odori e ai rumori che sente. Stiamo per tornare verso casa - il pensiero della 'gnora che ci aspetta con una chiangolètta pe' 'mpasta' sotto il tavolo pronta all'uso è difficile da far passare in secondo piano - quando un tintinnìo familiare ci pietrifica entrambi sul marciapiede.

- Lo aspettiamo?
- E certo.

La stazioncina è in curva, per cui sappiamo che non lo vedremo arrivare fino all'ultimo secondo. Indoviniamo la direzione solo perché il tutùm-tutùm non cresce piano piano da lontano ma si sente d'improvviso, vicino: sappiamo che sotto il monte lì a est c'è una galleria, quindi ci arriverà da sinistra. Senza nemmeno parlarci ci spostiamo insieme un po' più indietro, dietro la linea gialla che qui non è mai esistita, e un po' più a destra.
Ed eccola che sbuca, la trenina a due vagoni, e da uno dei suoi occhioni di vetro si vede il macchinista che fa un salto, suona, fì-fì, e noi per tranquillizzarlo alziamo la mano e salutiamo, e facciamo vedere che non siamo scemi e mica ci muoviamo, e allora anche lui alza la mano tutto carico 'e meraviglia, e sorride, e sparisce in un soffio d'aria calda che sa di nafta e che scuote i cespugli di ginestre pieni di baccelli rinsecchiti dalla siccità. Che poi sembravano morti da centinaia d'anni, 'sti baccelli, e invece all'improvviso si mettono a fare tac, tac-tac-tac, tac, e - uh! - si aprono in due ali che con un colpo secco fanno schizzare via decine di semini neri in tutte le direzioni.

- Hai visto!
- EH!
- Ecco com'è che arrivano dappertutto!
- 'zzarola!
- Eh!
- Dopo pranzo torniamo, vero?
- Ci mancherebbe altro.

*

E io, poi, che mi sorprendevo di come questa mappa e queste stazioni fossero riuscite ad arrivare persino fin dentro i sogni. Come avrebbe potuto essere altrimenti?
Ci siamo messi in cammino lungo i binari di quest'estate assetata così, per il puro piacere di farlo, tastando ed esplorando una linea ferroviaria che non esiste più, una ricchezza che cade a pezzi ma ancora visibile tra le pieghe verdi del silenzio che è proprio di queste montagne. Ci muoviamo come ombre - anche se è passato del tempo ancora succede, è ancora estate - con i ricordi di famiglia sotto la superficie di una curiosità che emerge inaspettatamente intatta ogni volta in questo presente progressivo facendoci parlare ad alta voce, bimbi, un figlio e una nipote di ferroviere, tutti presi e compresi dal momento, dalle cose che troviamo in mezzo ai rovi tra una stazione e l'altra. Nell'ultima tappa di questa giornata ci siamo ritrovati a bere un sorso d'acqua metallica da una fontana che sta per essere inghiottita dall'edera, e a sfogliare registri della corrispondenza dei primi anni '60 induriti dalla polvere, in una stanza dalle porte spalancate e i vetri sfondati che ne aveva il pavimento coperto - sia di registri che di polvere - e nella quale i nomi dei destinatari e quelli dei paesi, letti ad alta voce, sono rimbalzati sulle pareti grigie vibrando leggeri; e infine davanti a un vecchio deposito dal tetto sfondato da decenni di intemperie, seduti con le gambe penzoloni  ad ammucchiare le pietruzze della massicciata sopra il paracolpi di un binario morto. "Sediamoci, va', mi pare il posto adatto per aspettare". A furia di camminare e raccontare, ci siamo ritrovati a diversi chilometri da casa. Quasi buio. La 'gnora sta venendo a prenderci.

- Vedi, questo lo hanno fatto piantando una traversina dei binari direttamente sul muro.

E mi racconta ancora di come gli uomini della ferrovia avvitavano i binari alle traversine (in due, con una grossa chiave a T alta come un bimbo di sei anni, che giravano A MANO), o come piantavano le puntazze della messa a terra (sempre in due, mazze alla mano, puntavano questi pali alti due metri del terreno a martellate facendo un tintinnìo che spaccava i denti se ci stavi troppo vicino). E poi c'è nel deposito diroccato quello scivolo per scaricare le merci dai vagoni che io senza di lui avrei scambiato per una scala. A terra, tutt'intorno a noi, lo spiazzo tra la stazione e il deposito è disseminato di bulloni, molle per viti che pesano mezzo chilo, tutta roba sostituita in quello che lui pensa essere stato l'ultimo intervento di manutenzione prima che la stazione fosse chiusa e dichiarata impresenziata. Non abbiamo saputo resistere e abbiamo raccolto di tutto. Guardiamo i nostri trofei, le mani sporche di ruggine e terra. A me piace in particolare l'enorme vite che ho deciso di portarmi a casa: penso che ha assicurato un pezzo di binario e una traversina alla terra, e alle vibrazioni che ha sopportato. Ha una filettatura splendida, una spirale che l'ha piantata al suolo tenendo insieme tutto quel che c'era da tenere. E così tutte le altre viti come questa, per migliaia e migliaia di chilometri in questo paese. E prima che il pensiero vada a piantarsi da qualche parte, un clacson che strombazza allegro ci dice che è ora di rientrare.

Come scorre veloce il tempo... due stazioni, ed è già sera.

(continua)

Ascoltato da keroppa il 14/03/2008 - i soci, stagioni diverse, fermata non richiesta - commenti (2)





Buon giorno

Quando alle sei chiudi la porta
dai quattro mandate
ti volti verso l'ascensore.
E il pianerottolo - sette porte, voci basse, qualche fruscio -
freddo comm'a 'nu Caino
ti restituisce un ceffone a mmana smèrza
che sa di caffè.

Ascoltato da keroppa il 17/12/2007 - stagioni diverse, 33170 il porto, microniente - commenti (2)





Fermata non richiesta (3/?)

Oh, vabbuo', undici anni dopo mo' che ci penso non è che succede poi chissà cosa.

Succede che il ventiquattro agosto sei lì in giro, verso mezzogiorno, sotto un sole che ti fa i pensieri di lava, vestita come staresti vestita nel chiuso di casa tua quando si muore di caldo, co' quei pantaloncini corti grigi,  vecchi, larghi, coi buchi di quando quella volta hai preso fogli e stoffa con un punto di spillatrice, e una canottiera gialla colle stelline che in realtà sarebbe un pigiama ma la usi lo stesso perché non ti viene in mente nient'altro di così "fresco" da metterti addosso, tanto che fa caldo. Ci puoi andare tranquillamente in giro così, il ventiquattro agosto, qui, ché tanto non c'è nessuno in giro (a quest'ora chi lavora la terra sta al riparo dal sole, mica è scemo), puoi uscire dalle placche d'asfalto che solitamente delimitano il mondo e attraversare i campi seguando le direzioni che ti pare e andare a vedere tutto quello che ci sta oltre il ciglio delle strade. Pare sempre di attraversare la superficie dello specchio, tanto diverso è lo spazio senza linee da seguire, con le discese e le salite che non c'è niente che ti dice qual è il modo più breve o logico di farle. Ecco, le salite e le discese si fanno. Allora pigli i piedi, li metti dentro un paio di scarpe vecchie - che sono sempre quelle a cui toccano 'ste passeggiate, e che forse quindi sono quelle che si divertono di più... simpatica, la vecchiaia delle scarpe - e la testa sotto il cappellino da pescatore, e vai. Ti fai la discesa, tutta, giù-giù fino in paese, passi la chiesa, il bar, il vivaio delle trote del ristorante di fronte, la piazzetta, il lavatoio pubblico di pietra che il pianale a quest'ora è della temperatura giusta per friggerci le uova, il laghetto, l'incrocio, il mulino che non c'è più. Finisce l'acqua, qua, e cominciano i campi al di qua della ferrovia. C'avevamo la stazione, noi. Sì, sicuro. Chissà dov'era. Sarà quella casa accanto al passaggio a livello, che mo' è bianca e ci abitano e pare quasi solo una casa costruita in un posto un po' strano. L'avrà riscattata qualcuno che ci lavorava.

E che vuoi fare di ventiquattro agosto sotto il sole di quasi mezzogiorno? Qua cominciano i campi, attraversi lo specchio e pieghi a sinistra tagliando per un mare di terra dissodata e secca, secca, secca che si spacca e si sbriciola sotto le suole, ma non affondi proprio perché è secca, secca come la sete che hanno le piante ché qua non ci piove da tre mesi, e cammini facile facile senza fatica, primo perché la terra tiene e secondo perché non c'è nessuno, e dove non c'è nessuno non ti irrigidisci e cammini come meglio ti riesce, e vai leggera anche tu che sei chiàtta, e cammini così liscia e spedita che quasi ti pare di essere appunto una barca e non solo un ingombro. E sì che ne fai di strada, anche se di strade non ce ne sono, e nemmeno sentieri, niente tracce, proprio niente, anzi la traccia la fai tu e ogni tanto ti giri a guardarla, poi alzi gli occhi da terra e fai un giro su te stessa e senti quella cosa che solo qua ti succede, che puoi andare e non ti sparano a pallini in aria come quell'altra volta in quell'altro posto che sta a manco cento chilometri da qua ma è un altro mondo. Qua non hai paura, un po' perché ti sanno tutti, un po' perché qua prima di sparare almeno chiedono. Del resto, sei al di qua dello specchio, mo'. E vai. E dove vai? Al ponte di mattoni della ferrovia. Là vuoi andare, a vedere passare qualche treno di quelli che si sentono da lassù, dal balcone di casa, a mezzogiorno e un quarto, e mezza, all'una meno un quarto. Sai a memoria quando passano, hai in testa il tuo orario del treni-che-passano-ma-non-fermano da dieci anni e ogni tanto li vieni a sentire da vicino perché è bello e perché ti dà la stessa pace che ti dava dormire in quella stanza che c'aveva la finestra a tre metri tre dai binari.
 Al ponte, passando per i campi, ci arrivi in... boh, non hai l'orologio ma ci vuole poco. Rimetti piede sulla strada e ti pare di tornare visbile, ma visibile a chi, ché non c'è anima viva in giro? Nemmno gli uccelli si sentono adesso, solo da lontano arriva ogni tanto il miumìu di un qualche gattino. Ti siedi sul ciglio della strada e aspetti, le campane suonano le undici e tre quarti, la pelle frigge, e intorno non c'è nessuno. Tira una brezza calda e secca, manco il mondo fosse sotto il getto di un enorme phon. Che estate. Due giorni fa, di là, in quell'altro punto del pozzo, pioveva, l'erba del giardino era morbida e verde mentre qua è bassa e appiattita, i fili si sono compattati al suolo in un intrico secco che se fai per tirarne un filo viene via una matassa intera, se non si spezza. Solo alle graminacee riesce di alzarsi dal suolo a ciocche, a piccole chiome dove va meglio, per il resto è tutto rovi e acacie, e querce che boccheggiano in una per loro inusuale tinta verde spento, quasi giallo. Secco, tutto secco. Madonna che caldo. Stai seduta sul ciglio della salita che viene da sotto il ponte di mattoni, sul muro che la costeggia. I cardi dovrebbero averci il fiore in questo periodo e invece non ce l'hanno, sono già secchi e ti pungono la schiena. Basta, ti alzi, ja', si vede che oggi non è cosa.
 Ti alzi in piedi e ti guardi di nuovo in giro, anche se 'st'angolo di strada lo potresti girare anche senza aprire gli occhi. Alle tue spalle c'è quel piccolo sentierino asfaltato che si perde tra la sterpaglia e che non sei mai andata a vedere dove finisce, e laggiù in fondo quella vecchia casa rossopompeiano abbandonata con le finestre e le porte murate che si vede dalla strada principale. Così tanti anni che ci passi davanti in auto che avevi smesso di vederla. Col sole così a picco, il rosso dei muri si stacca dal verde e dal giallo del paesaggio come un tizzone solitario nella cenere del camino al mattino. Così tanto tempo che ci passi sotto che non le avevi più prestato attenzione: l'ultima volta che avevi pensato qualcosa di quella casa doveva essere stato qualcosa del tipo "mh". E mo' invece guarda un po'... quanto sembra vicina ai binari vista da qui e non dalla strada.

 Rosso pompeiano. Scema. Non avevi visto abbastanza stazioni per poterla riconoscere, finché l'hai guardata. Solo grandi, quelle che avevi visto tu, mica lo sapevi quanto belle, quanto piccole e quanto rosse potessero essere quelle di certi posti d'Appennino da linea non elettrificata. Sta' a vedere che.

 Il sentiero è invaso di rovi e sterpi, bassi, che a piegarli con le scarpe si rimedia qualche graffio sui polpacci ma si riesce a passare. Man mano che mi avvicino compaiono sui muri le chiazze dell'intonaco caduto, gli archi di pietra delle finestre che da lontano parevano quadrate, e sul lato sinistro del sentiero, che intanto si avvicina sempre di più alla linea dei binari, emerge da sotto l'intrico dei rametti secchi un muretto basso di mattoni, gli stessi di cui è fatto il parapetto protettivo sopra il ponte, gli stessi del muretto di casa dei nonni, gli stessi della recinzione del giardino dei ferrovieri, gli stessi del muretto che costeggia ancora oggi il primo tratto di Via Ferrarecce. Mi viene da ridere. Che scema, non ci posso credere. Smetto di seguire il sentiero, a un certo punto, e inizio a costeggiare il muretto sgretolato in molti punti, coi mattoni più in alto ormai venuti via. Dopo un poco la sterpaglia si abbassa, e infine si dirada. Mi guardo indietro, avrò fatto poche decine di metri ma ci ho messo un'eternità. No, il campanile batte le dodici e un quarto, davanti a me si apre uno spiazzo asfaltato chissà quanto tempo fa, e la non-casa non sembra più così piccola come dal punto di vista da cui fino ad oggi l'avevo sempre non-guardata, ma adesso non mi frega più. Sulla sinistra, dal muretto che arriva da quella che doveva essere la carrozzabile che portava qui, c'è un bel cancelletto di ferro battuto, tutto ossidato, spalancato, e intrecciato, come a dare il benvenuto, rovi carichi di more, la prime che vedo quest'anno tra l'altro: in giro fino ad ora secco, tutto secco, secche anche le more ridotte a grappoli di pallini neri duri come il cemento. Ma qui no, qui i rami sono spessi e più antipatici di quelli che ho trovato sul sentiero, e quando faccio per passare mi sfregiano le braccia e si agganciano saldamente ai pantaloncini, alla maglietta ai capelli, e mannaggia, e levati, ahia, e mi vuoi far passare, cazzoahiaeLLASCIAMIHODDETTO! E mi lasciano, sì: buchi dappertutto. Un ramo più stronzo degli altri mi lascia persino, senza che me accorga, tutto il suo arsenale sulla fibbia della macchina fotografica come souvenir, ché la prossima volta che la metterò al collo, alla stazione di San Massimo, mi ricorderò nitidamente di questo momento.
Dopo i rovi, però, le ostilità cessano. A destra ho il muro della non-casa, a sinistra un mare di vitalba verde da cui emerge una vecchia rete da paglione arrugginita e a pezzi, e poi altri mattoncini di ferrovia e il profilo di quello che sembra un giardinetto uguale a quello che stava davanti alla casa dei nonni, con quattro aiuole quadrate disposte a crociera e la fontanella al centro. Benedittiddio, è proprio tale e quale. Mi viene da ridere e prendo un respiro, e all'improvviso sento le spalle alleggerirsi del peso del sole che infine svanisce, portato via da una carezza fresca. Alzo gli occhi e mi rendo conto di trovarmi sotto un pino nero enorme, enorme, che impegnata com'ero coi rovi arrivando non lo avevo mica visto. A terra è pieno di pigne e aghi che ha perso forse l'anno prima, ma non li vedo bene e mi tolgo gli occhiali. E vedo... il marciapiede... i binari... la massicciata... un altro pino nero, gemello di questo, dall'altra parte della... non-casa... che da quest'altro lato... ha un caposaldo al muro... una mattonella di pietra che segnala l'altitudine... e le porte, ci sono da questo lato, non le finestre. Ci sono tegole rotte dappertutto, cadute dal tetto, forse. Alzo gli occhi verso l'alto, allora, e la vedo

  .   A   IA  D L     S

Stava qua da sempre, ma l'avevo persa solo perché la non-guardavo più. L'avevo spinta oltre il confine della coda dell'occhio, e non l'avevo vista più. Del resto dalla strada non ci passavo davanti, ma dietro. Qui è davanti, e qui dalla strada non si vede, e non si vede nemmeno quanto è vicina ai binari. Da un altro punto forse anche sì, ma da là la stazione non si vede.

Insomma, la stazione. Con le porte come quelle delle case, tutte murate tranne una che è di ferro ed è chiusa. E due piccole aiuole in pietra all'ingresso centrale, una presa in usucapione da un sorbo degli uccellatori, e l'altra nella quale sembra sopravvivere l'originario inquilino.

C'era gente, qui, che andava e veniva. Mi siedo sul marciapiede, mi tolgo le scarpe, allungo le gambe e appoggio i talloni sui binari. Scottano. Aspetto che il treno passi, come al solito, ma stavolta è diverso. Lo aspetto in una stazione. In una fermata, non più richiesta.

Che estate. Di secco, di silenzio, di ferro e di rotaia.

No, veramente non è successo niente, alla fine. Undici anni dopo la prima volta che gliene parlano, uno ritrova una stazione. Certe volte non ci vuole proprio niente a pensare: che avventura.

(continua)

Ascoltato da keroppa il 06/12/2007 - stagioni diverse, fermata non richiesta - commenti





на улице

E giù in picchiata col suo aliante stupendo,
emozionando al suolo si spetascia.


[Elio e le Storie Tese, 1995]

*

 Ah, l'estate. Uno l'aspetta tanto, non foss'altro perché dopo una giornata intera di sedieppiccì arriva quell'ora in cui il sole s'abbassa fino a un certo punto sopra le montagne - quel punto in cui dice tre quarti d'ora e poi ve saluto, eh - ed è il momento di filare via. E' veramente niente più che un momento, se ti sfugge non lo riacchiappi più... ed è subito sera. E se non ci hai i fari, diciamo che di sera non è più così divertente, ecco.

 Perché cambiano gli orari, in questo periodo. Mentre fino a non troppo tempo fa per uscire a pedalare era meglio aspettare le ore più calde del giorno, adesso è più bello aspettare quel momento lì, in cui i colori e i contorni della campagna si ammorbiscono, gli odori si fanno più forti, le rondini iniziano la loro spettacolare danza serale prima di tornare al nido (che poi in questo periodo è occupato dai pulcini, e a loro tocca dormire fòre 'a porta) e a bordo strada si vede fare timidamente capolino, in unità sparse, il piccolo popolo che di solito ci si domanda se non esista solo sugli album di figurine del WWF di quando s'era bambini. Qualche ghiandaia. Le rane e i rospi, che saltano fuori dai fossi a decine. I gatti randagi, di cui prima di cominciare a girare per questi angoli di paesaggio credevo questa terra completamente priva. Ma soprattutto gli insetti. Non so quali, tra muschìlli, tafani, zampàne e zampanielli e gli altri miliardi di puntini neri con le ali che si alzano in prossimità dell'imbrunire è un casino. Tutti insieme s'aìzano, loro, in un momento in cui c'è abbastanza luce per andarsene in giro senza essere stirati agli incroci ma non abbastanza da giustificare un qualsiasi occhiale da sole. E quindi.

 Un pomeriggio arriva quel momento lì e io, pronta, sono lì che lo aspetto. Esco in allegria perché dopo giorni e giorni di tempo ballerino oggi c'è stato uno dei primi veri caldi estivi, anche se all'inizio ufficiale della stagione manca ancora qualche giorno. E allora: fiera, ponte della ferrovia, sinistra, viale alberato, ponte sul fiume, semaforo, sinistra, ponte sotto la ferrovia, dritto... cimitero, sinistra, lago, curvone, salita, fossoconlerane (schivate in slalom: quattro), incrocio, sinistra. Qui inizia la campagna aperta: strada a due corsie dalle curve morbide, una casa ogni chilometro scarso. E naturalmente, gli insetti. Tutti gli insettini del mondo equamente distribuiti per l'aere, all'improvviso. E certo, cavolo, qua cominciano i campi aperti, l'ho appena detto. Pf! Pedalando vado loro incontro in velocità, poaréti, e loro vengono incontro al mio viso festanti come minuscoli proiettili. Tutti.

Poi non so bene che succede.

In fondo, lontano, la strada si abbassa per passare sotto l'autostrada... dovrei passarlo, il solito sottovia, ma non ci arrivo: d'istinto sono già da un po' con gli  occhi semichiusi cercando di proteggerli dalle microschegge di cui l'aria è satura quando nel mezzo campo visivo (già ridotto) a destra si vede comparire una macchia marrone, poi un qualche impatto sulla palpebra, poi un dolore di spillo ficcato nell'orbita. Faccio per frenare ma freno male, mi sono forse portata la mano all'occhio ma forse è quella sbagliata perché l'unica mano che resta sul manubrio è quella sul freno anteriore, freno, la bici si impunta, la ruota posteriore si alza, ma riesco a smontare dalla sella, solo che intanto c'ho la bici ormai quasi verticale dietro la schiena, in bilico sulla ruota anteriore, poggio il piede sinistro a terra e insieme al piede viene giù anche il resto, e io insieme al resto, scrash!

A terra. Caduta sul fianco sinistro, la strada sa di erba e gomma. Faccio leva sull'avambraccio e mi tiro su. Mi dò un'occhiata alla mano che ho grattato sull'asfalto, poi al braccio. S'è squartato il guanto ma non mi sono fatta niente, solo una piccola abrasione sul gomito... e io che avevo fatto la faccia storta all'ortopedico, quando mi aveva detto che avrei dovuto portarli sempre, i guanti, dopo l'operazione. Mi viene da ridere, mi dò bonariamente dell'imbecille, oltretutto mi sono arravogliàta mani e piedi proprio mmiez' 'a via, se fosse stato altrove le auto mi avrebbero fatto aderire al suolo come una cozza al suo scoglio... poi mi ricordo dell'occhio. Lo tocco con un dito e una stilettata di un dolore caldo e pulsante mi si diffonde sullo zigomo destro. C'era anche prima, forse, ma non me n'ero accorta, cavolo. Si sta gonfiando. S'è gonfiato. Ma che è? Uhia, che male.

 I pensieri dilatano il tempo, ma non passa un minuto che sopraggiunge un'auto, un furgoncino bianco, alle mie spalle. Questo tratto è rettilineo, aaaaah, speriamochenonmihavvistooooo.
Si avvicina, rallenta, si ferma. M'ha visto. Mado', che vergogna. Chi guida si sporge dal lato del passeggero e apre la portiera, un signore sulla cinquantina e forse più, faccia da furlàn, robusto ma magro insieme, le guance rosse e baffoni da omino della Bialetti. In totale, un omone.

- Signorina, tuto ben?
- Sì... sissì... tutto bene, grazie, ho perso l'equilibrio frenando...
- Eh, ho visto...

Ha visto. Mi sento avvampare come un puparuolo maturo, e il bozzo sotto l'occhio prende a sbattere violentemente. Mi porto di nuovo una mano all'occhio.

- Ma cossa che xe successo? Te se ga fata mal?
- Ma no, no, ho frenato all'improvviso perché mi deve essere finito un insetto in un occhio...

L'omone sorride... poi no, ride proprio. Un poco. Ma ride.

- ... ma non mi sono fatta niente, veramente.
- Eh, niente. Togli un po' la man de là.
- ...
- Te ga preso un tafan o una vespa, me sa. Te fa mal?
- Sì, un po'... cioè no, va be'... niente, davvero...
- Eh, niente. Guarda che te sanguini.
- Eh?

Maledetto il cinema, c'aveva ragione quello lì. Invece di cercare di sentire se avverto qualche altro dolore, mi tasto la testa pure se non l'ho battuta da nessuna parte. Troppi film, troppi film.
No, fa il vocione coi baffoni. E indica in basso, verso i piedi. Non troppo sotto il ginocchio destro tre rivoli di sangue sgorgano copiosi da altrettante piccole ferite. I denti del pedale.

- Aaah, vedi, la bici te ga morso.
- Oh. Non me n'ero mica accorta...

Non sento dolore ma solo un bel calore, dal morso fino alla caviglia.

- Vien, dai, entra un momento in cortile così te lavi 'n'àtimo quei buchi... vedi quanto sangue, non son tanto larghi ma son profondi.
- No, ma...
- Eh, ma. I pedali xe de fero. Entra, è qua.
- No, ma...
- Forza!

E che gli devo di'? In effetti sono cascata proprio davanti al cancello d'ingresso di casa sua, un cascinale di campagna con le imposte di legno, di quelli vecchi'antichi che qui si usa ristrutturare invece di abbattere, col grande lavatoio di pietra tipico di queste parti dal lato della strada. L'imbrunire mi coglie con un occhio dolorante, senza scarpa e calzino a un piede, seduta sul bordo di questo lavatoio con mezza gamba sotto il suo generoso getto d'acqua gelida. In compagnia di un omone coi baffoni che ha in mano un asciugamano giallo, pulito, di quelli sbiaditi e resi ruvidi da una carriera in famiglia di mille lavaggi. Chissà quanti anni ha, 'sto pezzo di stoffa. Scambiando due chiacchiere, scopro che il vivaio dopo il sottopasso dell'autostrada è suo. Era lui che ci aveva salutati, qualche mese fa, quando siamo passati di qua.

- Te vedo passar spesso de qua.
- Eh... sì... quando posso fare un giro in bici ci vengo... niente macchine...
- Te fa ben. Se vai in bici dentro Pordenon e cadi te spiàcicano.
- Eh!
- Ma guarda, le scarpe pien de rosso. Sembra che t'ha morso una bestia, veramente.

Ride, lui, forse all'immagine di un qualche cane con un paio di pedali per fauci.
Rido, io, per queste scarpe per che ormai non sono nuove più a nulla.

- Certo, però che fortuna col tafàn...
- E vabbuo', succede...
- Be', insomma, in un occhio... mica tanto...
- ...
- ...
- ...
- No, va be', a chi va in bici forse capita, dai...
- Eeeh...
- Ma no te preoccupar, lava con l'acqua calda, stasera, che doman già no te sente più niente...
- Ah. Va bene...
- Comunque a quest'ora...
- Eh, lo so, col caldo. Oh, fatto.
- To', 'sciugate.
- Eh, ma grazie... veramente...
- Ma figurate, eri proprio al centro della strada. M'hai fatto ridere.

E lo dice come se l'asciugamano fosse per ricambiare.
 
- 'desso va', dai, che fa sera.
- E sì... arrivederci, allora.
- Ciao, sai.
- E grazie ancora!
- Ciao!

 Mentre pedalo verso casa che è quasi buio il morso della bici fa più male mentre quello del tafan meno. Fendo nuvole di zanzare ad occhi ancora semichiusi - il destro piange, ha i suoi motivi - e dalle rive del lago, dove c'è la festa in piassa, arriva l'odore e quasi anche il sapore delle grigliate di carne che si stanno cucinando. Che fame, fa lo stomaco.

Poi ci ripenso: mh, un asciugamano pulito e acqua per lavare una ferita in cambio di una risata.

Segno col pennarello verde sulla mappa che ho nella bisaccia questo ricovero dove se ti presenti con il mòzzico di una bici su una gamba e un occhio gonfio nessuno si scompone, e per ricevere soccorso basta essere onestamente ridicoli, come mamma c'ha fatti. E se è giusto mmiez' 'a via... meglio ancora.

E io che mi preoccupavo...

Ascoltato da keroppa il 07/07/2007 - post a pedali, stagioni diverse - commenti (5)





(In)cedere

Primi vengono i pioppi, i bianchi, i grigi e i neri.

Poi la betulla e il tiglio, l'acero di campo e l'olmo col cugino bagolaro. Il suo sambuco, anche.

Poi i carpini, le acacie, tulipìferi e gli ippocastani.

In gran corteo si svegliano ancora i salici - da ceste, grigi, bianchi, rossi, ripaioli.

Ultimi, grandi, calmi, vengono i platani a forma di acero, e gli aceri a forma di platano.



[E in una piazza si scorge, rigoglioso e sprezzante, l'inconfondibile verde scontroso di un gruppo di lecci disposti in fila, con tutti i penduli fiorellini prepotenti esposti a sud. Oh. Se ce la può fare un leccio, quassù, allora sì che un eucalipto non ha niente di cui preoccuparsi...!]

Ascoltato da keroppa il 13/04/2007 - stagioni diverse, 33170 il porto - commenti (6)





Sud (oppure: di marzo, lunedì e altri giorni)

Il giallo abbacinante dei friariélli ormai fioriti, che dice: be', stàteve bbuon', ci vediamo il prossimo inverno.
L'odore dei carciofi arrostiti all'angolo delle strade.
I cani del quartiere, non abbandonati ma di tutti, che abbaiano a ogni ora del giorno e della notte. Che ti guardano negli occhi e ti fanno: bau, ciao.
Il camion della monnezza alle cinque e quaranta del mattino, sempre lo stesso, con il braccio meccanico che si inceppa e sollevando i cassonetti fa un baccano infernale. Le bestemmie dei monnezzari che alle cinque e quaranta del mattino si sentono almeno fino a Casaluce.
Le albe viola e i tramonti arancioni, vuoti di presagi ma colmi di segni, soltanto di segni.
Le macchie sui muri. Di muschio, di incuria, di sole, di intonaco caduto a pezzi, di umido, che improvvisamente ricompaiono se insieme a te c'è qualcuno che viene da lontano, che per questo posto ha occhi nuovi di zecca.
Le grida del mercato del lunedì, che arrivano fin qui.
Un film, che lo cerchi e lo cerchi, e non lo trovi.
La casa dall'altra parte della strada, che ogni dieci-quindici anni cresce di un piano e che sta grattando via l'ultimo quadrato di cielo che resta a questa finestra.
Di nuovo il giallo, dei limoni stavolta, che spunta da una chiazza di rovine di tufo nero. Sopra un muro, alto alto, contro il cielo chiaro.
Il fischietto dei parcheggiatori abusivi.
Le 126 che passano in strada con l'inconfondibile pernacchiare della marmitta, cariche di donne e di spesa, di ritorno dal mercato.
La ragazza del primo piano del palazzo di fronte, che canta rifacendo i letti.
Il ficus gigante che mia madre ha trapiantato nel giardino condominiale quando avevo otto anni perché già allora nel vaso non ci stava più. E che oggi, vent'anni dopo, fa ancora verde l'aria fuori dalla finestra, alto ormai quasi fino al secondo piano. E per il quale - quando in assemblea di condominio ho chiesto in ginocchio di lasciarlo crescere perché quel muro verde è meglio del muro di cemento alto quattro piani che c'è alle sue spalle - mi hanno sorriso e risposto: ma sì, perché no? Come si fa con i pazzi.
Il mercato sul sagrato di una chiesa, sotto le palme e gli alberi carichi di mandarini, col bianco troppo bianco dei gazebo, del lastricato, delle buste di plastica, dei capelli dei venditori e delle loro voci.
Il vento, e Tommy Emmanuel nella testa, che capita solo con una giornata così.

Di questa latitudine i no, ma anche i sì. E i boh.


(post in progress)

E poi.

L'anziano impiegato al rientro dal lavoro, che si fa la croce quando l'autobus imbocca l'autostrada. Ogni giorno.
La tramontana della domenica, e la canzoncina claudicante dei rom che passano per l'elemosina, sempre a quest'ora, quando tutte le donne sono ai fornelli e si affacciano a lanciar loro qualche moneta, che raccolgono al volo in un sacchetto di stoffa blu. Buooongiorn', sagnòra!
 
Una telefonata, nove e quaranta del mattino:
- Pronto.
- Oh.
- Eh.
- Senti, ti informo che qui davanti alla stazione è appena passato un tiro a otto.
- Alla faccia! E com'era, sei davanti e due dietro?
- Sì, e quelli di dietro con l'accompagnatore a pie-di.
- Eh, nel traffico si usa. Vabbuo', hai dato una passata di cartavetro a tutto quello che avevi di disponibile?
- Certochessì. Però mo' cambio strada.
- Eh, mi sa che fai bene. Buona giornata, eh.
- Pur'atté. Ci vediamo a pranzo, ciaccià!
- Cia'.

*
E ancora, in associazione (di idee):

I botti che ti svegliano la domenica mattina verso le sei...e tu lì, sotto il piumone, nel meglio del sonno, a maledire dei figurini vestiti di bianco che dopo qualche ora sentirai con la loro nenia dedicata alla Madonna dell'Arco che ti ritroverai a cantare con loro facendo colazione con le finestre aperte in una domenica mattina piena di sole e brezza quasi odorosa di mare...
L'odore penetrante della brace su cui dei carciofi pieni di aglietto, pepe, sale e prezzemolo stanno rosolando riempiendo l'aria di quella nebbiolina odorosa...
Il giallo abbacinante dell'asfalto pieno di sole del dopo pranzo domenicale quando tutti sono a sonnecchiare sul divano o davanti la TV e tu lì per strada con la macchina che gironzoli in solitaria per il puro gusto di girovagare...
[Cloto]

Ascoltato da keroppa il 05/03/2007 - eus voci, 81020 la strada, stagioni diverse - commenti (12)





Eucatastrofe (n'àta vòta!)


NEVICAAAAAAH !


Ascoltato da keroppa il 25/01/2007 - stagioni diverse, 33170 il porto - commenti (11)





In(ter)sistere

Uscire di casa senza recapito
e chiudersi alle spalle
la porta grigio cieco
del caìgo.

Ascoltato da keroppa il 19/01/2007 - stagioni diverse, 33170 il porto - commenti





 Seduta sotto una loggia dal soffitto di legno con le luci gialle che si accendono al calare del giorno e le chiappe su una lastra di pietra fredda - ma non troppo - ascolto.
 La pioggia sottile che satura l'aria, lo sguardo di Ercole fisso in questa direzione da trecento anni, le ciàcole delle tre signore là, davanti allo scalone, e ancora la pioggia sottile, ssssssssssss, così fa, sotto sotto, infilandosi sotto la pelle di tutti i suoni, e quei bimbi che hanno gli ombrelli più belli di tutti, la musica che viene dal caffè dietro l'angolo, e ancora la pioggia, e insieme alla pioggia una voce che pure viene giù così bassa e sottile che a momenti si fa fatica a distinguerla dall'umidità, dalla piazza, dal resto. Cade la voce, cade la pioggia, cadono rumori e colori in quest'aria piena d'acqua in cui si disegnano in trasparenza le linee di forza della gravità che ci tiene, ci trattiene qui seduti, spinge verso il basso tutto, tutto, la loggia, la piazza, la pioggia, le voci, tutto, tutto questo che cade, gocciola, filtra nella terra delle mani delle orecchie degli occhi e scende, si deposita e prende posto dove vuole, nel caldoghiaccio della terra d'autunno che presto inzierà a gelare in superficie per poi continuare il suo segreto lavorìo di viscere durante l'inverno. Perché è autunno, dopo tutto, di nuovo, e con la benedizione del dio distante bisogna lasciare aperte le porte orizzontali delle dispense.
Senza bisogno di dire nulla: la gravità, la pioggia, le voci faranno il resto.


Ascoltato da keroppa il 24/10/2006 - eus voci, i soci, stagioni diverse - commenti (14)





Eppure (ovvero: mobbàsta)

<<Qui è tutto come intensificato, questione di scala probabilmente, di rapporti interni. La forma dei rumori e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può più rifare con le parole>>.

[Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, 1963]


La quinta - e ultima - volta che sto a guardarla prima di lasciare che mi porti via senza farle più domande inutili è... un elenco.

E' una mattina di metà maggio, sono tornata a casa da qualche giorno e sto aspettando il C1R alla fermata della Rotonda di San Nicola la Strada per andare all'università. In spalla ho una borsa che pesa un accidenti, la pensilina della fermata si è trasformata in un forno di ferro arrugginito sotto il sole, l'asfalto scotta e ad aspettare il pullmanblù ci siamo io, una corpulenta signora con un passeggino nel quale non si capisce se ci sia un pupo o meno, due rom piuttosto in avanti con gli anni che stanno seduti sul muretto fumando una sigaretta dietro l'altra senza parlare, e un ragazzo tunisino che lavora al semaforo del centro commerciale un chilometro più avanti, che conosco per via di un simpatico episodio di qualche mese fa in cui ci capitò di scambiare due parole e scoprire che entrambi si parlava il francese. Ci salutiamo, chiacchieriamo un po' del caldo, dei libri che ho con me, di suo figlio che ha sette anni e sta in Tunisia e al quale piacciono ancora, dice lui, le fiabe. Come se non riuscisse a spiegarselo. Le chiacchiere vengono però interrotte dall'arrivo del suo autobus, e io non ho il tempo di chiedergli quali fiabe piacciano al suo bimbo. Tchao, e bbòna jurnata!
Io, invece, ne ho ancora per un po'. Il mio è in ritardo già di un quarto d'ora e, conoscendo la linea, devo concludere che è saltata la corsa. 'ccidenti. Sotto la pensilina non si resiste, sotto il sole ancora meno, ma se mi allontano per spostarmi sotto gli alberi della Rotonda rischio di mancare l'autobus, cosa che non posso permettermi. Resto dove sono, allora, e con la calotta cranica ormai in fiamme penso a quanto mi sembrano lontani nello spazio e nel tempo il Tagliamento, quella strana primavera che fa sssssss, e quel paio di pedali che dovevo tenere en soferénsa. Eppure, non è passata nemmeno una settimana. Eppure, com'è diverso il mondo di qui e . Eppure guarda qua, in effetti il verde è un po' diverso. Eppure a terra, ai lati delle strade, qua c'è polvere e là c'erano pallini di polline di pioppo. Eppure, i papaveri sono gli stessi. E le lucertole pure...

... sulle lucertole tiro fuori dalla borsa il quadernino blu e la penna, in un gesto quasi automatico. L'elenco viene giù da solo.

Primavera

Che è pure brutto, eppure... eppure dice esattamente quello che intendo. Niente di più, né di meno. Per una volta. Pure che stong' schiattann' 'e càur', e che l'esistenza del ciunoerre è diventata una specie di atto di fede. Che in fondo, sul fondo di tutta questa giornata che deve ancora iniziare c'è l'immagine della linea d'un orizzonte, il rumore di un battito d'ali e quello della marea. E che alcune cose le capisco solo quando sto qua e là. Perché intorno a quella linea tirata con il righello danzano due strade, che divergono l'una dall'altra e pure di tanto in tanto si incrociano, si sfiorano, si toccano, si intrecciano e poi di nuovo si allontanano, pur senza mai abbandonare del tutto la linea che - come dire? - le sostiene, forse, e che le salva dal non significare niente (per me), allo stesso modo in cui il bastone di Hermes salvò i serpenti del Caduceo dal divorarsi a vicenda e distruggersi. Solo che, come disse lui, non so se si può rifare con le parole.

Ascoltato da keroppa il 27/06/2006 - eus voci, 81020 la strada, stagioni diverse - commenti (6)





Graziemille (compl. di term.: il biciclettaro). Oppure: ciao, elicottero!

La quarta volta, invece, è fatta. Lei spalanca le braccia, belle carnose e paffute, e io imbocco l'abbraccio come un'auto in corsa la galleria della tangenziale tra Fuorigrotta e Agnano - nelle domeniche d'inverno, però, quando è deserta e il tramonto sui Campi Flegrei è una sola, enorme, densa colata di oro zecchino.

Sono le due del pomeriggio del tre maggio, ho pranzato presto perché così, mi dico, vado a fare un giretto in bici visto che lui è al lavoro, io sono da sola, tra qualche giorno riparto e non me ne tiene di studiare perché la giornata fuori è bella, calda e asciutta. Chiama, insomma, e c'ho 'sto nodo nelle viscere di cui mi devo dimenticare per un po', giusto il tempo di riprendere un po' di energie.

[Viscere, eh, vi-sce-re. 'Sta parola non piace a nessuno, ma che cazzo, eppure ce le abbiamo tutti, le viscere... o i visceri, ché so' maschi pure da me - ma che c'avranno, che non va, 'sti benedetti stentìni? Se non la finisci ti metto 'e st'ntin' a tracolla, diceva Susi quando la facevamo arrabbiare, e io ridevo per ore]

Allora mi piglio una bottiglia d'acqua, la ficco nella bisaccia insieme a una felpa, ché non si sa mai, e mi avvio... sì, ma dove? Non ci ho ancora pensato. Boh, mo' me ne vado per via Nuova di Corva, che dove finisce fuori Pordenone non l'ho ancora visto mai. Che poi a un certo punto non è più via Nuova di Corva ma la statale 251, e all'improvviso aumentano macchine e mezzi pesanti, non ha più la spalla e le carrozzerie altrui rischiano mi farmi la ceretta ad ogni sorpasso. Dieci minuti che sono in cammino e già mi sento un 'ntecchia in pericolo? Andiamo bene.
In direzione di Tiezzo, dopo l'emmezzeta e una luuuuuunga curva che mi fa jettà 'o sang' per quanto vicino mi sfrecciano le auto di passaggio, supero il ponte su un fiume che credo sia ancora il Noncello ma che qui c'ha un letto che non gli riconosco, tutto marrone, che sembra scavato nell'argilla. Subito dopo il ponte scorgo un'indicazione per Fiume Veneto che indica, per l'appunto, una piccola strada laterale che sembra sparire nella campagna... l'istinto di conservazione la vince, e svicolo in tutta fretta e tutto a mancina, come dicevano gli antichi, per questo Vallon (come lo chiama un cartello) che attraversa la frazione di Corva.

[e dove poteva finire mai, in effetti, una strada che si chiama via Nuova di Corva?]

Sorrido. E' deserta, la via, e attraversa un lungo tratto di campagna dove ai lati della strada ci sono campi lasciati a maggese e altri messi a grano e mais, e piccoli canali in cui gracidano forte rane che non si vedono. Incrocio ad un certo punto un cavalcavia della Pontebbana, e dopo poco entro nel centro abitato di Fiume Veneto. In lontananza, alla mia sinistra, vedo il cinema dove ogni tanto andiamo, e l'enorme traliccio dell'alta tensione che gli sta accanto. Nel centro passo un ponte su un fiume che non so come si chiama e mi fermo al rosso di un semaforo approfittando per scegliere quale strada prendere. Tra le varie, mi lascio convincere senza un particolare motivo dalla freccia San Vito al T. 12.
Scatta il verde, e riprendo a pedalare. Il motivo c'è, naturalmente, ma io ho la testa troppo vuota, in questo momento, per accorgermene, ridotto com'è a niente più che un'eco, che arriva... boh, ma che ne so da dove arriva?

[Tagliamento, Tagliamento, acqua, Tagliamento, fiumetagliamento, acqua, acqua, fiume, Tagliamento... che poi non lo so, non lo so... non è vero che non lo so, quasi mai è vero che non lo so, quando parlo di qualcosa che mi sta dentro, e però quando dico non lo so è che in realtà intendo: non lo so dire, perdonami se non lo so dire.]

Santiddio, se vado avanti così oggi mi ci faccio un nodo scorsoio, co' 'e st'ntini, come li chiamava Susi, così, che per capire come lo diceva anche la e devi elidere, sennò non si sente bene quando lo leggi. E allora, dico, che per togliermi dalla testa certe cose devo pedalare. Pedala, scema. Pedala. Muoviti.

C'aveva ragione il biciclettaro, cazzo, che 'sta strada è fatta, sì, di un po' de soferénsa, e cavolo se non gli voglio bene, adesso, a quel tizio con la faccia quadrata, per avermi dato questo, questa strada, tutti questi chilometri e tutta questa terra da percorrere, che è la sua ma me l'ha regalata sorridendo il giorno in cui mi ha indicato sulla mappa le piste, le strade dove poter portare a soffrire questa bici che c'ha il cambio che si inceppa - e insieme alla bici anche il mio cuore, i miei polmoni, le mie gambe e la mia testa che pure si inceppano, qualche volta, e nel passare da un terreno all'altro o una pendenza all'altra non rispondono più ai comandi.

[Da Fiume a Bannìa, passi sóto el campanìl e poi ti me piega a sinistra. Xe un par de chilometri, ti te trova un incrocio grande - ma grande - e te prendi a destra, e da lì in poi xe tuta strada dritta e pista ciclabile, no te rompi i bài nissuni, no te trovi nianca una macchina... solo poco prima de San Vito finisce, ma ormai te gavarà rivà se te vol vedere il paese... sennò, te torni 'n drìo]

Ma io ci vado, a San vito, non ci torno indietro, ecco. Il cielo è di un blu surreale, oggi, c'è vento e si sta una meraviglia, no che non ci torno. Eh, ma com'è bella 'sta campagna, però... e 'sta  primavera... così diversa dalla mia... da dove la piglieranno tutta quest'erba, tutto questo ondeggiare al vento, così soffice, così... erboso. E' così erbosa, ecco, la primavera, qui... proprio così morbida, come la parola erbosa che c'ha tutta la primavera firulana dentro... e e r che sono gli steli sottili, b e o che sono il morbidume, e s che è il rumore che il vento fa su tutta quest'erba... sssssssssssss..... ssssssssss....

A casa mia, invece, la primavera è un'altra, è di un'allegria più prepotente, ché quando il caldo prosciuga l'aria...

[prosciuga, eh, qui asciuga e a casa mia prosciuga]

... le strade si fanno polverose e le ginestre esplodono, e - da invisibili chiome di nudi ramoscelli  verdognoli o marroni che erano fino a un mese prima - all'improvviso sulle colline fanno scoppiare la guerra di primavera, ché si mettono tutte a tirar fuori fiori con detonazioni da bomba a mano, eh, bombe a mano di giallo che scoppiano ovunque, e negli angoli liberi lasciati da quel giallo qualcosa d'altro ci prova pure, a fiorire, e gli arbusti di macchia, che so, quelli che le nonne da noi chiamano 'e 'mbrellini pure spuntano da tutte le parti insieme ai rovi e al forasacco, che è un casino e nel giro di un mese di primavera non ci si capisce più niente. Che poi, visto che è di macchia, è spinosa la primavera di casa mia, perché sono le piante pioniere le prime ad accorgersi del sole, loro che per inclinazione naturale sono così eliofile, e sì che sembrano delle sciantose che fanno a gara a chi si mette prima il vestitino cchiù bbello, mentre invece stanno solo cantando la sveglia per quelli più lenti che stanno dentro il bosco e che, più anziani, ci mettono più tempo a carburare. Sono i primi scoppi del motore del risveglio della macchia mediterranea, loro, gli arbusti, quelli sprùcidi, che hanno le spine solo perché sono più bassi e devono difendersi in qualche modo, ma che in realtà sono la fanteria di un esercito che si sveglia per rimboccarsi le maniche e andare all'assalto della stagione calda che gli permetterà di sopravvivere - sempre che la Stagione Calda non faccia la stronza più del dovuto.

Ecco che cos'era, che di questa primavera non capivo. Ecco.
Erba, in luogo di spine. Questa è gentile, quell'altra è sfacciata. Questa xe calma, chell' è nu burdell'. E sono belle uguale. E anzi, quella friulana mi cura quest'anno con il balsamo del suo silenzio, ed è un silenzio senza il quale forse non saprei come affrontare la festa, il casino della primavera di casa mia. Ho il tempo di pedalare e stare in silenzio, in mezzo a quest'erba senza spigoli, tutta tarassaco e polline di pioppo, a recuperare energie e parole per quando sarà il momento di tornare alla polvere, alle bombe a mano di giallo e all'asfalto che ti scotta i piedi anche attraverso le suole delle scarpe. E pedala, mo', che siamo quasi arrivati. Quello laggiù non è il campanile il San Vito al Tagliamento? Pedala, su.

Poche macchine, molti mezzi pesanti. L'ultimo tratto pare piano ma non lo è e, cavolo, sudo i liquidi corporei fino all'ultima molecola. Ma sono arrivata...

[... mh, ovèro? E dove? Era veramente qua che volevi venire?]

... be', uhm...boh. Entro dalla porta occidentale della città, passando per la via del Tramonto, e dopo un paio di svolte supero le mura e mi ritrovo sotto il campanile di Piazza del Popolo. Ci sono già stata altre volte, ma questa è la prima che ci arrivo così, con il vento nelle orecchie e il naso all'insù. Sono le tre e un quarto, secondo l'autorevole campanile, e sento che non ho ancora smaltito la pasta e ceci che con tanto amore mi sono preparata a pranzo. Che faccio adesso? Poiché il sole picchia forte, mi fermo su un lato della strada in ombra un poco più avanti per raffreddarmi un po' e bere. Fin qui avrò fatto sì e no una trentina di chilometri, e non è che abbia esattamente idea di quale strada abbia fatto: le indicazioni del biciclettaro me le ricordavo, ma per la posizione sulla mappa non ci metterei la mano sul fuoco. Penso che mi ci vorrebbe una cartina, allora, anche perché il paese si chiama sì San Vito al Tagliamento, ma il fiume non si vede da nessuna parte. Là c'è un tabaccaio, entro a vedere e trovo delle mappe abbastanza  dettagliate della zona. Ne compro una e faccio per aprirla, ma poi mi accorgo che il negoziante sta sbirciando con un sorriso la bici che ho lasciato accanto all'ingresso... senza pensarci su, allora, lascio stare la cartina e gli chiedo: "scusi, non è che saprebbe dirmi come si arriva al fiume, da qui?".

"Oooooooh, signorina", mi fa illuminandosi tutto, "eh be', glielo stavo per chiedere io se non le servissero indicazioni, ma certo, ma certo che lo so... guardi, esce dalle mura, qui a destra, e segue la strada che inizia qui di fronte fino al campanile del santuario. Poi trova le indicazioni per Rosa di San Vito, le segue, dovrà quindi a un certo punto girare a destra... saranno un paio di chilometri, poi non lasci più la strada e vedrà che si ritrova direttamente in acqua!".
Ride, lui, e rido anch'io. Non ho mai capito perché, ma qui a chiedere informazioni sempre così si finisce, con grandi sorrisi e tanti graziemille e buonaggiornata, roba che uno quasi quasi si sente un po' meno forestiero, certe volte. Boh.
Comunque, seguo pari pari le indicazioni del tabaccaio e arrivo alla fine di Rosa di San Vito... che, enorme santuario a parte, è una frazioncina piccola piccola, poche case e una sola strada che a un certo punto sale un po' e poi finisce: all'incrocio di due sentieri sterrati l'asfalto di interrompe e il cartello "riserva fluviale Tagliamento" mi avvisa che il Tagliamento è anche mio e che se mi comporto bene con lui, lui si comporterà bene con me.
Be', mi sembra sensato. Solo che adesso non so quale dei due sentieri prendere. Sono lì che sto per prendere la cartina quando da dietro la curva di una delle due stradine sbucano due ragazzi in sella a dei cavalli di una bellezza sconcertante, due bai che quando mi passano accanto mi fanno sentire piccola piccola come un verme delle pere. Mi faccio coraggio, e chiedo ai ragazzi come si arriva all'argine del fiume.

[lo vedi che era da un'altra parte che volevi andare?]

Mi dicono di seguire la strada da cui sono venuti loro, e mi ci ritroverò dopo poco. Saluto, ringrazio e loro mi augurano una buona pedalata. Buona pedalata? Ma non ero arrivata? Non ci dovevo cadere, dentro il fiume, dopo Rosa di San Vito? Uhm.
Poi giro la curva, e capisco. Buona pedalata, e certo... se neanche si vede dove finisce, la strada!

Vabbuo', ma ormai sono arrivata fin qui... che faccio, torno indietro?

[... acqua, Tagliamento, fiumetagliamento, acqua, acqua, fiume, Tagliamento...]

Uhm. No. Se torno me ne pento, già lo so. Andiamo, va, quanto mai potrà mai essere lunga in fin dei conti?

Eh. Boh. Non lo so, quanto è lunga, ma pedalo per una buona mezz'ora e passo campi, campi e ancora campi, poi due cave di ghiaia e una pista di volo per aeromodelli prima di arrivare ad un incrocio con un sentiero che si infila dentro un muro di alberi. Poiché mi sono scocciata di andare dritto e mi sa che il fiume è vicino, giro a destra e chissenefrega. La curva è stretta, e per un attimo sotto gli alberi si fa buio... poi passo un ponticello con il fondo in ferro e la stradina finisce, alzo gli occhi ed ecco, sì, adesso sì che sono arrivata.

Ci sono, alla fine. Era qui, era qui.

[Che cosa, era qui?]

 Niente, niente, era qui che c'era il fiume, ed è qui che sto io, adesso. Tutto qui, tutto qui.
Tutto.
Qui.

Non c'è anima viva, e all'improvviso sono felice come una bimba, mi tolgo le scarpe, faccio qualche passo nell'acqua gelida, poi torno, passeggio sul greto, su un tratto di fango trovo le tracce di qualcuno che era forse allegro come lo sono io adesso e il dio-fiume, dice lui, fa dispetti a chi ne vìola il greto e mi sfila una scarpa lasciandomi per qualche secondo in bilico su un piede solo, mentre tento di non scivolare e recuperarla dalla poltiglia in cui si è arenata. Alla fine mi calmo, mi siedo vicino all'acqua e ci resto. Sono sulla sponda destra, e alla mia sinistra, in lontananza, si vedono passare treni su un ponte della ferrovia che attraversa il fiume e su, in alto si sente passare ogni tanto un elicottero. Sono i Mangusta del 49° di di Casarsa...

[Well at least this time you were right, and you had the good sense to give up, yeah, when others there might of hung in, so just nobody touch me. I know what I'm doing. (...) There's another one flying tonight, and I hope it don't make it... I know what we're doing...]

... e allora quello lì è il Ponte della Delizia. Uh, ho recuperato un punto di riferimento. So dove sono, adesso. Se so dove sono ci posso anche restare, allora. Resto, mi dico, ecco, mo' mi sto proprio qua.

[seeeee, vabbuo'...]

Be', almeno per un poco, visto che sono arrivata fin qui. Ciao elicottero!

[Hello helicopter!]

Mi distendo, e offro la schiena al massacro delle pietre del greto in cambio dell'ospitalità. Poi ne prendo qualcuna da portare a casa, ce ne sono di molto belle... una la porto a lei e le chiedo se me la dipinge... queste le porto a lui che per primo mi ha parlato del Tagliamento... questa che sembra una piccola luna piena me la tengo. Però... sono un po' stanca. Sono stanca, ecco, gli dico al fiume.

Hai pedalato troppo, forse.

Ma non fuori... dentro, dico.

E sarà l'inverno appena passato, allora.

Può essere.

Gli inverni sono sempre lunghi, e freddi, e qualche volta difficili. E voi siete un po' così.

Già.

Senti, ma sei venuta fin qui solo per dire che sei stanca?

Be'... sì.

E allora?

No, è che devo prendere una decisione. Solo che non ci riesco, e mi sa che è proprio perché sono troppo stanca.

Ah, ho capito. Va be', fatti un bagno, allora.

Eh?

Fatti un bagno. Lasciala qua.

...

La stanchezza, non la decisione.

Ah.

Eh. Però resta qua vicino, ché più in là l'acqua è troppo fredda e la corrente troppo forte.

... ma tu sei sicuro che è una buona idea?

Non c'ho la prova scritta, se è questo che vuoi sapere. Però fate così da millenni, voi.

...

...

Dici che quattro ore bastano per digerire una pasta e ceci?

Ti vuoi ritrovare a mare, di' la verità...

Vabbuo', ho capito.

Meno male.

Grazie.

Prego.

Oh, ma te l'hanno mai detto che sei antipatico?

E' un complimento, vero?

...

...

Va be', allora io...

Accomodati.

Grazie.

E prego. Poi però levati di torno. Parli troppo, tu. Proprio qua che non ce n'è bisogno.







[OSI, Hello helicopter!, 2003]

Ascoltato da keroppa il 17/06/2006 - idioma o idiozia, eus voci, post a pedali, stagioni diverse, 33170 il porto - commenti (7)





Machennesò (sogg. sott.: primavera)

La terza volta che la incontro non è che un attimo. Ed è una cosa che non ho mai visto prima in tutta la mia vita.
 Succede in un primo maggio inondato di un sole che finalmente scotta, scotta, e di nuovo a Sacile. Dove lo stesso sole sembra aver scottato e messo in fuga ogni forma di vita animale. Come intrusi, sudati e troppo vivi arriviamo in un paese che ha il respiro dilatato - se respira - del ritmo delle prime cicale della stagione, che però già sembrano stanche per come friniscono lente, lente, lente...
C'è un piccolo parco verde, in paese, incastrato in una curva della Livenza, che non avevamo mai visto prima. Ci finiamo per caso, pedalando piano e in silenzio, ché la nostra voce e il ticchettìo della catena sulle corone suonano improvvisamente come un fracasso, proprio così, come f e r e c e a e s e o troppo forti, fuori posto, quasi maleducati, nemmeno si stia correndo il rischio di svegliare qualcuno, qualcosa, ma che ne so.
Zitti zitti scivoliamo sulle strade, allora, prendendo vicoli a caso, finché non passiamo un ponte dopo il quale si apre un lago verde, di erbaacquasalici, tutto mischiato, tutto mischiato ché non si capisce dove finisca una cosa e inizi l'altra - e perché poi dovrebbero essere separate, in fin dei conti.
Poi, è un attimo. Faccio un passo verso la riva, dove lo spazio è trafitto da lance di luce che fendono le chiome dei salici, e vedo uno, due, poi dieci, poi una nebulosa di minuscoli batuffoli bianchi che danzano leggeri sull'acqua. Alzo lo sguardo - ché prima mi guardavo i piedi per non incappare in qualche punto fangoso - e tutta l'aria ne è piena, tutta, e qui davanti non scorre più un fiume di acqua verde, bensì di piccoli pollini che vengono giù fitti come neve, come grandine però leggera, come ovatta o che ne so, ma no, ma no, vengono giù come pollini e basta, come solo i pollini di decine e decine di salici che decidono di mettersi a piangere tutti insieme nello stesso momento possono venir giù e basta, e basta.
E cadono, poi, non è che sono così leggeri da restare sospesi per molto, sull'acqua e nell'aria si appoggiano e poi scivolano, e vanno verso il basso, bianchi ma neanche tanto, e ad ondate vanno, e calano, si posano, e fanno il fiume opaco, una striscia opaca in mezzo ad un verde che scintilla di sole in un trionfo di gravità.

E, di nuovo, quella sensazione. Che fa girare la testa, e che spaventa.

Non mi basterebbe tutto il tempo del mondo, mi ascolto dire ancora una volta ad alta voce. No, non mi basterebbe.

'
aspita, che monotona.

-continua-

Ascoltato da keroppa il 05/06/2006 - solipsismi, post a pedali, stagioni diverse, 33170 il porto - commenti (2)





Nonlosò (sogg. sott.: primavera)

And we both know that no one's going to win
when the walls come crashing in.


Tic. Tic-tic, tic. Tic-tic-tic.

 La seconda volta è lei a venirmi incontro, gentile, con piccoli gesti, brevi, lievi e traditori. Stiamo pedalando insieme, lui e io, verso Sacile, è domenica mattina, la Pontebbana è più che deserta, la testa mi si è riempita del fruscìo dell'aria che strofina le orecchie in corsa mentre sono tutta presa e tesa ad ascoltare ogni spasmo della corona anteriore, che è quella che ultimamente sempre più spesso singhiozza, sferraglia, chiede aiuto. Sono lì che gioco con i rapporti più lunghi, quando tic, tic, tic... tic... ma non è la catena che sfiora il carrello a ridosso della penultima marcia, come avevo frettolosamente pensato all'inizio. E cosa, allora? Sempre quello. 'ccidenti.

 Verso Fontanafredda, sulla strada compare un cancello... grande, di ferro battuto, ai cui lati c'è niente più che un accenno di muro di cinta, in pietra. Sembra piovuto lì dal cielo, così, a fare la guardia all'enorme campo che si stende, si apre al di là della strada in tutte le direzioni visibili, verde e quieto, e la sola cosa a far pensare che abbia un passato sono la ruggine che lo ricopre e la stradina sterrata che inizia alle sue spalle, attraversa il campo e si interrompe dopo poco senza portare apparentemente da nessuna parte. 'St'aria è così asciutta, mi dico, quando lo sguardo mi cade su una macchia bianca sul ciglio della strada, alla mia destra, che non faccio però in tempo a mettere a fuoco ("su, mo' vai ad annaffiare le aiuole ché nonna ci aspetta a tavola...").

- "Ue', che mormori?"
- "Mh?"
- "Stavi dicendo qualcosa"
- "No... cioè... no, va be', non me ne sono accorta... ero sovrappensiero forse..."
- "A cosa pensavi?"
- "Non lo so... al nonno, credo..."
- "Come mai...?"
- "Non lo so".

Sorride, mentre continuiamo a pedalare. E' bello, un sorriso in risposta a un non lo so: fa sentire un po' scemi, penso, eppure profondamente rispettati. Dopo Fontanafredda le case si fanno più rade e la strada tutta incroci, semafori, canali. E qualche bar. Il sole scalda, il vento si lascia fendere.
Arriviamo a Sacile che è quasi mezzogiorno, e all'ingresso del paese si scorgono colori, gente, il bianco di qualche tendone da mercato. Non lo sapevamo, ma oggi c'è la Sagra dei Osei e le strade sono tutte un cinguettare, squittire, scintillare di bicchieri di vino che al sole lanciano riflessi pagliaviolaverdi su fettine di pane e formaggi e salumi... ci sono voci, di uomini e bambini, altre biciclette, braccia nude che godono delle prime giornate calde della stagione, e d'un tratto mi accorgo che i muscoli della faccia mi si sono disposti a comporre un sorriso senza passare a chiedere il permesso alla sede centrale. Lì dietro, al cervelletto, devono essersi ammutinati e aver preso una qualche iniziativa, perché non riesco a smettere. Tic. Tic.

[I'm the man in your closet, I'm the ghost beneath your bed
I'm buried in the thoughts that sting the back of your head...]

Una folata di vento che sa di terra grassa e aratura mi investe mentre, in un vicoletto del centro storico dove le rondini sfrecciano in un elegante avanti-e-'n-drìo tra i loro nidi sotto i tetti e il fiume poco distante, sto scegliendo qualche libro usato su una bancarella ("i buchi devi farli tutti alla stessa distanza... se crescono troppo vicine poi se sturzéllano, s'abbòccano e poi cadono..."), e sulle sue ali arriva qualcosa che conosco, dolce, dolce...

[... and you're gone... and everybody knows you're gone...]

...così dolce che fa quasi male. Arriva, è un'onda, è l'onda, l'onda di tutte le stagioni che passano e sempre ritornano, arriva, è dolce e feroce e mi sorprende così, senza difese mentre mi rivedo, li rivedo, rivedo tutto e mi rendo conto che questo inverno lungo e difficile è passato, è passato, è finito, la luce è tornata anche se tutto è cambiato, tante cose sono andate e altre sono venute, fuori e dentro, e anche se non c'è odore di mare nell'aria non fa niente, questa primavera non è uguale a quelle che ho vissuto fino a ora eppure non importa, qualcosa c'è che pure arriva, a onde, a onde, c'è 'st'odore di terra che è lo stesso di quando piantavamo il mais, e allora qui o là non fa differenza, le forme sono diverse ma i colori sono gli stessi, e tutto torna ugualmente, insieme a vocisuonieunacanzone...

[... nothing's changed, it stays the same...]

... in sella a due bici che scivolano sulle strade sospinte dalla stessa corrente, che sostano per il pranzo accanto ad un tavolaccio di legno, sotto un campanile, all'ombra di un ombrellone bianco, mentre lui sorride, sorride, perché sa che sto ricordando e questa primavera mi sta aprendo come un fiore mentre la strada si allunga, non finisce e pure non resta mai la stessa, attraversa primavere e stagioni altre e non c'è niente altro da fare se non andare, ché 'sta strada ci sono giorni che si fa acqua, e corrente, e non c'è motivo - perché non c'è quasi mai motivo - di resisterle, ma perché mai si dovrebbe poi? Non lo so.
E punto.
Punto.
Fermo.
Oh.

[... and you'll stay gone when nothing else has changed....]

Non lo so. Prima era stato un sorriso, adesso è un punto che, dopo un altro nonlosò, mi risveglia da pensieri che non so più se sono visioni o parole o cos'altro. Mi ritrovo con un libro in mano, ingiallito di tempo e di abbandono, che compro senza nemmeno leggerne il titolo. Resterà qualcosa tra queste pagine macchiate e già lette da qualcun altro, forse? - forse, forse, penso, e già mi rivedo a guardarlo sul ripiano della libreria e a pensare: quello è il libro che avevo in mano quel giorno a Sacile quando all'improvviso - per via del vento pieno di odoricolorirondini - nell'abbraccio di una stagione diversa mi sono sentita, per una volta, a casa.

[Gone... and you'll stay gone... while everything remains.]

[Gazpacho, Ghost, 2003]

-continua-

Ascoltato da keroppa il 23/05/2006 - eus voci, i soci, post a pedali, stagioni diverse, 33170 il porto - commenti (4)





Anchesé

  E' sulla strada di questa soferénsa prescritta dal sapiente biciclettaro con orecchio da musico a quest'ignaro ciclo strìaco da poco acquistato di seconda mano da una signora in dolce attesa che prevede di non farne più uso, che vado incontro alla primavera di quest'anno, che poi è la mia prima primavera friulana in assoluto. "Aprile non è un mese per tutte le stagioni", diceva del resto qualcuno, bisognerà pur prenderne atto in qualche modo. L'indicativo presente andrà bene, suppongo... purché sia a pedali, però. Su due ruote non sarebbe la stessa cosa. No... i pedali, ci vogliono.

  Il primo giorno che vado a sbatterle addosso con la leggiadrìa che è propria della mia allure da pompa di benzina è un giovedì della seconda metà di aprile. Caldo. Molto caldo. Decisamente troppo, per me che stamattina ho deciso cosa indossare per uscire senza di aver messo nemmeno un dito fuori dalla finestra: pantaloni lunghi (neri), t-shirt (arancione) sepolta sotto una pesante felpa (nera) con il cappuccio. E' che fino a ieri, pioggia e vento. Oggi c'è il sole, ma l'aria sarà forse ancora fresca.
  Seee. Ma quando mai.
"Primo giorno di sole? Muori, deficiente d'una ciclista improvvisata, così impari, la prossima volta, ad imprecare quando ti mando giù l'acqua che ti serve per sopravvivere". Oh, ma 'sto cielo stamattina si esprime con lo stesso sarcasmo di qualcuno che conosco. Ma comunque.
Parto, e mi avvio in direzione dell'IperStanda di Porcìa (quella del barattolo di Nutella di UnaBomber, per intenderci), nei pressi della quale il biciclettaro mi ha segnalato l'inizio di una pista ciclabile che arriva fino ad Aviano, passando per Roveredo in Piano e per lunghi tratti di aperta campagna. "No te trovi nissuni e te provi la bici per ben, che là no ghe xe casino". Agli ordini.
Per arrivarci, però, devo attraversare la città da sud a nord, e poiché preferisco evitare i tratti molto trafficati, decido di passare per la zona ovest, che conosco ancora poco, prendendo una strada che ho percorso altre volte, anche se in auto e in senso contrario. Per raggiungere e poi attraversare la Pontebbana, allora, passo la zona nei dintorni del lago Burida: sono le due e in giro non c'è anima viva, zanzare e moscerini a parte... e meno male, perché con questa temperatura ho preso in viso un colorito che fa pendant con l'arancione-evidenziatore della maglietta nascosta sotto la felpa e insomma, non è che sia propriamente un bel vedere. Del resto continuo a dirmi che fra poco uscirò dal centro abitato, e che nei campi il vento mi raffredderà un poco... 
"Seeeee", sento un vocina dire da qualche parte, non so se dentro o fuori, "ma quando mai. Devo ripertertelo? Guarda, quasi quasi mi imbarazzi". Umpf.
Passata l'IperStanda, però, qualcosa in effetti cambia. Non si alza un filo di vento - nun sia maje! - ma appena le ultime propaggini della zona industriale di Borgonuovo finiscono alle mie spalle è un mondo di aria, terra, sole e silenzio quello che mi si apre sotto gli occhi. E poi... quell'odore... umido... grasso... tiepido... tic, fa qualcosa nello stomaco. Tic, fa qualcosa, nella  gola. Tic, fa qualcosa dietro la nuca. Tic. Tic. Tic, tic, tic.
Scintille. E' 'st'odore che fa scintille sotto la pelle, troppo vicino alla valvola di sfogo delle riserve della Memoria del naso e delle dita. Mi fermo ai margini di un campo, prima di entrare a Roveredo, cercando di ignorare l'incombente pericolo. Mi raffreddo, tolgo la felpa, faccio un risvolto al pantalone fin sotto il ginocchio. Sembro una lavandaia, adesso, ma almeno il caldo mi opprime un po' meno. Da qualche parte, lontano, si lamenta una tortora e un trattore ronza, al lavoro. Anche qui non passa, non si vede e non si sente anima viva. Mi sdraio sull'erba ad ascoltare, in quello che ho intorno, qualcosa che non ricordo più quand'è stata l'ultima volta che. E il sole brucia, sulla pelle delle braccia e delle ginocchia che vedono il sole per la prima volta in sei mesi, e ha un profumo che conosco anche se, anche se... anchese... anchesé...

Riparto, dopo un po', quando la calotta cranica mi è diventata calda come un ferro da stiro, e mi fermo a Roveredo a chiedere un bicchier d'acqua in un bar, che poi mi fanno pagare. Ci resto male, torno in sella e penso di arrivare fino ad Aviano a guardare i decolli delle missioni pomeridiane, ma dalla cima del Col Grande si fanno strada veloci verso la pianura grossi nuvoloni che minacciano tempesta.
Poiché l'esperienza mi insegna che dai temporali di maestrale è meglio stare alla larga, potendo, decido di tornare verso casa... mentre in men che non si dica il vento si alza rabbioso e un muro grigio inghiotte il sole e riempie la campagna di un'aria pesante e carica di elettricità. Volo via verso casa che il temporale è appena arrivato ai piedi delle montagne... questa volta sono salva, anche se quell'odore non ha avuto il tempo di, anche se non sono riuscita a ricordare quando è stato che.
Le rondini mi portano via i pensieri ad ogni incertezza, ad ogni pausa, ad ogni punto di sospensione che mi lascio scappare. Non riesco (la bici ha detto che poi) più a finirne (quanto mi) nemmeno (già so' dieci) uno (e vavatténne!).

Ma che... eppure non mi pare.
Ma allora è primavera, forse.
E' aprile?
E' aprile, sì. Anche se.
Tic, tic. Tic-tic-tic.
'ccidenti.

- continua -

 

Eus

Così vengono chiamate in una valle nascosta nel cuore delle Dolomiti Friulane che si apre sotto il cielo come una profonda ferita sulla crosta, sul corpo della Terra. Eus: Voci. Voci che sono Lingua, Linguaggio, ma anche Geografia e Viaggio. Eus sono le Voci che, prima ancora di capirle, riesci ad intendere. Straniere? Forse. 'Altre', magari. Idiomi, più probabilmente. Sistemi di misurazione. Ma anche no.

 


 

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