Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Sarrà 'sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va...
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega', ca nun se po' spiega'...
Vulesse ca stu cielo s'arapesse
pe' tutt' 'a gente ca nun tene niente,
scennesse l'acqua santa pe' terre addò nun chiove
e frutta, miele, pane e vino nuovo.
Vulesse ca chiuvesse, chiuvesse maccarune,
li prete de la via caso rattato,
la muntagna 'e Somma fosse carne arrustuta,
e tutta l'acqua 'e mare vino annevato...
Per non pensare, per non pensarti più almeno per un'ora ero andata incontro al temporale, sulla terra magra ad aspettare la pioggia che arrivava come un carrarmato a bordo del maestrale. Dove sei, accidentatté, ripetevo, dove sei, e subito dopo la curva ti ho visto, poco prima del ponte: vegliavi su un campo di grano ancora verde, solo, battuto dal vento ma ancora in piedi sulla terra curva e livida, senza fierezza ma in piedi, tenace sotto gli schiaffi carichi di elettricità dell'aria che ti piegava fino al suolo, dentro questa luce buia che ti aveva tolto ogni colore. Avevo cercato la pioggia per non pensarti, e sotto la pioggia ti ho ritrovato. E' stato un attimo, solo un attimo. Non ti spezzerà questa tempesta come non ti hanno spezzato tutte le altre, solo qualche ramo secco sarà spazzato via con un rumore secco di ossa che si spezzano ma dopo, più leggero, tornerai ad alzare lo sguardo sul mare verde che custodisci, che ascolti, sul quale le tue foglie cantano nel vento e che vedrai maturare ancora una volta, fino a che non sarà tempo di mietitura. Arrivava la pioggia e non volevo pensarti: inutile. Anche stavolta, come quell'altra, sotto il cielo ho sentito la tua voce cantare, la pancia sulla terra, il vento sulla schiena, a ottocento chilometri di distanza. Ti sento, resisti, canta più forte, canta sulle minacce dei tuoni che promettono grandine, canta più forte, più forte, resisti, canta più forte, più forte, più forte.
No, che poi quante cose ci stanno da sapere di un posto prima, durante e dopo che ci hai messo i piedi dentro. Case vecchie di sessant'anni, qua c'era il bagno e mo' ci sta uno stanzino, qua era tutt'una cosa mentre mo' c'è una cameretta e un bagno, quindi su questa parete ci puoi fare buchi senza problemi, su quell'altra statt'accòrta che ci sta il cement'armato. Sott'al finestrone ci stava la stufa al kerosene, e il disimpegno non era. Bello il disimpegno, ci so' momenti che è la parte della casa cui uno si sente più affine. Un minuscolo campo neutro tra una stanza e l'altra, che ci parliamo con una lingua che non è mia né tua ma ci capiamo, un po' a culo, come viene, mischiando le parole mie e tue invece di distribuirle unammé, unatté. Le lingue, i toni, le virgole, pure le parolacce, gli apostrofi, le cadenze non sono di nessuno. Casa mia non è solo casa mia, ma di chiunque voglia venirci, e ciò non toglie che io sia di qui.
Nessun posto è mio: sono io, semmai, che sono di un posto.
Ah, le d eufoniche non ti piacciono? Se solo sapessi dove sei in questo momento. La sola cosa che so è sei da qualche parte qui vicino. Vabbuo', mo' m'assètto e t'aspetto nel disimpegno, tanto sempre di qua devi passare.
A silhouette passing by in front of your eyes.
Someone walking through the crowd,
that's just her body, it's not her.
Just a reflection of a time that's lost.
Memories painted as the contours of
someone you once would have died for.
Sì.
Ti ho visto.
Ti vedo.
Stai dentro i nervi di una parola.
Ti sei messo al sicuro
così vicino
che non posso più raggiungerti.
Se non la smetti di fumare sostanze atte a stupire, comincerai a vedere cassonetti per la raccolta differenziata nel casertano.
Manuel Calavera
*
Agente di Viaggio Manuel Calavera
DDM - Filiale n°974
Trieste, Italia
Caro signor Manuele,
come vede i pusher qui sono così bravi che non solo piazzano quelli nuovi di pacca dopo aver bruciato quelli vecchi, ma li fanno venire anche in foto! Stupefacente davvero, no?
Mi stia bene!
Saluti e baci dalla Strada dalla sua affezionatissima
Non conosco nessuna nazione che assista così passivamente alla morte dei luoghi.
Paolo Rumiz
Ritrovarsi da soli. Come sempre, come ogni santissima volta che si tratta di questo.
E sbattere la porta - perché non ci si abitua mai, di' la verità - e andare lo stesso, accidenti, correre, correre, così, a testa bassa attraversare la città come un mulo arrabbiato, arrabbiato, sbuffando e sudando perché fa anche caldo, e....
... ehi!, ti sveglia una voce con un sorriso enorme, che spinge un passeggino blu. Ue', accort'! Alza quella testa, uagliunce', sennò vai a sbattere!
E alzarla, sì, la testa. E restarci. Così. Con gli occhi in alto. Di sasso.
Fra un paio d'ore si tornerà da soli, lo sai bene, sull'altro versante del reale, all'altro capo di questi ventotto chilometri di strada ferrata. Ma intanto, per niente più che un momento, sentir riemergere dal buio della rabbia che lo aveva soffocato quel... piccolo... se. Sempre quello, fragile e inutile. E riuscire, per quelle due lettere, a sorridere. Insieme a tutti, tutti quanti.
Dimmi un po', che roba è casa? No, è che passano gli anni e io qui dentro mi sento ancora così. E mi sembra così... ovvio. Naturale. Come se non potesse essere altrimenti. Ma se devo dire cos'è, non lo so dire...
(lei mi annusa la punta dell'indice, poi ci strofina un orecchio. Mi ricorda. Ma davvero si ricorda ancora di me?)
Mèo, fa.
(Intorno i rumori familiari, di sempre. Il frigorifero, il sibilo dell'ascensore nella tromba delle scale, il mormorio basso della tv che due stanze più in là che accompagna la sua giornata verso il sonno. Non è la casa in cui sono cresciuta, ma è ugualmente casa. Non è casa mia, ma è casa.
Guardo il soffito, ripenso alla giornata di oggi. E' stata una buona giornata. Piena di: un passettino, un altro, verso il giorno in cui; una Voce venuta da chissà dove, con gli occhi chiari e consumati forse per essere stati troppo a lungo spalancati su un baratro; e infine un riabbraccio, lungo, profondo, che ha però ha perso subito il ri-. E ora. Guardo le solite perdite sul soffitto, e... d'un tratto. E' una specie di... boh. Non lo so. Qualsiasi cosa sia è freddo, punge, pizzica, dalla punta dei piedi sale sulle ginocchia, poi monta alla pancia, e da lì, più lentamente, verso il cuore, e la gola, sotto il mento, serpeggia dietro gli occhi fino a farmi rizzare i capelli, e friggere la pelle. E' di fuori e di dentro, e...)
Mèo.
(Apro gli occhi. Ma che... dormivo, forse? Mi s'è seduta accanto all'orecchio sinistro, è così vicina che sento sulla tempia il calore delle sue costole. Guarda dritto, fisso, verso il muro oltre i piedi del letto. Il freddo è svanito.)
Eh? Che c'è, micia?
Mèo.
Mh, mmmmmh. Ma che stavamo dicendo?
Mèo.
Sì, giusto.
(Ma forse il punto è lo spazzolino. E sì, mi sa che è lo spazzolino. Ecco, ecco, è proprio questo, anzi. Precisamente questo. Quello spazzolino viola parcheggiato e ben protetto in quel cassetto, nel bagno. Casa. E i piedi a terra, nudi, che appena entri ce li metti subito facendo volare via le scarpe dopo una giornata passata a tessere come un ragno su e giù per il centro storico la tela delle cosedafare. E sopra il soppalco che sembra una tana, il tuo divano-letto a una piazza scarsa, con le tue lenzuola e la tua coperta, sempre la stessa, sempre la stessa di sempre, che quando te la tiri fin sopra le orecchie il tempo torna a parlarti in una lingua che conosci. Piano. Piano, piano, te ne prego. Parla piano.
E le parole che scorrono, a ondate che rombano irrequiete e fanno spuma in superficie e schizzano e si schiantano sulle sponde e risvegliano e ripuliscono dal non detto il greto del nostro fiume come una piena stagionale, questo fiume fatto di due sponde ma che poi è uno. Perché così è: di stagione, in stagione, in stagione, in stagione. E la piccola gatta che viene a svolazzarti intorno leggera come la fata di cui porta il nome, la micia che non fa miao ma mèo, che ispeziona tutti i tuoi effetti personali e poi viene ad annusarti fin sul naso per vedere se gli odori corrispondono, e se sei proprio la sua zia di tanto tempo fa. Ma sì che sono io, gatto, non ti ricordi? Non ti ricordi di quando di notte sognavo che qualcosa di grosso e pesante - un muro, una casa, una porta blindata - mi era caduto addosso, e invece eri solo tu che mi stavi comodamente dormendo stravaccata sui polmoni?
(Sono io, le dico. Lei inclina un po' il capino, ma continua a guardare sullo sconfinato spazio bianco oltre il velo della parete. Poi gira il musetto bianchennero di qua, e fa vibrare le belle vibrisse bianche (sorrido alla ridondanza, e lei fa uno sguardo sufficiente assai. Eh, c'ha ragione... ma cosa posso aspettarmi da una cosa che si chiama così...?).
Mèo, me-me. Mèo.
(E si allunga, e si accomoda in tutta tranquillità sulla spalliera del piccolo divano a fiori. Ricorda, allora.
Lei è uno di quei gatti che non si fanno accarezzare, un po' ipertesi, un po' che appena ti muovi più bruscamente di un pesce dentro un acquario lei fa la coda a spazzola e si teletrasporta sotto il letto al piano di sopra. Ma se ha detto mèo, allora ricorda. All'epoca due anni ci erano voluti, del resto, perché smettesse di essere terrorizzata dalla mia presenza in questa casa. Un altro anno per lasciarsi sfiorare e concedere - sciala, popolo! - le prime fusa. Rotto il ghiaccio, poi, va be', un rapporto tutto in discesa: diventare un dispenser di grattini sotto il muso, il tappetino personale o il fornitore di divertimenti notturni era ormai cosa fatta. Una notte fummo svegliate da uno strano clac-clac nella stanza, sul pavimento: era lei che faceva volteggiare a un metro da terra i miei occhiali con perizia da giocoliere professionista.)
Micia.
Mèo.
(Nel nero delle sue belle pupille incorniciate di verde che mi fissano - ma come fai a guardare così fisso, tu? Cosa vedi? - ad un certo punto qualcosa mi trascina via, verso il basso, in una pozza di liquido calore.)
Che giornata, micia.
Mèo.
(Il nero sale. E io sprofondo.)
Che giornata, sì... e poi c'è ancora domani...
Rrrrrrrrrrrr.
Eh, rrrrrrrrrrrrrrrr....
Rrrrrrrrrrrrrrrrr.
Gatto, io mi sa che adesso dormo. Ma tu non te ne andare, per favore. Se vedi arrivare di nuovo quel sogno... tu che li vedi, caccialo via. Ti prego.
Mi poggia i suoi tiepidi cuscinetti rosa e neri sul naso. E poi, dolcemente, sento sulla pelle il lieve pizzico delle unghie, solo la punta, appena appena. Tira via la zampina e torna a vigilare, guardando lontano lontano, davanti, verso l'orizzonte sul muro bianco oltre i piedi del letto dove ribolle, senza contorni, l'immenso mondo dietro di me. Dove io non riesco a guardare, ma lei sì.
Quasi mezzogiorno, e un'ombra che appena si vede. Appena appena. Da sentirsi trasparenti, quasi. Appena appena presenti.
Questo è il tempo che più riconosco a questa città: cielo bianco, umido e tiepido di scirocco e di un sole pallido. Pallida. Di tutte le volte che ci sono venuta, solo in un'occasione l'ho trovata inondata di sole, sotto un tetto di un blu uniforme come non l'avevo mai visto. Ma mi era sembrato quasi un altro posto. Ricordo un giorno d'inverno che tirava un vento così così freddo che decidemmo di rientrare perché non avevamo addosso vestiti abbastanza pesanti. Ne ricordo un altro che i tetti da quassù si vedevano a stento, non un filo di vento, il piccolo anemometro a coppe che sta sopra la banderuola a forma di leone quasi del tutto immobile. Quando venivamo qui al cinema, era sempre così. Sarà che ci si veniva col freddo, più che altro. Sarà.
Ecco, anche adesso la banderuola è ferma. Quante cose di questo posto non conosco... e tu, che mi passi davanti per la terza volta, che fai fotografie dall'alto delle mura... anche te non conosco. E' vero che si è ombre, spesso, nel mondo. Per molto meno di una parola, per molto meno di uno sguardo, per molto meno di un passo, per molto meno di niente.
C'è un angelo qui sopra davanti a me (qui sopra davanti?) con il braccio teso davanti a sé, che indica con prepotenza un punto da qualche parte alla mia destra. Non so dove guardi, lui. Glielo vorrei domandare. Dove guardi? Come vorrei domandare a quel signore sulla panchina laggiù, vicino alla scalinata, cosa sta fissando da almeno dieci minuti, e a quei ragazzi dall'altro lato, seduti sugli scalini del pozzo vicino al muretto di cinta, per quale motivo ridono, ché le loro risate sono tanto forti da risuonare per tutta la spianata del castello. Cosa guardi, signore? Perché state ridendo così forte?
Alle mie spalle sento il ronzare, ovattato dalla foschia, di un cantiere al lavoro, mentre un elicottero dei Carabinieri per una decina di secondi copre tutti gli altri suoni con il secco frullare delle sue pale.
[tototototototototototototototototototototototototototo...]
Sul tetto del castello c'è una torretta che sembra un faro, solo che al posto del faro c'è un tricolore, moscio lungo l'asta ché vento non ce n'è più. L'aria ha smesso di muoversi del tutto. Sul muretto qui dietro la panchina dove siedo ritrovo la stessa pianta di quel giorno di un mese fa in Costiera, che ne avevo preso una foglia ma poi non ero più riuscita a sapere quale pianta fosse. Vedo ora che non mi ero accorta che si trattava di un'edera. Mah. La cicatrice sul polso è arrossata, stamattina, e pizzica da morire. E il sole è bianco e, invece di infilarmi nel groviglio di stradine ai piedi di questa collinetta (come forse dovrei fare) me ne sto qui, su questa bella panchina rossa ad annegare nel suono di questi tre quarti d'ora d'attesa. Che finiranno tra un quarto d'ora. Ma che ci devo fare, certe volte invece che camminarci sopra, a uno spazio, preferisco aspettarci dentro. E' mezzogiorno. Udine è piena di campanili, si stanno mettendo a suonare tutti insieme. Di tutte le panchine, qui (ma a chi gl'è venuto in mente, di continuare a chiamarlo castello, 'sto posto?), solo questa e quella del tizio che prima fissava non so cosa e adesso legge il giornale laggiù, vicino alla scalinata, sono occupate. Sul belvedere qui a sinistra c'è un signore con i capelli tutti bianchi che fuma la pipa e guarda la città. Il sole s'è fatto ancora più pallido, non scalda quasi più. Anzi, proprio per niente. Ancora campane... campane di mezzogiorno e sferragliare di lavori in corso.
Rintocchi più lenti, adesso.
Anzi, no.
Finiti.
S'è alzato un alito di vento. La bandiera sopra la torretta del castello non è un tricolore, ma quella del comune di Udine. Passano tre turisti, che spariscono dietro un albero. Ma che ci faccio dentro questa scrittura, ogni tanto mi domando. C'ho qua 'ste due voci, distinte e separate, che viaggiano per cazzi loro, ognuna su binari e incontro a destinazioni totalmente diverse, nel tempo e nello spazio. Dico, ma che ci faccio io qui? Per il momento, sto seduta su una panchina di ferro rossa, si direbbe, e aspetto.
Mannaggia, ma è ora.
Non aspetto più.
Vado.
Arrivo.
Ai rami di una betulla all'angolo di un giardino stavano appese a centinaia. Ne ho presa una - si consultano più facilmente controsole - e cercandovi una strada ho iniziato a camminare.
Otto e mezzo del mattino, tram fermo nell'abituale gorgo di traffico: l'inizio di una giornata come tante. Tra il cemento grigio di smog e gli intonaci squarciati del ponte di Casanova che lasciano intravedere più antiche nudità di tufo sui fianchi delle officine, guizza d'improvviso una minuscola scheggia bianca che attira lo sguardo. Sbatte frenetica al di là della porta, la farfallina, su un muro di vetro che non vede, una volta, due, trequattrocinque, prende la rincorsa senza tregua e sbatte sbatte sbatte impazzita senza smettere un secondo, dopo qualche minuto i piccoli urti che non fanno rumore non si contano più. "Smettila", le dice la bimba davanti alla porta che deve scendere alla prossima fermata, "mamma, si rompe!". Sorride la sua mamma, "nooo, che dici, il vetro non si rompe mica". "No il vetro, ma', lei si rompe! Si rompe le ali se non la smette!". Si volta di nuovo verso il vetro, la piccola, "smettila... smettila, vai via, ti prego... ti prego..." ripete con la faccia attaccata al vetro, piano, con una voce piccola come lei, finché il tram non riprende a scivolare sui binari separando la farfallina bianca dal vetro e dalla bimba.
"Chissà da dove veniva", dice una voce che ha visto tutto quanto, poco più in là.
Dark matter flowing out on to a tape Is only as loud as the silence it breaks. Most things decay in a matter of days The product is sold, the memory fades.
Crushed like a rose In the river flow I am I know.
Al confine con le pesanti nuvole basse i gabbiani prillano irrequieti, e le rondini stridono disegnando linee spezzate nella fredda luce dell'eclisse. Dai tetti delle case di tufo arriva a fiotti, leggero, pungente, il profumo dei carciofi arrostiti.
Un venerdì diciassette come un altro. Un appuntamento duecento chilometri più in là. Venti minuti di ritardo.
Con un certo disappunto alla fine lo dice ad alta voce anche il canuto signore seduto qui accanto, che canticchia mentre legge il giornale.
Ma va be'. C'è il tempo di fare due passi verso il deposito, di tendere l'orecchio e restare in ascolto.
E qui sulla soglia, qui che non è ancora là, si vede che ecco, è vero, ma sì... ma sì: l'inverno è proprio finito.
Da quando mi hanno regalato questo cappello nero con la visiera, di lana, tanto caldo, camminando mi capita di tenere lo sguardo incollato al suolo più spesso del solito. Quando fa molto freddo devo calcarmelo bene in testa fin sugli occhi, e allora...
... allora ieri pomeriggio, uscendo di casa, incrocio una vecchietta che inveisce aspramente contro i passanti sul suo stesso marciapiede, urlando loro di comportarsi da persone più civili, perché "ma insomma, non è possibile che in giro ci sia tutta questa immondiziaaaaa!". Ha ai piedi spesse calze marroni, e un paio di stivaletti bassi dello stesso colore, di quelli con il pelo di fuori.
Sto andando in centro e ho con me la ruota anteriore della bici, di cui devo far controllare la camera d'aria che ho trovato sgonfia qualche giorno fa. La signora, vedendomi passare, mi ha urla: "e là, là, chissà dove ti la ga presa, quela ruota lì! Eh?". L'istinto mi impedisce di voltarmi. La vecchina è certamente innocua, ma io vengo da un luogo dove non ci si volta mai, per nessuna ragione, in qualsiasi modo si venga apostrofati, soprattutto in strada. Assai scortese, da parte mia. Un giorno imparerò almeno a sorridere, e che diamine.
Proseguendo, noto che c'è un breve tratto della pista pedonale/ciclabile che porta in centro che sembra essere disseminato di scontrini - tra l'altro, forse l'unica immondizia cui la simpatica e vetusta urlatrice potesse riferirsi - e, in prossimità di una fermata bus, di biglietti dell'ATVO... tra i quali - giuro! - spicca anche il bianco-azzurro di un Unico Napoli. E' un mese che non ne vedo uno. Un brivido mi parte fulmineo, dal coccige all'atlante. Brrr.
Quando arrivo al ponte la ruota mi sfugge di mano, e nel chinarmi a raccoglierla mi accorgo del reticolato di piccoli cristalli di ghiaccio che si sta creando in questi giorni di freddo intenso tra le assi della parte centrale, che sovrasta le acque grigie e sempre gremite di presenze del fiume.
All'uscita dal negozio-officina del medico ciclista, poi, tra i suoni del consueto mormorio urbano mi giunge all'orecchio la voce di un violino, che risuona sotto il porticato del corso nonostante l'aria umida e immobile di una giornata dal cielo coperto in direzione di tutti e quattro i punti cardinali: in questi ultimi giorni è sempre qui, mattina e pomeriggio, ad orari di cui non ho ancora compreso la cadenza, e oggi è anche in compagnia di una sfiorita ma classicissima sei corde. Prendo allora un caffè al bar di fronte, e mi azzardo a chiedere al barista se posso accomodarmi fuori a berlo. "Come no, prego, faccia pure", mi risponde forse disorientato dalla domanda un po' bizzarra, probabilmente i tavolini esterni non devono essere molto richiesti in giornate fredde come questa.
Mi siedo accanto ad una colonna del porticato, il caffè si raffredda in un attimo, resto giusto per il tempo di una canzone. Conto passare sessantotto piedi.
Quando rientro, qualcosa che fluttua nei fasci di luce proiettati dai fari delle auto attira la mia attenzione. Ho ancora in testa, incastrato sotto il cappello, il carezzevole canto del violino di poco fa. Ed ecco, sta nevicando.
Ritrovata - nel giro di poche ore - dimenticata per ore - ritrovata trasognata e viva - chiaramente ancora non predisposta a nulla - non è perduta
la voglia di nominarti - se la perdita è separazione che mal si distingue dal separato - strumento del trasgredire la trinitrina messa sotto la lingua.
In alto sulla crosta del pianeta, il tramonto si tinge di un colore che i miei occhi non hanno mai visto prima.
Le piante dei piedi di tre viandanti ben saldi sul Molise, l'orlo di monti all'orizzonte è l'Abruzzo.
Tra i due mondi, un confine di nebbia: un mare immobile che riempie il catino della Valle del Sangro con pallide, soffici onde mute.
In alto: il vento che punge le ossa; il cielo che adagio veste un manto nero su cui la Luna nascente non ha ancora riversato la sua luce; una stella.
In basso: il solido, immane silenzio della montagna; i suoni della fine della giornata di un qualche allevatore; una spanna più in là il vuoto, e nulla che ci separi da esso.
Non sempre la gravità è una gabbia.
Davanti ad un'alba lunare come tante altre, talvolta, cambia volto.
Due novembre duemilacinque, sei e mezzo del mattino.
Dopodomani vado via. Mi prendo una mattinata di pausa, per il bene delle mie gambe. Che in certi casi va di pari passo con la sanità mentale, si direbbe.
[I looked to the sky...]
Tra l'altro, il tempo questa mattina è sereno per la prima volta da quando sono arrivata qui quindici giorni fa... se non ne approfitto, temo che me ne pentirò.
[... Saw my body die. Gotta reappear up there...]
Alle otto il mondo è inondato di cielo e di sole, un sole che mi scalda la schiena mentre faccio il pieno al distributore fai-da-te. C'è un certo movimento in giro, oggi. Nei cimiteri, pare, e nella testa di chi al camposanto non ha bisogno di andare perché tanto i suoi morti se li porta dentro, e non si limita a far loro visita una sola volta all'anno.
[... It's where I want to be In the universe city...]
Alle nove e un quarto sono sull'autostrada, in direzione di Trieste. Perché io continui ad andarci, ancora, ancora e ancora, non sono in grado di dirlo con esattezza. Con il tempo ho potuto soltanto capire che ormai non è più questione solo di Voci, ma di Presenze, semmai. Più passa il tempo, e più il nome di questa città si avvicina a diventare - nel mio dizionario interiore - sinonimo di intimità. Con chi? Con cosa? Non lo so. Non somiglia in alcun modo a casa mia, né a nessuno dei luoghi che ho conosciuto nella mia vita. Non depone a suo favore il fatto che, ogni volta che vi metto piede, mi capiti di incontrare almeno un essere umano che parli la mia stessa lingua. Anzi. Non ricordo più chi scrisse che Trieste è la patria di tutti quelli che non si trovano a proprio agio nella loro lingua. Nonostante la stizza nei confronti di una parte di coloro che appartengono alla mia , mi pare sia questo il mio caso.
Ad ogni modo, nel tempo essa stessa è finita con il diventare una Presenza. Sta là. Io so che sta dove sta e, come tutte le Presenze, di tanto in tanto chiama. Almeno, io la sento chiamare. Temo che un giorno o l'altro dovrò fare i conti, con questa cosa delle Voci. Intanto, però, scruto. Studio. E mentre cerco di capire il perché di alcune cose, ecco che immancabilmente me ne vengono incontro delle altre. Così mi perdo. Ci rinuncio, a capire, così d'improvviso mi svuoto e divento allegra.
[...I've found, I've found... my own college. I've found, I've found... a way to resolve this.]
Vado, allora. Per l'ennesima volta. Che altro posso fare?
[I’m not inside you...]
Alle nove e quarantacinque sono all'area di servizio di Duino Sud, poco prima di lasciare l'A4. All'ingresso delle toilettes, seduto ad uno sgangherato banchetto di legno marcio, c'è un vecchietto che si occupa della pulizia delle stesse, che ascolta estasiato la voce della Callas che canta la famosa aria della "Carmen" tenendo la radiolina attaccata all'orecchio destro, ad volume tale che la spettacolare voce arriva, nemmeno fosse filodiffusa, fin dentro le cabine. Ha il volto pieno di grinze (il tizio, non la Callas), sorride, sospira: "Aaah, Maria..." con gli occhi persi da qualche parte nella sua memoria... nemmeno mi vede, quando ripasso per uscire, però mi saluta educatamente lo stesso. Poco dopo sono in città, dove trovo il cielo ammantato dello stesso grigio che fino a ieri era stato il tetto di tutto il Friuli-Venezia Giulia. Il Maestrale che stanotte ha restituito al cielo di Pordenone un po' di blu qui non è ancora arrivato, complice forse la barriera del Carso. C'è afa, e una bava di vento che non convince nemmeno un po'. Abbandono l'auto sotto la torre dell'Acquario, e mi avvio a piedi nell'aria umida verso il Molo Audace.
[... You're all around me.]
Mi dirigo verso il punto dove di solito mi piace stare seduta, lo trovo inondato di acqua salsa e allora ripiego, visto che è libera, su una panchina che mi piace più delle altre. C'è odore di mare e di esseri umani, stamattina. Mare ed esseri umani. Dev'essere per via del vento, debole come qui non l'ho mai trovato prima. Le altre volte c'era solo un asciutto odore di sale, frammisto al massimo nei giorni di Bora a quello del legno vivo dei boschi di montagna. Stamattina, invece, c'è aria di mare ed esseri umani.
C'è un bambino che il suo papà ha fatto sedere sulla grande bitta di bronzo per fargli leggere e spiegargli i nomi dei venti, e quando il bimbo si meraviglia fa un "ah!" che non si distingue dal verso dei gabbiani. C'è un signore, evidentemente anziano ma ancora sorprendentemente crisocrinito, che vedo passare quattro volte: a guardarlo, ci si rende conto che sta facendo da almeno mezz'ora il giro del molo, camminando sul bordo. C'è poi un signore di mezz'età che legge il giornale in piedi, proprio davanti a me. C'è infine una pilotina da lavoro che entra nel mio campo visivo da sinistra, si infila in fretta nel bacino San Giorgio, fa manovra, gira la prua ed esce in fretta dal porto, lanciata a tutta velocità. Il signore con il giornale mi vede seguirla con lo sguardo, abbassa il suo quotidiano e mi fa: - "Lo sa perché va così veloce?". Faccio cenno di no con la testa. - "Perché è una trentina d'anni che, invece di una sola elica o due eliche una accanto all'altra, quelle barche lì montano le eliche controrotanti, cioè, due o tre eliche che girano sulla stessa colonna di flusso a sensi alterni... così, capisce, rendono molto di più, perché avvitano e svitano l'acqua sullo stesso asse e la potenza aumenta enormemente. Guardi, infatti, guardi come corre...". - "Mh. E' vero, in effetti...", rispondo con un sorriso, sperando che gli spasmi nervosi degli angoli della bocca non si notino troppo. Poi chiude il giornale, scruta a lungo l'orizzonte, finché non gira i tacchi e se va. Come la pilotina di qualche minuto fa.
Mi guardo ancora un po' intorno, e mi accorgo delle persone in tenuta da lavoro che vengono qui, restano una decina di minuti a guardare il mare e poi vanno via. Sembrano proprio tante, senza contare i ragazzi che leggono, quelli che disegnano, quelli che sgranocchiano qualcosa... mare, ed esseri umani che si muovono con cadenza di marea. Vanno e vengono in continuazione in piccole, appena percettibili ondate, sicché viene da chiedersi cosa ci sia nella testa di ognuno di loro, quali pensieri vengano a rendere o a farsi restituire dal mare in questo gesto che almeno a prima vista sa di buona, amata abitudine.
Mare ed esseri umani, stamattina. Mare ed esseri umani.
[(...) I waited all this time above you.]
"Non lo faresti anche tu, in effetti, se avessi un posto così a due passi da casa?", mi faranno riflettere qualche tempo dopo. Sì. Devo dirlo: sì. Eccome, se lo farei. E temo che ci sia anche qualcosa di più. Dovrò prima o poi portare alla luce il segreto desiderio nei confronti di questo posto che mi riposa nelle viscere. Ma non è questo il momento, e appena lo scorgo venirmi incontro dall'orizzonte (me lo ritrovo davanti ogni volta che torno qui) batto in ritirata senza ritegno, con la scusa di dover tornare all'auto per lasciare qualcosa di troppo pesante che ho nella borsa e di cui mi sono improvvisamente accorta di non aver bisogno, per oggi.
[(...) I looked to the ground Was pleased with what I found...]
Visto che però non c'è bisogno che la ritirata sia precipitosa, faccio il giro per Piazza Unità, che sotto questo brumoso cielo ha perso il consueto nitore prendendo sfumature che non le avevo mai visto prima, come se i Giganti del Carso le avessero soffiato addosso una manciata di cenere. Quando la attraverso è così, con gli angoli scuri e poca gente, soprattutto anziani. Mentre mi fermo un attimo a fare una foto, c'è un distinto uomo d'affari foresto che ferma un nonno con il suo nipotino in braccio chiedendogli consiglio su dove poter andare a mangiare pesce in città, "ma un posto che sia buono-buono, ne'...". Il buon triestino allora si scusa, "perché sa, le saprei indicare solo i posti dove andavo quand'ero giovane, adesso il pesce me lo pesco da me una settimana sì e una no". E comunque, dice, "a Trieste i nomi dei posti cambiano, per cui forse non posso esserle d'aiuto in ogni caso". L'uomo d'affari, microfonino auricolare cementato al relativo padiglione, saluta e volta le spalle al nonno che prosegue la sua passeggiata con il nipotino, e - nemmeno a bassa voce - dice al dispositivo elettronico in forma di scarafaggio che gli pende sotto il mento qualche parola di stizza, poi, quando fa "ma non lo so, non lo so, aspetta che chiedo a qualcun altro, proprio un rincoglionito dovevo beccare...", per la miseria, mi prende la voglia di prenderlo a schiaffi con il tacco delle sue belle scarpe nere fino a scollargli il setto nasale dalla faccia. Proseguo indispettita per via San Sebastiano, Piazza Cavana e Piazza Hortis, poi giro di corsa a destra e mi ritrovo sulla Riva Sauro, dove ho lasciato la macchina. Dopo aver fatto quello che devo fare, faccio il giro per Piazza Venezia, passo davanti all'edicola dove quella volta io e lui comprammo i biglietti dell'autobus, piego a sinistra e ritorno a piazza Hortis... non essendo più indispettita non ho più fretta, adesso, e ho tutto il tempo di salutare il capoccione di bronzo di Svevo e gli splendidi ippocastani che stanno inondando la piazza di foglie marroni, oggi ridotte in verità ad una poltiglia marrone a causa della pioggia che evidentemente è caduta questa notte... ... proseguo, e ripassando a piazza Cavana faccio una sosta alla panetteria all'angolo sulla sinistra: visto che resterò qui fino a ora di pranzo tanto vale che mi attrezzi. Dentro c'è un profumo che fa bene al cuore, e le persone parlano una lingua che non conosco ma che mi piace. Dialetto, lo chiamano, ma io so che questa parola qui non ha lo stesso significato che a casa mia... ma questa è un'altra storia. Per il momento, questa è la storia dei due panini alle olive che prendo facendomi guidare dai gusti delle persone che mi precedono nella fila al bancone: voglio assaggiare qualcosa di buono che si fa qui ma, non sapendo molto della gastronomia locale, guardo quello che prendono le signore prima di me, facendone passare avanti un paio per sbirciare un po' più a lungo. Nel giro di quattro-cinque comande, mi accorgo che quasi tutti, alla fine della spesa di pane ordinario da portare a casa, fanno sempre aggiungere dai commessi uno o due panini alle olive. Una studentessa addirittura prende solo quelli. Mi fido, allora, e ne prendo due anch'io, ché sembrano l'articolo più richiesto, in questo momento, anche perché sono stati appena sfornati... rischio il pranzo, è vero, ma non fa niente. Metto al sicuro fagotto tiepido dei panini nella borsa e continuo la passeggiata, così, camminando distrattamente... faccio un giro un po' stupido, oggi, che però non ho fatto altre volte giacché, a Trieste, nell'andar sempre per stradine più piccole e meno battute ho trascurato quelle grandi... per cui, ecco, a Corso Italia non ci ero mai passata. E nemmeno davanti al Teatro Romano, a volerla dire proprio tutta. Ed è proprio bello, tra l'altro, il Teatro, così vecchio, così scavato in mezzo a certi palazzoni anni Settanta che fa quasi tristezza. Mentre sono lì che faccio prove di acustica, una cornacchia arriva in volo, planando sulle rovine; porta qualcosa tra le zampe, forse un grosso foglio di carta umida, a prima vista da lontano sembra un grande fazzoletto che lascia cadere sulle pietre del teatro senza tornare a raccoglierlo. Subito dopo, da chissà dove, compare un gabbiano che ci si avventa sopra, lo fa a brandelli a furia di beccate, poi perde improvvisamente l'iniziale interesse e vola via lanciando un "ah-ah!" che così da vicino fa quasi male ai timpani. Mi torna in mente il bimbo sul Molo Audace. "Ah!".
[...Gotta reappear up there...]
Proseguo sul Corso Italia finché non arrivo a piazza Goldoni, recentemente devastata da un'opera di modernizzazione a dir poco senza senso. Verso calde lacrime davanti a quella specie di torre per CD che ora si alza verso il cielo dal centro della piazza e fuggo verso la galleria e la scalinata che mena fino al Castello di San Giusto, che non so perché in quel momento mi sembra qualcosa di simile ad una via verso la Libertà...
[... It's where I'll always be In the universe city.]
... miseria... certo è catartica, la scala Silvano Buffa... ma alla fine ci arrivo, a San Giusto. Non senza un certo timore, però, perché è fin dal primo incontro con Trieste che tento di venire a vedere questo posto, ed è da sempre che, alla fine, non ci riesco. Qualcuno le ha chiamate coincidenze. Mah. Io ho l'impressione che al di là dei singoli episodi questa collina mi cacci via a calci in culo, certe volte, sebbene questo significhi peccare decisamente di presunzione. Be', fatto sta che sono così felice di essere qui che penso di onorare il momento tirando fuori il fagottino della panetteria di Via Cavana, ché ormai sono in giro da sei ore e ho lo stomaco talmente disperato da avergli già un paio di volte dovuto intimare di metter giù le mani dal fegato. Non faccio in tempo ad aprire il sacchetto che una fragranza di pane e olive (sì, dico proprio pane e olive) si fa strada, fulminea, fin dentro le sinapsi... e capisco, sì, che ho fatto bene a fidarmi delle signore alla panetteria. Al primo morso, un picosecondo dopo, sono letteralmente commossa, non c'è nessuno intorno e allora mi scappa, proprio ad alta voce: mammamiaaaaachebbuono!
Ripreso il contegno, un pezzettino alla volta - parti piccole, perché non finisca subito - io e il mio panino di polpa di olive proseguiamo il giro intorno al castello, dove incontro i gatti con le loro casette numerate nascoste dietro i muretti, un dinosauro, una siepe ornata di gioielli, e un albero dalla pettinatura un po' bizzarra. Le mura a sud sono splendide, ricoperte di rampicanti che lo avvolgono di verde e di rosso... qui fa meno caldo che sulle rive, il cielo si è fatto bianco e non si è alzato nemmeno un po' di vento... resterà così, forse, per tutta la giornata. Facendo il giro della grande rocca, trovo una fontana pubblica dalla quale vorrei bere, ma la pressione del getto è talmente forte che prima di riuscirci arrivo a bagnarmi quasi totalmente, da capo a piedi. "Le scarpe almeno si sono salvate, va'...", penso ad alta voce senza rendermene conto. "Sì, ma guarda... per poco", dice alle mie spalle una voce che, si sente, trattiene a stento una risata. Sono due, visibilmente divertiti; aria da studenti (ma quanti studenti avrà, questa città?). Questa mi ricorda quella del semaforo... però, invece di vergognarmi, scappa da ridere a me per prima. Ridono anche loro. Ci si saluta, infine, con l'augurio di un buon proseguimento di giornata.
[I’m not inside you... ...You're all around me.]
Non c'è quasi più nessuno, ora, per strada. Sarà sì e no mezzogiorno e mezzo da poco passato, e quando io e il panino arriviamo alle rovine della basilica romana troviamo soltanto una distesa di piccoli felini che godono del tepore della giornata ognuno a proprio modo, chi disteso nel prato, chi in bilico su un cestino delle immondizie, chi ai piedi di una siepe. Alcuni hanno l'aria stanca e malandata, ma accettano volentieri un boccone del mio panino, segno del fatto che le gattare per fortuna non li hanno inutilmente viziati. A parte loro e qualche piccione, però, qui non trovo altra forma di vita... per una buona mezz'ora non passa nessuno, e la spianata della basilica si riempie lentamente di quel silenzio che soltanto negli interstizi deserti delle città si può di tanto in tanto trovare. E lo vedo. Ancora una volta, lo vedo per la prima volta.
Lo dirà bene lui (sì, sempre lui), una settimana dopo, al telefono: "è strana, quella città. Io ci sono stato una sola volta, eppure ogni tanto mi manca. Ci vai una sola volta, ti manca e non sai nemmeno perché".
Ecco, ecco di cosa si tratta. Il cielo bianco allaga le rovine di una luce abbacinante che non genera più ombre. Nel silenzio queste pietre antiche si fanno piccole, mentre poco a poco si gonfia e si fa vasto lo spazio che le sovrasta.
Non c'è ragione.
Spazio. Così si chiama.
E' nei luoghi, e negli esseri umani che abitano questi luoghi. E non è una ragione.
... però ci furono quelli che ebbero per casa solo il cuore sospeso tra abissi e buio - di una vita tutta nell'invisibile - il cuore che lentamente si crepava e null'altro.
(G. Giudici)
[Rubata in treno senza rimorso il 20/10/2005 ad un signore con i capelli grigi, mentre la leggeva]
[We’re born into silence, then let it all be... Lift your anchor then just float astray. Born into silence, then let it all be... Fortune in silence...]
Uno stenditoio affollato da un bucato (anzi, due) che non si asciuga. La caldaia che fa i capricci. Un caffè caldo, un piumone, un'incessante, finissima pioggerella che mi dicono va avanti da ieri, e i colori di un autunno che nel luogo da cui sono partita, dove il verde e la luce non hanno ancora iniziato a spegnersi, ha fatto soltanto finta di arrivare. Un balcone, piccolo piccolo. E poi giallo, decine di marroni diversi, e nuvole tanto basse che le montagne a ovest nemmeno si intuiscono. Le cimici. Solo ieri sera ho rimesso piede qui, e questo è quel che ho trovato. Il freddo. Le strade. I rumori. Le voci. I silenzi.
Nel boschetto dietro casa mia questi sono i giorni della raccolta delle noci. Sta, il contadino, a battere i rami delle sue enormi piante con la misurata violenza (che non può esser solo forza, ché quest'albero scontroso va affrontato in questo modo se si vuole estorcergli in tempo i suoi bizzarri frutti) che gli insegnarono da bambino, per tutto il giorno. Al tramonto gli si fanno infine nere le unghie e le dita, quando c'è da riempire i sacchi con quel che è caduto sulle larghe reti verdi tese a mezz'aria, aggrappate ai tronchi. Così dura, già da una settimana, a dispetto del Levante che fischia feroce dalle Forche Caudine, e a dispetto delle improvvise burrasche di acqua e grandine che vengono a strappar via le prime foglie ingiallite dalle cime più esposte. In volto, nei momenti di pausa, l'espressione assorta e contratta di chi è in ascolto: in questi tempi la terra alza per un'ultima volta la voce prima di scivolare nel torpore invernale ed è, questa, voce che va ascoltata per decifrare i segni della stagione che verrà... sicché, per un poco, in certi giorni pare che direzioni ed elementi si confondano: acqua profonda sopra la testa, e lento, mite tuono sotto i piedi.
Che poi, a fine giornata, viene proprio voglia di cantare.
(U. Saba, Chiaretta in Villeggiatura, da Preludio e Canzonette, 1922-1923) ... che scorrono sotto le ruote mentre in apnea attraverso il chilometro delle discariche di San Marco Evangelista. Non ho pensato a portare con me qualcosa per coprirmi naso e bocca, quando sono uscita questa mattina, non avevo pensato che sarei passata di qua. Tra l'altro, in questo momento della giornata - tra mezzogiorno e l'una - il fetore è particolarmente intenso, quasi insopportabile persino per chi vive ogni giorno a pochissima distanza da qui, tuttavia l'idea di tornare indietro non mi piace e così trattengo il respiro, e proseguo. Sono salva - e cianotica - soltanto dopo la curva sulla quale si protende, minaccioso, il contrafforte delle mura occidentali dell'antica Calatia, di cui qui resta a marcire un piccolo tratto, letteralmente tirato fuori dai campi che lo circondano da un gruppo di ragazzi animati da una passione fuori dal comune, la cui opera però oggi giace abbandonata, protetta da una recinzione che potrebbe essere scavalcata anche da un bambino di cinque anni e che, infatti, non ha mai fermato gli atti di vandalismo di questi ultimi anni. Qui nel centosettanquattro avanticristo c'era gente che stava lavorando per rinforzare questi mastodonti di tufo; qui allora c'era qualcuno che tagliava pietre sotto il sole, che scavava fossati, che senza nemmeno saperlo preparava questa strada al passaggio di qualcosa di molto grande. Gente, erano. Osci, si chiamavano, e Calatia la città legata alla loro sorte. Pastori, e donne che lavoravano l'argilla. Furono i primi ad arrivare qui. Duemila anni prima dell'Anno Zero dell'Occidente, loro erano già qui. Quando si dice costanza... Vivevano sulle colline tifatine laggiù, laggiù, ma un giorno, visto che là c'era sempre troppo vento quasi tutti i giorni dell'anno, vennero a star qui, nel p