Quantific'azioni

Quanti eravate?

All'inizio ti sentivi l'essere più solo della terra, come l'ultimo esemplare di una specie. Ogni partenza era un mese di lotta sfiancante, un'inquietudine che ti mordeva le viscere, nel bene e nel male una piccola liberazione. La  minuscola epifania mensile di una ventiduenne che litigava, si faceva il sangue amaro - e che altro vuoi fare, a vent'anni? - e per la quale alla fine lo sbuffo di pressione della chiusura delle porte del treno era un mostruoso misto di sollievo e stanchezza.
Macchittelofaffàre?, ti dicevano tutti quanti. E che dovevi rispondere? Non era mica brutto. Se con una persona ci vuoi stare e quella persona non si può muovere da dove sta tu cosa fai, non la vedi mai più? No, scusa, fai il biglietto del treno e vai. Mica si trattava di andare a scava' 'e ppatane a mille lire 'a jurnata, come si dice... e la famiglia? Eh. Bisognava litigare, indurirsi, alla fine scegliere. Stavi crescendo e non lo sapevi. Quello che sapevi era che, anche con quel carattere così molle, se volevi partire non c'era altro modo. Dove li trovavi allora dei genitori (del sud, poi) che a ventidue anni lasciano andare la femminuccia di casa dall'altra parte dell'Italia - del pozzo - solo perché ce vo' bbene a uno? E quando mai s'è visto? Loro facevano il loro mestiere di genitori strattonando e cercando di accorciare il cordone ombelicale, e tu facevi il tuo di figlia cercando di reciderlo. Solo che allora non era tutto così chiaro. Si litigava e basta, era solo un macomedobbiamofaresennò! contro un no, piccolo, secco senza nemmeno il punto esclamativo.
Non era per quello che si partiva, a quei tempi lì: vacanze, concerti. Il tempo del lavoro doveva ancora venire. E così: chittelofaffare, ne'? Che ne sapevi, del resto, di quello che sarebbe venuto dopo, grazie a quei viaggi? Niente, manco ce lo avevi ancora, un altro motivo oltre quello. Niente, sapevi, di tutta l'Italia che avresti incontrato, delle Voci, del pozzo, e di tutta la gente che viaggiava - pur chiamandolo con un altro nome - per il tuo stesso motivo. Come abbia potuto mai sentirti sola in mezzo a tutta quella carne che si muoveva così, per il pozzo-paese, sfatta da anni di viaggi ma senza alcuna intenzione di smettere tanto che a volte hai pensato questo qui ci finisce i suoi giorni, sul treno - come tu abbia potuto sentirti così, ecco, adesso pare proprio un mistero. Con tutto quello che c'era da fare tra esami e tutto quello che si poteva e doveva fare per mettere insieme i soldi del biglietto una volta al mese e guadagnarsi la possibilità di decidere per sé... dove l'hai trovato anche il tempo di sentirti sola? Eh, no sta preocuparte, putea, i xe i vent'ani, t'hanno detto, sempre sul treno, qualche anno dopo.

Quanti eravamo?, ti chiedevi ogni tanto. C'erano delle volte in cui sembrava di incontrare solo gente spinta a mettersi in cammino da una qualche forma d'amore: per una famiglia, per un luogo, per un lavoro, per una persona chissà dove, per un ammalato, per un morto, per se stessi. In altri momenti, invece, c'erano quelli che se lo dicevano da soli per tutto il viaggio machimmelofaffare, ammé, EH? Arrabbiati, uh, e capaci di distruggere con poche parole anche le storie degli altri intorno. Brutto affare, 'sti qua, peggio di quelli che straparlano.

Quanti eravate, allora? E non lo sai. Ma tanti che eravate, così stanchi e instancabili, non te l'immaginavi mica. Dopo qualche anno partire era diventato, nonostante tutto, anche una piccola festa. Ormai sapevi la carne sudata che avresti incontrato, e sapevi che in quei vagoni avresti puntualmente ritrovato - chi l'aveva detto? - quella cosa antica che il viaggio era forse per tutti, una volta: O-di-sse-a. Sì, così. Dove l'unica cosa che conta è arrivare a destinazione, ovunque si trovi e per qualsiasi ragione. E, nel frattempo, stringersi intorno a un discorso, uno qualsiasi, e scambiarsi una storia prima di ogni fermata, per far passare il tempo da qui a , ché quelle dieci ore erano lunghe...

Quanti eravate? Cinque anni dopo che la tua lunga partenza verso l'altro capo del pozzo era iniziata, avevi preso nota di ogni cosa con quella piccola, feroce e invisibile costanza che ti è propria. Volevi capire, ricordare, non scordare, conservare, scomporre e ricomporre nella memoria questi viaggi che col tempo avevi iniziato a sentire in qualche modo connessi a quell'altra traccia che ti portavi dentro. Era bizzarro: una viene da una famiglia di ferrovia non viaggiante, e come trova la via del suo destino? Saltando dieci, venti, cinquanta, cento volte su un treno. Avresti potuto rendertene conto anche prima, del resto: di otto anni di università da pendolare, non c'era stato un solo giorno in cui la zòzza ferrovia locale su cui facevi la spola cinque, a volte anche sei giorni alla settimana ti fosse venuta in odio.

Il nonno lo avrebbe trovato perfettamente logico. Soltanto per quel quanti... ecco, lì una bella chiantòzza non te l'avrebbe tolta nessuno.

Ascoltato da keroppa il 13/04/2008 - pronomi, fermata non richiesta - commenti (3)





Sotto il segno del Cane

Something like leaping into the void in a safe manner.

F.

*

[ Lied per clarinetto, violoncello e pianoforte in 25/4 ]

La testa stipata di cose, alle tre meno un quarto hai preso coraggio e messo le mani sul volante che scottava come roccia lavica, come le ustioni del tempo, come l'inoppugnabilità di certi eventi da cui si vorrebbe poter proteggere chi ci sta accanto, come quel rumore di fondo costante che da mercoledì non ti lascia. Se tentassi di spiegarti adesso, sai che non ci riusciresti. E allora non lo fai, metti nella borsa quel che serve e via. E' estate, del resto, e d'estate ogni momento tende ad essere pieno... anche di nulla, ma pieno e non vuoto.
Il tempo si riempie, e sembra ovvio che certe cose succedano proprio in questa stagione, in questi giorni così enormi, così pieni di spazio, di sole, di vento e di calore.

 Guidi verso la X che avete disegnato sulla mappa qualche giorno prima, sorridendo con le labbra punte da quel pensiero limpido come una lacrima. Duro, vero, potente, lo guardi ancora, il pensiero, attraverso il parabrezza, dietro il paesaggio che scorre placido e ingiallito dal ferro da stiro della canicola. Te lo senti già da ora, che anche il momento verso il quale stai andando sarà pieno, grande, forse scotterà anch'esso come l'emozione trafitta che ti stai portando dietro tranquilla, rigida di tristezza ma senza alcuna inquietudine. Scindere questo da quello non si può, sei venuta su così.

E arrivi alla X.
E d'un colpo tutte le parole sprofondano nelle voci, nei sorrisi, negli abbracci. Tutto va al suo posto nelle cuciture del paesaggio, anche quel dolore lontano che aderisce alle pareti del tuo cranio come carta da parato.

Eccoci qua.
Eh.
Essì.
Maaaaaa, che caldo.
Mare?
Massì!
Avete paura di camminare un po'?
No! - in coro.

Come succedono, a questo mondo, alcune cose? Come si fa che all'improvviso uno si incontra, e ride, e parla, e ascolta, e sta - non si sente, ma proprio sta - libero dentro qualcosa, finanche dentro un pronome? Del tipo, come dice lei: vai che ti teniamo. O, in altre parole: tranquilla, tanto abbiamo gli asciugamani.

Perché ecco, ci sarebbero anche i nomi, a volerla dire tutta: una preposizione, una congiunzione (ma anche interiezione, col risvolto double face tipico dell'outsider) e un articolo - pensi, chiacchierando  nel benefico refrigerio del mare di Trieste, quando la montagna che incombe sull'acqua ti fa all'improvviso sensazione di casa tanto somiglia a certi angoli di Costiera. Il mondo come le stagioni, lo stesso ma mai uguale. E voi lì, intanto, incastrate in quell'interstizio tra roccia e acqua, come un po' tutti i vostri tri-aloghi che appena trovano uno spiraglio tra una parola e l'altra si mettono a scavarlo fino a trovare tunnel, passaggi, viaggi. E questi nomi, che tanto somigliano alle piccole forze che sostengono le frasi. Si potrebbe sorriderne di qui a dieci anni.

Poi la risalita, la caccia, le frasche che non avevi mica mai seguito prima, tu, e la meraviglia che ti scompone la faccia come ogni volta che ti piglia quella sensazione: e chi se lo sarebbe mai immaginato?

In un'osmizza lontana anni luce dal mondo che conosci, dopo, con calma, col tempo che va un po' come cavolo gli pare, ancora meglio: che bello.  Si consuma ancora una volta, antico, il rito dell'incontro tra viaggiatori: racconti, brevi silenzi, un pasto buono, povero, sostanzioso.

{E un bicchiere è per te, che stai su un'altra sponda di questo stesso mare e so qualcosa che non vorrei sapere, e cioè che quando le parole torneranno saranno diverse, perché nel frattempo qualcosa di te sarà stato sepolto. Ed è per te, questo bicchiere, perché il vino è nero e si chiama Terrano e no, invece di scottare questo momento ha accarezzato, calmato, rinfrescato a suon di acqua e sudore e cibo condiviso, e questa compagnia ti sarebbe piaciuta, e perché quello che succede adesso qui è successo uguale uguale altrove, quel giorno. Sapevo che, a sporgermi sul baratro, non sarei finita giù. In a safe manner, così succede, anche quando si tratta di camminare sulla terra che ci si sta rivoltando contro. Ma sono cose che si possono ancora dire, queste? No, non viviamo più nel tempo giusto, pare. E allora, come tutte le cose umane che non hanno un fine, resteranno dove sono, nello sconfinato territorio del nondetto. Nel caso specifico: sotto un vecchio tiglio che non vedrai mai, a metter radici su una terra rossa dove nelle sere d'estate qualcuno che parla una lingua che non conosci continuerà a brindarci sopra, quando anche noi saremo passati oltre e il fatto che qualcosa nonsipuoddire sembrerà solo una sciocchezza come un'altra. Staranno bene, qui, queste cose, e anche loro potranno sporgersi sul vuoto in a safe manner. Alla tua, allora.}

Ma sì, di arrivare fin qui, a questa X, per queste vie lastricate di parole che si muovono sui 25/4 di un conto comunque quadrato (il quarto c'era, dietro le spalle di ognuna e per ognuna diverso)... ma chi se lo sarebbe mai saputo immaginare?
Devi tenertelo così, come le dicevi ieri, questo piccolo tesoro che non sai dire.

Le tre lettere di un pronome, tre voci, da tre posti diversi.
Chi se lo sarebbe immaginato questo intero, questa canzone a tempo dispari come voi, come noi?

Ascoltato da keroppa il 30/07/2007 - eus voci, post-it, i soci, pronomi - commenti





(con)dens'azioni

 Che poi ti distrai un attimo ed è estate veramente, ormai, e molte cose, anzi tutte le cose maturano nel calore. C'è il grano, poi il fieno, e l'afrore della pelle sotto il sole a picco. Se ti concentri, riesci persino a diventare densa, mentre guidi - te, la tua macchina e i due che sono con te - dentro una nube di polvere marrone, dentro la ferita aperta nella carne viva di una collina di tufo giallo. Ma è una cosa che non si vede e non fa niente, visto che la tua voce non sta mai al posto giusto al momento giusto. Però riesci a dire - quasi gridare - attraverso il parabrezza al mezzo che vi precede sulla salita, senza paura: ma dove cazzo stai andando, eh? Che quasi quasi vorresti farglieli pagare tutti a lui, i boschi di castagni malati che vi circondano. Hai indugiato per un momento e ti sei sporta dal finestrino a guardare meglio, a un certo punto, mentre i tuoi compagni non capivano cosa stavi fissando, perché pensavi (speravi!) di non averli visti, tutti quei cancri aperti su tutte quelle colonne che stanno lì a reggere il cielo e la terra al loro posto. E invece no. Ci sono, eccome. Tre anni al massimo, quindi, e poi... ma come cazzo ci è arrivato quel fungo fin qui, me lo spiegate, ché non ci deve stare qua, non ancora almeno, eh, come cazzo ci è arrivato, e dove cazzo stai andando, eh, tu, lì davanti, dove cazzo vai?

- Ma se mandano a fuoco qui... siamo in pieno bosco... l'incendio sarebbe tremendo...
- Essaiquantosenefottono.

Dice così, tutt'unaparola. Un pugno di ventidue lettere.

Allarghi gli occhi, e lo vedi che ha ragione, e te lo dici: ma di che ti stupisci. Siete dentro una ferita infetta, e ti stupisci che dentro questa ferita ci sia nascosto un cancro? (un altro?)
Pensa, accidenti a te, pensa. Quante volte dovrai passare ancora per questo stupore? Madonna quante sono. Già tutte malate. Forse il fuoco... sarebbe meglio.

*

 Certi giorni va così. Ti guida la tua terra a questi pensieri veri, potenti, limpidi.
Limpidi. Čìstye. Čìstye, kak sleza. Limpidi come una lacrima. E se esiste una lingua in cui le cose limpide sono così... allora pur valgono la pena, questi pensieri, queste parole, queste lacrime, che uno li pianga, li dica, li pensi o meno. Mysli kak slëzy.

Ieri a piedi scalzi, pensi, oggi invece e chi ci mette piede lì, ma nemmenosemmipagano.
Allora le parole si fanno solide come chianètte dint' 'a panza, e sorridi con soddisfazione quando ti accorgi che la Voce che hai di fronte non sta cercando in alcun modo di tranquillizzarti. Senza esagerare, perché non c'è nessun bisogno di esagerare per capire. Almeno, non in questo senso. Quelli che cercano di tranquillizzarti, di tranquillizzare, anzi, ti fanno andare in bestia. Allora accogli la chianètta, che fa male e va bene. Così va bene.

*

 Attraversi questi tempi di ipertrofia delle parole che ti pigliano allo stomaco così, cercando a tua volta di non far male a nessuno. E chissà fino a quando ci riuscirai. Fin'ora ti è andata (quasi) bene, e intanto... inventi. Prendi a prestito parole di altre Voci, fai pasticci non irrimediabili, le lasci risuonare, ancora e ancora, cancelli, riscrivi continuamente, ti muovi profondo, spesso troppo e quando non ce n'è bisogno, e mai che ti riesca di capire quando è il momento di sorvolare. Sempre così. Scrivi a fiumi e poi te ne penti, poi ci ritorni, vai indietro, chiedi scusa, procedi di nuovo, se trovi un punto dove cammini bene vai anche spedita e poi inciampi, ti volti a guardarti le spalle e puntualmente vai a sbattere. E cazzo.
E gli dici, in capa a te: no, mo' ora tu mi spieghi perché io ho sempre questo enorme bisogno di spiegare. E anche a lei: me lo spieghi anche tu? Spiegatemi a che serve spiegare. Sarà un fatto di ali, dice lui, ridendoti in faccia, in sogno. Eh. Ma vavatténne, va'.
 E' che tu di fratture sei piena. Come tutti, sei una cosa intera con la capacità di guarire quando il caso ti lacera, con una tua coerenza interna. Ma perché hai tanto bisogno di dire questo? Perché pare che tu non riesca a fare altro? Che utilità ha per te, che utilità ha questo per loro che ti stanno intorno, a parte assistere ai tuoi tentativi d'esplorazione maldestra e in certi punti persino pericolosa? Che ti prende, che incontri nuove Voci e non la smetti più di blaterare? E che succede, soprattutto, con questi pronomi e altre cose inutili di cui non puoi in alcun modo smettere di parlare quando prima non spiccicavi una parola che fosse una, e niente veniva fuori, ma niente proprio? Perché prima non c'era niente, e adesso è un casino esagerato che certe volte non puoi distinguere le voci che stanno parlando? E perché viaggi sempre più di gran carriera su questo scivolo di pensieri indivisibili che ti si compone sotto le chiappe man mano che scivoli, sempre più veloce, verso una densità così densa da diventare a tratti quasi insostenibile? Perché succede che sempre più spesso ti sembra che tutto c'entri con tutto?

Pronomi, polmoni, tritoni, fanoni, bastioni, bastoni, portoni, coglioni, canzoni, cognomi, stagioni, azioni, sensazioni, suoni, baffoni, misurazioni, informazioni, segnalazioni, marroni, preposizioni, associazioni, congiunzioni, direzioni, scarcerazioni, liberazioni, rigenerazioni, complicazioni, malformazioni, opzioni, relazioni, palatalizzazioni, lezioni, sessioni, riunioni, questioni, prigioni, previsioni, peperoni... potresti andare avanti all'infinito, ormai, e divertirti pure. E' estate, e insieme a tutte le cose anche le parole pendono mature nel frutteto delle Voci. Liquide come sempre, ma più dense e saporite di prima. Cosa è successo?

L'argine si è rotto, dentro, da qualche parte. L'hai già detto. Dici sempre le stesse cose.
Semplicemente: scorrono, adesso, il ristagno è finito. Fuori dall'argine, spesso e volentieri ora esagerano, esondano. E anche tu esageri, che ti ci butti dentro, nuda e intera e senza paura, a giocare e a lasciarti lavare, e infine portare via. Hai già detto anche questo.

La cosa più bella? Avere qualcuno da ringraziare, per questo, e avere il desiderio di farlo. E allora prendi, e ti metti in cammino di volta in volta verso le Voci che hanno liberato per te le acque di questo meraviglioso fiume polposo che non si vede e che più ci giochi - ancor più meravigliosamente - e meno hai idea di cosa fartene. E meno sai cosa fartene, più libero e potente scorre.

- Grazie per essere venuta.
- Eh. Ma ci mancherebbe!
- Eh?

E' vero che non si capiva, perché ci mancherebbe, ma non importa. E' vero che dici sempre cose che non c'azzeccano, e poi dopo tenti di spiegare. E' vero che la tua voce non sta mai al posto giusto nel momento giusto. Vai per tentativi ed errori, procedi per aggiustamenti successivi, che si incastrano uno sull'altro, e poi. Provi a spiegare. Le parole, le ali, la tovaglia, qualcosa.

- E dopo? Che farai?
- Mi piglio il brevetto.
- Checcosa?
- Eh.
- Ma sei pazza!
- Boh.
- Come boh?
- E' solo che è quello che voglio fare.
- Sì, ma...
- Ma?
- Ma...non hai paura?
- Ma jamm', ja', paura di che?
- Eh! Odio quando fai così... uno che ti deve dire?
- E che vuoi dire, nunn'aggio capito?
- Niente.
- Ecco.
- Eh. Ma poi me lo fai fare un giro?

Un giro. Allora ecco che spiegare... si deve. Qualcosa, in qualche modo. Anche senza parole, qualche volta. Speri solo, nella corrente, di non urtare nessuno... o, se urti, di non ferire. In questa densità, provar giochi di resistenza, di parole di carne di affetto. Non affettare, tagliare, lacerare, ma solo toccare. Toccarsi, raggiungersi. Almeno provare, intanto. In tanto. In tanta abbondanza. Con tanto contento. Perché tanto, sempre un recipiente resti.

(e ppesante, pure)

Ascoltato da keroppa il 21/07/2007 - vocabolario fuori argine, post-it, pronomi - commenti (4)





Λύσις (un effetto collaterale)

Tu

Una parola basta e mi strappi dei gridi,
mi toccherai, uscirà pronto il sangue,
mi guarderai, sarò subito cieco.
Sei affanno, agguato, zuffa
appena che respiri.
Se mi arrocco in difesa
nell'inverno, negli anni,
al petto conto i colpi di un passero impazzito
che sbatte ai vetri per uscire incontro.


[Erri De Luca, da Opera sull'acqua e altre poesie, 2002]

*

Ti vedi e ti rivedi in una foto che qualcuno ti ha scattato quando non sapevi, non guardavi, facevi altro. Nemmeno riesci a capire perché la guardi con tanta meraviglia. Sei tu, quella? Ma davvero?
L'occhio dell'altro così ti vede, così ci vede, immersi in qualcosa, un'azione che ci occupa tutti interi, con in testa un pensiero che non si vede, fatto di parolesuonicoseodori? Vedi lì l'intero che sei e pensi boh, ma come si può stare così, nudi e interi, sotto il cielo, a fare quello che ci piace? Come si fa? Si fa che succede, ecco, e così non è che ci si possa fare qualcosa. E tu, sempre così presa dalla preoccupazione di quello che si può dire e quello che non si può (massipuò?) vedi solo ora quanto è facile essere scoperti senza scoprirsi, e darsi, e dirsi, alla faccia delle fratture che ci separano da quello che dovrebbe essere l'esterno, e invece è solo uno sguardo che ci sfiora e ci fa entrare e si lascia abitare e ci accoglie, e ci coglie così, nudi interi intenti, e non ci farà del male, perché diciamolo pure: di te, di noi, in fondo chissenefrega? Ma non è solo questo. E' quello sguardo spoglio di giudizio, che sorprende e invade, è quel mostrare e basta, 'sto movimento circolare che è scambio di sguardi - "guarda, ti vedo" - condivisione - con-di-visione, con-divisione -  che ti accarezza con un gesto generoso degli occhi, mostrandoti il frammento Chimistadifronte e d(on)andoti la sensazione che non ci sia nulla da temere. Nulla da temere. Guarda, ti dice, nun te mettere appaùra, tanto quello che vedo è nient'altro che questo. E tu, che eri venuta su con la convinzione che a stare negli occhi degli altri c'era sempre qualcosa di cui aver paura, mo' resti così, senza parole, perché in effetti, ecco, vedi che veramente non c'è niente... da temere... e forse non c'è mai stato. Mai. Sei davvero tu, quella? Sei davvero quello, tu? Sì. E sì. Ma così è come ti vedi tu. Così è come anche tu ti vedi. Senza aggettivi. Così, in quel gesto di ostensione pura che si riserva a chi fa parte della nostra stessa carne. Così, e basta. E allora... la frattura? Dov'è 'sta benedetta frattura tra te e Chimistadifronte? E quella tra te e quella che parla in Io? Dov'è? Più che altro: c'è?
Se questo è quello che vede Chimistadifronte, no. Se così ti vede... ma quale frattura. Se così ti si vede, allora sei solo carne nuda sotto il cielo, veramente a nervi scoperti, senza chissà quale strappo tra te e Io, in niente diversa da te (ma chi?). E così succede che a guardarti in una foto ti liberi di un timore, il timore di lui e dei suoi occhi che vedono ogni cosa, ché sarebbe bello che i suoi occhi fossero un po' quelli di tutti gli altri da te, perché di quegli altri sei stanca di avere paura, e come adesso non hai più paura dei suoi occhi vorresti non aver più paura di nessun altro paio d'occhi. Ma sai che non si può. Eppure.
Eppure la sorpresa resta. Perché lui, che il mondo lo percepisce per associazioni di colori e sensazioni, proprio lui ti libera da una paura antica, e ti fa sorridere. La cosa singolare è che lui è uno che quasi non parla, si direbbe. Senza usare la voce, ti mostra che non c'è niente da temere. E' una gioia saperlo così lontano da ciò che hai conosciuto fino ad ora. E' bizzarro che da un mondo così diverso possa venire un gesto che libera dalla paura, che ti mostra che là dove qualcuno ha detto frattura è vero, in effetti c'è una lacerazione, uno scarto... una soglia. Eh, forse. Una lesione, ecco. Che se pure apre una distanza tra l'intero che sei e quel pronome dentro cui non solo il tuo ma anche nessun altro intero ci passa, pure resta uno spazio, in fin dei conti, una... una... apertura. Mh. Che non solo separa, ma è anche il varco attraverso cui il fuori può versarsi nel dentro, e il dentro può penetrare il fuori, e qualcosa d'altro - una folla di immagini, un sogno, qualche segno, forse una storia? - può magari anche abitarlo, 'sto spazio. Perché lo spazio si può abitare, la distanza no. E questo spazio che doveva essere frattura è invece il passaggio l'atto, il punto di congiunzione (la casa delle congiunzioni?) in cui tali e tanti echi si incontrano... e risuonano... e invece di spegnersi, prepotenti, fanno: mo' mi sto qua, ché si sta larghi e c'è aria, e acqua, e terra. Non che qui qualcuno cerchi di mandarli via, s'intende.

(Allo'? E' grave, dottore'?)

Ascoltato da keroppa il 26/06/2007 - eus voci, post-it, pronomi - commenti (17)





Uno fratto Uno = φρενες

Dell'odore metallico e polveroso di corde di bassi e chitarre. Di sguardi posati su una necessità di distrarsi più forte di qualsiasi cosa, persino di quelchevvèro. Di pensieri altrove, di parole e mondi che si sfiorano con lo scarto di una sola lettera. E dicono direzioni, e mostrano che puoèssere ma soprattutto anche no. Della tensione su cui corrono veloci differenze e sembianti e contorni e somiglianze. Del vento che disegna le nuvole, in trasparenza. O è il contrario?

Era mai successo, prima?

Di vento e voci, di respiro e cielo. C'è. Ci sta. Dentro. Gravità. Dell'aria la corrente, e l'indivisibilità di uno spasmo. Ci si sta: sopressòtto, dentreffuòri. 

E' mai successo, prima?

Siamo quassù, e ti racconto: mi hanno detto frattura là dove tutto era intatto, e già solo che l'hanno detto s'è aperta una crepa che ha per l'appunto rotto, spaccato, lacerato. E adesso devo rimettere insieme i pezzi, ma non so da dove cominciare.

E' mai successo, prima?

Schiena contro schiena, le tue parole mi arrivano a fiotti attraverso la cassa di risonanza dei polmoni. Ti sento parlare da dentro, e il suono viene dal basso, dietro lo stomaco. Se metto un solo centimetro d'aria qui in mezzo, non ti sento più. Mai più. Interi, non divisibili. No, anzi, il numero è sbagliato. Intero. Siamo. Noi? Che strano, 'sto plurale che si fa uno nell'arco della stessa frase. Noi siamo un intero. Ehilà, ma guarda.

E' mai successo, prima?

Da dietro lo stomaco arrivano le parole aprendosi a ventaglio, da dentro, tra le spalle e il petto, fin dietro la nuca, e lì pizzicano a piccole scariche irregolari tra i capelli. In campo, hai risposto. Coltivare, hai detto, forse potresti ricominciare da qua. Eh. Ma che significa stare in campo, con le parole, ti chiedo, e anche coltivare... non ho capito, che vuoi dire? Eh... dimmi una cosa: come coltivavi la tua terra, tu? A piedi scalzi. (La prima cosa che m'è venuta in mente, la sensazione più forte che mi resta di quel tempo: che era grassa, lei, e ai piedi dava più spesso morsi che carezze. E a ogni stagione te ne grattava via uno strato.) Uh. Forte, ti sento parlare da dentro... non ti muovere da come stai!, ti distrai un attimo e ridi, e rido con te di rimando per la stupidità di aver creduto che sarebbe stato stupido dirlo, che ti sentivo anch'io parlare da dentro. E poi? E poi... e poi niente: nutrendo e pazientando, soprattutto, e tenendo le orecchie ben aperte perché la terra fa un sacco di rumori, diceva mio nonno, e con quelli ti dice sussulti e singulti, bisogni e conati, richieste e rifiuti. Imparando a darle quello che vuole, e insegnandole ad accogliere quello che ti serve far crescere. Cose così. Ah, ho capito, hai detto da dentro, allora si tratta di... andare insieme. Come per la musica, no? E certo, ognuno traduce le cose nella sua lingua, eh. Allora è questo? Imparare ad "andare insieme"? Be', io lo chiamerei concerto, ma penso sia lo stesso. Tipo adesso, vuoi vedere?
Eh?
The wind is in from Africa, last night I couldn't sleep...

E' mai successo, prima?

La penna, le corde e la voce. Eco. Di carne. Che corre da una spina dorsale all'altra e si propaga fino alla punta delle dita e finisce sul foglio che restituisce un campo coltivato a piedi scalzi e due voci che si ascoltano parlare da dentro e non possono in alcun modo essere divise senza esserne lacerate, senza che fra di esse si crei una frattura che farebbe cessare sia la musica che le parole. Ma tu hai ragione. Siamo chiusi tra parole e mondi, uno canta e l'altra imbratta fogli, e pare che non io, non tu, ma noi stiamo sprofondando, no, anzi, qua è tutto così leggero, no, semmai ci stiamo sfondando (s-fondendo?) a vicenda un argine da qualche parte, dall'interno, o forse stiamo provando a sfondare il tetto su cui siamo seduti, a sfondare il tetto delle cose che non sappiamo dire al di fuori di uno di questi due modi - la penna, le corde e la voce - al di fuori di uno di questi due mondi. Lend me your ears and I'll sing you a song, e  quell'and è il punto esatto in cui le spine dorsali si toccano e due forze opposte si mettono d'accordo sostenendosi a vicenda senza bisogno di altri punti d'appoggio, e allora sarà mica questo l'intero di noi su questa terra che si coltiva così, a zappate di spazio e distanza, carezze e mazzate, piccole epifanie e scarcerazioni eccellenti? Cioè, il fatt'è quello... per me era un punto di congiunzione, che so, tipo un link... non una frattura.
Aaaah, ma qua' frattura e frattura! Ma te l'hanno insegnato quanto fa uno diviso uno, a scuola, o no?, protesti in malo modo a un certo punto per quest'ovvietà che secondo te avrei dovuto vedere ben prima di questo momento. Pensa a quello che stai a ffa', piuttosto. E va bene, va bene... senza risponderti appunto sul foglio che mi canti nello stomaco e nei polmoni, e ti ascolto ascoltare la mano destra finalmente guarita che si muove a piccoli strappi, ché se si ferma adesso le corde non ti suonano più, mentre io mi tendo verso la tua voce, ché se non la sento più venire da dietro lo stomaco poi finisce che mi finisce l'inchiostro nella biro. Ma come funziona, cavolo, da dove viene 'sto segnale che s'è messo a circolare in circolo propagandosi su per diaframmi, stomaci e polmoni...?
Oh, you're a mean ol' daddy, but I like you...

E' mai successo, prima?

Che poi adesso è il ventisei marzo ed è prima del giorno in cui pedaleremo in quella campagna lontana dove non avrei mai immaginato di arrivare insieme a un amico, e dove quello che sta succedendo adesso si ripeterà, sotto altra forma ma esattamente allo stesso modo. Tu ancora non hai gli occhi pieni di Trieste e io non ho ancora piene le orecchie della tua voce che non ha smesso di cantare per tutto il viaggio... eppure qui quello che sarà in qualche modo già è. Solo poche ore, anzi, e saremo in partenza, siamo già quasi pronti ma ci siamo fermati un minuto qui, sotto il cielo della Strada che promette violenta tempesta, costellato com'è dai gabbiani del disastro, sulla soglia, in questa bolla di gravità sospesa che pesa e non sprofonda, nuda e senza paura, intera e intatta, accaduta già chissà quante e quante volte a questo mondo eppure mai vista prima d'ora. E che forse per questo non potrà essere lacerata. O che, se verrà lacerata, troverà il modo di guarire la propria frattura e continuerà a viaggiare, rimarginata. Piena di punti e bende, vabbene, ma inestinta.
Era questo che intendevi? Mbe'...

Ma è mai successo prima?

Ovvio che è successo, che domande so'? Andiamo a chiudere le valigie, forza.
Andiamo?
Eh, andiamo.
Noi?
Eh, noi. Il biglietto per quante persone è, scusa?
Mh.
Oh, ma che è? Pare che non l'hai mai sentito prima, 'sto pronome.
Oh, ma i fatti tuoi tu mai, eh?
No, I said: oh, you're a mean ol' daddy, but you're out of siiiiiiiiiiiiiiiiiiiight....



(ma chi la mette in circolazione, certa gente?)

Ascoltato da keroppa il 15/06/2007 - eus voci, i soci, pronomi - commenti





(sop) Raggiunta

- Guarda che ti sto dando il cocco ammunnat' e bbuono, eh!
- Eh! Perché! Quanto tempo ci hai messo per metterla insieme?
- Un anno e mezzo, tipo!
- Cioè... le hai provate tutte?
- E sì! Non lo sapevo mica, dove portano!
- E dove portano?
- Molte finiscono in mezzo ai campi coltivati là, là e là, e altre finiscono nei cortili di qualche casa!
- Ahahahah! Quindi ogni tanto ti trovavi nel cortile di qualcuno!
- Sì!
- Ahahahahahah! Niente cani?
- Qualche volta!

Ride. Ride forte, lui, leggero, magro magro, con quella sua risata a singhiozzi, chiara come i suoi grandi occhi azzurri. Parliamo a punti esclamativi, così, per scavalcare l'aria che scorre veloce fra le nostre orecchie. Mi segue svolazzando lieve lieve sulla strada mentre io, alla mia prima uscita di quest'anno, arranco tra il carico che ho addosso e quello nelle bisacce... ma le mani non danno dolore e questo è sufficiente per andare tranquilla, anche se con il fiato un po' spezzato.
La strada si srotola quindi generosa davanti a lui che la percorre per la prima volta: chiede, e gli indico le cose che incontriamo e che ho scoperto un giro alla volta, segnando a piccoli tratti sulla mappa questo percorso che mi doveva durare giusto un'ora. Un'ora, due volte al giorno.
E allora: il canale dove a primavera iniziano a farsi sentire le rane. I salici che ondeggiano, pendono, frusciano ai lati dei canali. Le stalle, tre, che si incontrano poco prima dell'incrocio con la provinciale che porta a Prata. Il dente di leone in fiore, che poi puntuale esplode in un mare lattiginoso di soffioni. E' il ventinove marzo, oggi, il primo giorno di vero tepore di questo mese meteorologicamente indeciso come da copione, quindi le rane ci saranno tra poco, così i soffioni. Ma intanto gli mostro, indico, predìco le meraviglie del prossimo mese nemmeno fossero cose mie, che ho programmato, che ho segnato sul calendario, che farò.
Ed ecco i pioppi all'ingresso di quella casa, gli aceri davanti a quell'altra e la pensilina della fermata bus della linea extraurbana su cui pende un albero di amarene, dove a maggio-giugno vedi sempre qualcuno che aspetta smangiucchiandone con tutta la calma di questo mondo. E le due vie che passano sotto l'autostrada, e il vivaio con il vivaista che tra una fila di palme e una di cycas alza la testa, ci sorride e ci saluta.
E lui risponde, e sorride di rimando per un gesto cortese che gli pare prezioso, perché tiene sempre gli occhi spalancati e vede tutto, tutto, e comprende, comprende così tanto che in qualsiasi momento lo guardi, anche da lontano, ti sembra sempre di sorprenderlo nell'atto di stare capendo qualcosa: un segno, un suono,  un odore, cose così piccole o così grandi da far venire a volte le vertigini. E pure adesso, è lì che pedala tranquillo e magro e si guarda intorno, e già so che quando ripartirà porterà via con sé un pezzettino di tutto quello che stiamo attraversando, e niente sarà lasciato indietro.
E così via: il campanile di Palse, il cagnolino marrone che abita nella casa all'imbocco del vialetto che porta al sagrato della chiesa, e che rincorre i passanti per tutta la lunghezza del suo giardino da dietro la cancellata, e quel tratto subito dopo il primo ponte dove ci sono le anatre libere ai lati della strada, e il topo di campagna schiacciato che sta lì ad aderire all'asfalto da almeno una decina di giorni, e... così via, così via.
E mi prende quella strana meraviglia ogni volta senza precedenti che mi invade quando mi sorprendo a fare qualcosa che non avrei mai immaginato. Tipo: chi l'avrebbe mai detto che un giorno mi sarei trovata qui, con lui, in giro in bici per le strade di queste terre, su questa geografia così altra da quella che abbiamo potuto chiamare nostra? Eppure guarda, siamo qui e ci sono momenti in cui mi sembra di stare portandoti a passeggio in giro per la mia stessa carne. E guarda quanto siamo andati lontano, e quando in profondità siamo scesi nella mappa. Tu te lo saresti immaginato anche solo un paio d'anni fa, per esempio quella volta?

- Mh... ok, allora cerco di frenare piano...
- ...?
- Embe' se è carne...
-
...?
- ... così non ci facciamo male.



(e che è 'sta prima persona plurale, mo'?)

(aspe', 'stardo che non sei altro, questa non è mica la prima volta...)

Ascoltato da keroppa il 12/06/2007 - i soci, post a pedali, 33170 il porto, pronomi - commenti





(co) Incidenze

Only those who accept
will find that acceptance in return.
We have been trimmed down like hedges
and told just to sit, and wilt, and spit at each other from a distance
with constant resistance... from you.
Gonna need a home: you'd expect the same now, wouldn't you... wouldn't you?

[Dredg, Bug Eyes, 2006]


Perché insieme ai segni si svegliano anche i sogni, poi, eh.

E allora sogno, torno a sognare, continuo a fare sogni. Sogno acque e fuochi, sogno voci cui attacco un volto che forse è, forse non è, forse vedrò, forse non vedrò mai. Parole e dia-loghi sconfinano nel sonno, nella veglia, si intrufolano in quella foresta di luci e bagliori che cresce ai margini della mente, di notte. E' pieno di confusione, qui. Carte di radionavigazione, tazzine da caffè con il fondo marrone e asciutto, il biglietto di un concerto di tanto tempo fa, fracasso di lavori in corso dall'altra parte della strada che durano da un anno e più (aspetta, ma quello è a sud, sì, va be', ma che fa?). Ora è il soffio della fiamma ossidrica, ora il potente tintinnio di una mazza da cinque chili sui tondini del cemento armato, ora bordate di flex che sagomano piastrelle facendo scintille. E non accenna a diminuire, questa confusione immobile, dentro e fuori si distinguono a fatica come a volte succede tra cinguettii e suonerie, rifiuti ed esseri umani, io e tu, qua e . Ma così mi sta bene, come te lo devo dire? Anche quando il sogno è che la barca prende fuoco, e poi si alza il vento, e all'improvviso c'è freddo nelle orecchie e il silenzio si fa liquido perché sei (sono?) affondata. Va bene. Così va bene, capisci? Perché non devi smettere - mai - di sentire. Sentire. Sentire. Sentire. Freddo, caldo, gioia, paura, rabbia, quel che è.

[...dare al fegato un motivo per contorcersi e non perdere la sua elasticità.]

(uh, che bella canzone, quella...)

Solo così il viaggio può continuare, di voce in voce. Una Voce. Un'altra. E un'altra. E un'altra ancora. Come libri. No, come uscite dell'autostrada. No, più lento ancora: come case disseminate su una pianura silenziosa che arriva fino all'orizzonte. A tenerle insieme, solo strette stradine bianche lunghe chilometri e chilometri. Ogni volta che ne incontri (incontro?) una, ti domando (a chi?) dove porterà, come finirà, se finirà. Più che come case, anzi, spesso si presentano come porte, o come strade da percorrere. Quei chilometri che tengono insieme le case sulla mappa, ecco. Molte sono state brevissime. Presso alcune hai lasciato una parte di te e ad esse fai ritorno appena puoi. Il più delle volte erano vicoli ciechi, o tornavano al punto da cui erano partite. Ce ne sono state di pericolose, pure... a senso unico. Sulle dita di una mano conti quelle che stai ancora percorrendo, quelle lunghe - che più sono lunghe e più ti piacciono - lunghissime, che arrivano all'altro capo del mondo e ritorno. Eppure, comunque sia, qualsiasi distanza del viaggio esse coprano, qualcosa resta. Sempre. Non sai come, ma succede. Si seminano da sole - si possono seminare, le strade? - e poi, quando non ci sono più e la stagione è mutata, germogliano, crescono e poi fioriscono. E te ne vai in giro così, ridicola, con questo corpo smagliato come una carta geografica cespugliosa e legnosa che ti è cresciuta addosso che nemmeno il vischio sulle querce, e che non è possibile districare né separare da te senza farti del male in qualche modo. La tua voce, la loro... ma che differenza fa? Se la tua voce si nutre di voci e se loro da te trovano un posto dove stare... ma che importa, alla fine, la differenza?
Che ci sia, la differenza, ecco, quello è fondamentale. Ma quanto importa - davvero - quel che è vero e ciò che dall'incontro fra me e quelchevvéro è nato in questo momento e prima non c'era? Cosa vuol dire esattamente saper inventare?

[La differenza tra due informazioni ne genera una terza, diversa e distinta dalle prime due, la cui forma e manifestazione finale dipende dall'interfaccia attraverso la quale avviene la combinazione.]

(Eh? Chi ha parlato?)

Oggi mi pare infine che tutta la questione non fosse poi così importante, in fondo. Io, tu, egli, noi, voi, essi... ma che differenza fa? A che servono i pronomi? Non ricordo chi diceva che i pronomi dicono le distanze. Va bene, ok. Ma poi? Dicono quel che è vero e quello che non lo è? Raccontano qualcosa, oltre a indicare il punto, la distanza dalla quale ti sto parlando o ascoltando?

Per me (te?)... no.
E allora?
No, dico: e allora?


Ascoltato da keroppa il 08/06/2007 - eus voci, in somnus, pronomi - commenti





Delle vie infinite dei pronomi

[Un appunto per la siòra. Ma anche in generale, boh]

 Sta in un altro posto. Perché era lì che stavi buttando giù un commento su sua richiesta - du' parole e qualche link su una questione che ti sta molto, molto a cuore, dovevano essere - quando a un certo punto da qualche parte qualcosa si è rotto, un argine forse, e ti sei ritrovata in piena esondazione.

 E' un pronome, una voce che non conosci, quella. Dovrebbe essere la tua e invece è la prima volta che la senti. Ti leggi, e non ti sembri tu. Io. Insomma, quello. Soprattutto perché in realtà si tratta di cose viste, lette, ascoltate, assorbite altrove, in altri luoghi, da voci altre che ti si sono sedimentate addosso nel tempo. E tuttavia ci sei, lì dentro, non puoi negarlo in alcun modo, e quasi più in carne e ossa e gesti che qui. Che impressione.

 Ti torna in mente quella volta in cui s'era detto che gli amici che fanno da cavatappi sono una benedizione, quando il sughero incastrato nel collo di bottiglia siamo noi. Ecco. Così.

(grazie, Lu')

Ascoltato da keroppa il 31/05/2007 - post-it, pronomi, riastartha - commenti (2)





Rewind

Oh, improvvisamente senti il bisogno di vergare questa cosa su carta: hai sempre pensato che parlare di memedesima fosse una cosa brutta, inutile, di cui quasi scandalizzarsi. Dire io in pubblico, che indecenza. E scriverlo, poi! Una schifezza.
E tutti a dire ma no, ma perché, il mondo intero pensa in Io, serve a pensare, a capire, a spiegare, ohibo', mo' non stare a fare la sostenuta. Ma non lo facevi apposta, è solo che avevi questa vita piena di voci. Poi un giorno - non sai nemmeno com'è stato - ti sei detta mo' provo, e vediamo com'è. Ora, non ce la fai più a tenertelo: è stato un disastro. Non sai che t'è preso, davvero, non sai come hai fatto a farlo uscire dalle pareti del cranio. Doveva  mancarti qualche rotella - che poi è tornata forse a posto, perché poi quel giorno di giugno ti sei sentita l'essere umano più stupido della terra. Ma che ho fatto, ti chiedevi, ed era già fatto, appunto, già tutto fatto che non ci potevi più fare niente, e allora ti sei sentita come il bambino Oskar, o come Billy Pilgrim, e hai desiderato che tutto quello che avevi pensato in Io rientrasse nella punta della biro, tutto tutto indietro, facendo scorrere il film di quei mesi passati a dire Io alla rovescia, dall'ultima parola fino alla prima. Perché il guaio con le parole è sempre quello, che non sei più lo stesso dopo che le hai dette o scritte o ascoltate, tutto cambia, non è più la stessa cosa di prima. Nel caso specifico, che guaio è stato: si sono spalancate, e hai scoperto la vastità del microscopico mondodidentro, la parola Io era solo il minuscolo passaggio che portava... dove? Boh, forse a quel tout se tient che ti sembra tenere misteriosamente in piedi il microscopico edificio della tua esistenza da ginestra. Che alla fine, poi, era solo quello che il tuo io voleva raccontare: non i fatti, non le cose in sé, ma il modo, la forza che a un certo punto le metteva tutte insieme a formare qualcosa d'altro, di nuovo, di vivo e di... solido. Che sta in piedi. E invece no. Alla fine, che pasticcio. L'informe matassa del tuo tout se tient ha un senso solo per te, solo tu vedi da dove parte e dove arriva, e come si trasforma. E soprattutto, nella parola Io non ci sta. Non ci entra. Io non è solo io. Io è una rete, di voci e di gesti, di cui solo incidentalmente io fa parte. Io sul foglio è un collo di bottiglia di te che sei intera, in intero che non ha gli strumenti per riassumersi. Ma tu hai spinto lo stesso, più che hai potuto, per far passare quell'intero grosso come te per un buco largo quanto la punta di una biro ed ecco, ecco il pasticcio. Intanto, dietro quella porta così piccola ci hai trovato la mappa del mondo delle congiunzioni, dei legami, delle forze tra loro opposte che, opponendosi a loro volta alla gravità, fanno sì che tout se tient, sicché alla fine parlare in Io è stato tentare di muovere i primi passi nell'immenso territorio delle congiunzioni. Io e.
Che casino. Non ci hai capito più niente. Per mesi hai camminato a tentoni, lasciandoti guidare da una voce che da chissà dove ti portava chissà dove, e sì che non sapevi nemmeno bene di chi fosse, quella voce. Ma ormai c'eri, e allora.

 Poi un giorno, una notte, è spuntata la Luna. Alla sua luce ti sei vista i piedi, e hai visto la strada. E hai gridato. Perché in Io avevi sbagliato tutto, credendo alla voce, che poi era la tua, che diceva che andava tutto bene mentre in cuor tuo sapevi anche se speravi, speravi, speravi. Tutto sbagliato. Ancora e ancora. Guardando l'intero, quel che era passato per il collo di bottiglia della punta della penna era niente più che un ghirigoro informe, un lungo serpentello di dentifricio lasciato lì a seccare. Avevi creduto che. Avevi pensato. Eh, ma cosa avevi avuto il barbaro coraggio di pensare? Che Caporetto, mamma mia. Io non sono quello, hai gridato. Io. Non sono. Questo. Che ho scritto. E allora, non sai come, hai capito: la differenza tra parlare in Io e essere io. Che sono due cose diverse, questo hai imparato. E allora hai detto: non lo faccio più, non lo faro mai più. Io non è quello che scrivo. Io sono intera. Scrivere è un'altra cosa. Non sai cosa, ovviamente, ma insomma. Quindi adesso, quando parli in Io, non sei tu che parli. Di te, adesso, qui non c'è più molto. Qui si parla in Io, ma è sempre le congiunzioni che intendi. Non te.
Il tuo piccolo te... è una cosa di cui c'è molto poco da raccontare. A meno che non si voglia far finta, come ha detto.. chi l'ha detto? Far finta che sia, la vita, una storia che si può raccontare.

 Che come glielo spieghi, tu, a lui, a lei, a te, che cosa significa toccarlo, il resto, l'altro, toccare le cose, le persone, toccarsi fra esseri umani, con la voce, con le dita, accarezzarsi il viso come ciechi, perché così spesso ti ritrovi cieca in questo groviglio di corpipensieriparole di cui non capisci niente e che è intero anch'esso e che è l'intero che ti contiene, davanti al quale non sai far nient'altro che arrenderti, aprirti e infine vuotarti come il recipiente che lui un giorno ti ha fatto scoprire di essere, e così scorrere sulle cose, gocciolare come acqua, e sfiorare, e filtrare, per capire, o almeno provarci, per tentare di ri-conoscere, distinguere, e infine forse conoscere, un giorno, magari chissà. Ma anche no.
Come lo spieghi, questo? Come lo spieghi cosa vuol dire mandare un sacchetto di mandorle - che hai colto con le tue mani sfregiandoti le braccia - a ottocento chilometri di distanza solo per dire grazie perché mi fai sorridere, come lo spieghi che cos'è un inverno passato a macinare chilometri non per l'impresa in cui ti eri gettata, ma per la persona con cui avevi preso l'impegno di portarla a termine? E le Voci, all'ufficio postale, al bar, in quel treno lungo come l'Italia intera che nonostante tutto ancora sa di sudore e a ogni regione cambia lingua, colori, fisionomia? Ma veramente, parliamone, come si spiegano le volte in cui, appena arrivata, hai sentito parlare un idioma mai sentito prima e - incredibile! - hai capito il senso di quel che veniva detto pur non avendone compreso una sola parola? Come pensi di poter spiegare i sogni, i segni, i tremori, la gioia del tornare a far scorrere la mano sulla carta senza dolore e la cicatrice, come la spieghi, quella, che la ringrazi ogni volta, ogni santissima volta che le dita si stringono di nuovo intorno alla penna? Far finta che sia una storia da raccontarsi - così si fa, forse.

Ma se non si sbroglia prima questa questione dei pronomi... no, non si può fare. Proprio no.

Ascoltato da keroppa il 16/05/2007 - solipsismi, pronomi, riastartha - commenti





Riflettiamoci, su

Che poi ci puoi girare intorno quanto vuoi, ma poi alla fine basta, il perché diventa solo una perdita di tempo. L'analisi logica non ti dice perché una frase ti piace così tanto che non smetteresti mai di ripeterla,

[ Ài da stâ dentre al tiô vuoe par jôdeme ]

e intanto magari ti fa distrarre dalle parole, dalla voce che le pronuncia, dal viso che guarda un po' qua e un po' là e dalle mani che si muovono nell'aria mentre la voce, la voce parla. E poi ti concentri, allora, ti concentri tanto che nella voce ti perdi, la lasci entrare dalle orecchie di spugna che la assorbono, come sempre, come ogni volta che riesci a non distrarti, come ogni volta che ti dimentichi di averne anche tu una, di voce, ché poi se pure ce l'hai non la vuoi sentire perché tanto non serve - se parli non senti, e se non senti che parli a fare? - però poi ti dimentichi anche che in teoria ci sarebbe un tuo turno, il tuo turno che serve a non mandare in pezzi il ponte d'aria su cui passa quello che vi dite, ma te lo ricordi quando è tardi, quando sei ancora lì che stai dando alle sue parole il tempo di attraversare il mare di punti di sospensione che vi separa............ e intanto il momento è passato, l'hai mancato perché diciamo la verità, come glielo spieghi che un ritmo unico per tutti i discorsi non esiste e che anzi, ogni volta che si apre bocca se ne crea uno diverso?... così lo guardi mentre ti guarda, che lui ha finito di parlare ma tu sei ancora lì che aspetti le parole arrivare fino in fondo al ponte, fino in fondo alla pancia, e allora anche lui lo vede, il mare di punti di sospensione, te lo vede in faccia ma non sa che è normale e allora ti fa vabbuo', andiamo, va', e tu lo senti che sotto quel vabbuo' c'è un pugno nello stomaco del tipo oh, guarda però che stavo parlando con te, e che cazzo. Ma tu sei veramente, ma veramente tutta scema, allora: pensi che delle persone non ci capisci una mazza e la cosa, in verità, non ti dispiace mica, anzi, perché barcamenarti tra errori e tentativi in qualche modo ti piace, ti tiene sveglia e ti fa sperare sempre che la prossima volta, forse, ecco, se stai più attenta magari andrà meglio. Perché intanto che lui aspettava la risposta tu lo assorbivi parlare e a te intanto tornava in mente la forma di certe foglie e ti dicevi ecco, questo qui è proprio come quella foglia lì, di spaccasassi, tutta storta e nell'insieme assolutamente perfetta, e chissà se anche lui quando ci si mette è capace di romperli con tutta la calma del mondo, i sassi, mi sa di sì. Lo vogliamo dire, e diciamolo, che ti piace non capirci un tubo con le persone, e che proprio perché non ci capisci niente stai sempre lì a paragonarle agli alberi, alle piante, agli insetti. E ti piace anche stare in silenzio mentre loro tirano fuori quello che hanno da dire - dare - anche se poi manchi di parlare al momento giusto pur avendo qualcosa da dire pure tu - che poi che significa avere qualcosa da dire? - e anche se loro ti prendono per... boh, per cosa ti prendono? Maleducata? Rincoglionita? Stupida? Una via di mezzo tra le tre, forse. Vabbe', ti dici sempre, non fa niente, ma chissà che qualche volta uno dei tuoi silenzi non ti privi di una delle prossimevolte in cui riponi la tua fiducia... che chissà quante te ne ha già tolte, senza che nemmeno te ne sia accorta. Come se non fosse già abbastanza ridicolo andarsene in giro con tutta quella roba verde in testa, invece che con pensieri di senso compiuto che non facciano credere a chitistadifronte che non lo stai ascoltando. Che poi se non gli rispondi è proprio perché lo ascoltando da capo a piedi, dalla voce al corpo, accidenti a te.
Ma lui non lo sa, e allora forse ci resta anche un po' male, mentre tu sei lì a sentire la paura che lui ti stava raccontando fissando il cilindro di monetine che ha appena costruito. Ma chi lo fissa, il cilindro, tu o lui? Tutti e due, dannazione, e ci sei, scema, allora... no? Sì. Veramente sì. Che poi dopo te ne accorgi, ti molleresti un ceffone da sola, e il resto ti si strozza lì. Provi a sorridere ma poi insomma... sarebbe meglio di no. Il momento pesa, s' scassa, passa, e tu pensi ancora: mado', non ci capisco niente, non ci capisco VERAMENTE niente. Poi ti guardi intorno e furtiva, piena di vergogna, ti ascolti dire meno male, mentre il pensiero va in frantumi, fucilato da quell'attimo di silenzio che forse non avrebbe dovuto essere. Ma perché, poi?

(sì, c'è eco qui dentro)

Ascoltato da keroppa il 09/05/2007 - eus voci, solipsismi, pronomi - commenti (5)





L'Inconnu sur la terre

Mi riservo di dire. Dico con riserva. Uso le parole di riserva. La riserva di parole è in riserva. O sono io, che dovrei andare a fare rifornimento al distributore? Dove si fa rifornimento di parole? Non so come lo sento, 'sto motore. Non è che s'inceppa. No, è che certi giorni fa: scinne e fattéll'a ppère. O va, o non va. Mi lascia sulla soglia. Davanti un fuori pieno di silenzio e di sole, dietro un dentro pieno di carta e parole. Siccome un po' di sole in certe ore del giorno arriva anche fin sulla porta, succede che spesso non mi muovo da lì. Allungo un braccio dentro, arrivo a prendere carta e penna o un libro, mi siedo sotto lo stipite e ci resto. Col sole addosso, sulla testa e sulle parole. Altri giorni invece le mollo lì, prendo un treno e me ne vado da qualche parte a guardare quello che capita, e per un po' non mi faccio trovare, persa nell'onda di piena della luce tra le undici e le due.
 Scendo a una fermata a caso, in mezzo a una pianura marrone, molle, dove le scarpe affondano rompendo una crosta sottile prima di trovare la morbida pancia umida del mondo. Ci sono, ci sono. Ho un peso da posare sulla linea dell'orizzonte, che bello, non su una sedia, su un tavolo, su un pavimento, su un letto. La geometria non tiene, qua in mezzo. Non c'è niente di dritto in questo posto, sentirsi accolti è facile, è ovvio, va bene, e no anzi: è così e basta. Non c'è niente di dritto qui, e per questo si sta proprio bene. Ma di cosa mi stavo preoccupando, non so. Se il mondo è ancora così morbido si può ancora fare. Fare cosa? Boh. Qualsiasi cosa sia, su questa terracarne si può ancora fare. Tipo: dire. Rispondere a una domanda quando te la fanno. Ecco, se sotto le suole si rompe la crosta, se basta il peso - questo peso, non quel numero sull'affare bianco che sta nell'angolo accanto alla doccia - per arrivare alla carne umida e morbida della terra che però ti sostiene senza farti sprofondare, allora sì, se arriva una domanda si può anche rispondere senza che ne venga fuori nulla di brutto, nulla di male. Si può fare, si può ancora fare. Il peso, questo peso è una benedizione. Vuoi vedere che affondo anche se mi tolgo le scarpe? Non ci credi? Guarda. Una, due, ecco. Anche i calzini, via. Ecco. Fa solletico sotto i piedi, pizzica la terra che si rompe. Mi lascia entrare lo stesso. Vedi?
Una volta ho camminato nella terra con una persona che senza le scarpe non affondava. Era così leggera  che senza le scarpe la terra non la lasciava entrare. E siccome eravamo lì apposta per quello, ci restò male. Forse non le piaccio, pensò. Però dai, adesso cammino nelle tue impronte, disse con un sorriso, come quando leggi una storia scritta da qualcun altro. Ma la sua gioia era ormai spezzata. E anche la mia.
Ma era così tanto tempo fa. Una o due persone fa, almeno. Nessuna sorpresa.

 Oggi la terra è umida e molle, esattamente come allora. E il sole pure, alto, e caldo. La luce, che a ondate si rovescia sulla pianura dove niente è dritto, non ci tiene a sottolineare nessuno spigolo, stamattina, ma solo a far luccicare il didentro di ogni recipiente che mi si apre sotto i piedi, e a fare più intensi gli odori, che al sole sanno più forte, più forte... più forte sa la terra secca e quella bagnata, e l'albero spoglio più in là lancia fin qui il sentore della corteccia, mentre io stessa spando quello della lana calda del maglione, della pelle, dei capelli. Non ci sono parole qui fuori. Di quelle che mi porto dietro, nessuna si trova qui. Qui ci sono solo luce e terra. Luce e terra. Terra, terra, terra. Terra sui pantaloni dalle ginocchia in giù. Nemmeno un filo d'erba. Le scarpe con dentro i calzini, tenute con due dita di una mano, mentre l'altra è libera. Il giaccone, appallottolato laggiù, lontano lontano, dove finisce (o inizia... insomma, sulla soglia) il campo. Vado dove voglio. Dove vado? Di qua, poi di qua. A ogni passo si apre la terra, ancora, e ancora, non so se è bello o fa male, non lo so e non smetto, non posso smettere, vado dove voglio e sono un aratro, vado dove voglio, vadodovevoglio e mi chiedo: chedirezioneprend... e muore senza manco il punto interrogativo, la domanda, ché qua è solo tutto marrone, una enorme distesa marrone e la direzione me la sono persa, m'è caduta da qualche parte, forse l'ho lasciata in stazione, non so, ma tanto a che serve, ché qua è così grande che vado dove voglio, qua, qua e poi qua, e poi là, e la terra si rompe e mi lascia passare, e il sole si fa così caldo che pesa, nemmeno c'avessi due mani di luce che mi spingono verso il basso posate sulle spalle.
 Ma c'era quella storia. Il ragazzino, sconosciuto, che amava la luce crudele, accecante dei giorni d'estate, che nel bianco di quella luce saltava a piedi uniti sulla sabbia per separare l'ombra dai suoi piedi. I piedi ricadevano sulla terra e l'ombra nera si riattaccava ai piedi, e lui la guardava ridendo. Ommadonna, come ho fatto a dimenticarla? Cammino, un passo dopo l'altro ed ecco, adesso lo faccio anch'io, sì, che unisco i piedi e hop-là, hop-là, hoooop-là, hop-laaaaaà, e uh, la terra profuma ancora più forte, perché sotto i piedi si aprono recipienti ancora più grandi, e - hop-laaaà! - anch'io profumo più forte, e cosa sono allora, hop, cosa sono stamattina, laaaaà, cosa sono stamattina, un coniglio, un pesce, un sasso, cosa, cosasono, e cosa sei tu, e guarda l'ombra che si stacca, perché sì, che si stacca, è vero, e chi l'avrebbe mai detto che dopo tanti chilometri ti saresti messa a saltare sulla terra a piedi scalzi, così, senza parole, senza se e senza ma, che ti sarebbero volate via di mano le scarpe, libere, via, via libere anche loro, che ne hanno fatti di chilometri anche loro e pure nel vomito sono passate, e ora stanno là, libere, per una volta non appaiate, una di qua e l'altra di là ma sempre compagne, come dicono nel dialetto qui vicino, che sono vecie compagne, dopo un volo che le ha scollate anche loro dalla loro ombra, per una volta, per un momento, mentre tu fai i tuoi esperimenti di gravità e ti senti leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante fino a non. Poterne. Più.

*

Ti ha svegliata la curva che la strada ferrata fa subito prima di entrare in stazione. Non ti ha visto nessuno, ma dalle ginocchia in giù sei marrone, e intorno a te c'è odore di terra bagnata, di te e di sole. E radici dentro le scarpe, che un po' ti dispiace di dover lavare via una volta arrivata a casa. Ma che ne sapevi tu? No, è vero, ammettilo. Che ne sapevi. Non lo conoscevi, questo.

E da che parte del finestrino stavi?
Neanche questo lo sai.
(torna alla riserva, va')

Ascoltato da keroppa il 26/02/2007 - eus voci, in somnus, pronomi - commenti (4)





Οὖτις ἐμοί γ' ὂνομα

"Ecco cosa sono, le Eus: l'universo - grande, piccolo - te lo fanno misurare tutto".

[Marco Paolini, Bestiario italiano - I cani del gas]



E poi, cos'è successo dopo?,
ti ha chiesto.

E' tutto il pomeriggio che ve la raccontate, ti si incurva un angolo della bocca in un sorrisino appena accennato quando pensi che già lo sai che si farà sera, poi forse anche notte.

Ma a che mi serve questo blog? Che ci faccio qui? Cosa? Cosa ci faccio dentro questa scrittura?

Te l'eri chiesto con lei, ché lei, che comprende sempre tutto, c'ha sempre quella parola in più che ti riporta sui binari. Anche quando l'interrogativo, diciamolo, è una questione per cui non trovi aggettivi, tipo questa. Visto da lontano, che ci vuoi fare, il mondo è solo una palla che gira. Ultimamente, però, che in giro leggi molto, pure troppo, te lo chiedi anche piuttosto spesso. Leggi così tanto che poi alla fine ti interroghi su cose alle quali normalmente non ti verrebbe nemmeno di pensare. Come ti ci sei infilata, qui dentro? Te lo chiedi tu, e adesso te lo chiede anche lei, che è curiosa di tutto, anche di quello che non conosce. E a un certo punto hai concluso che precisamente tu non lo sai. Ma lei ha detto che no, per la cura che dedichi a 'sto spazio non può essere.

Non dire scemate
, ti fa.

Scemate
. Questa è proprio una delle sue parole, non conosci nessuno che la usi quanto e come lei, che al posto di cretinata dice scemata.

Se non sai cosa ci fai adesso lì, scommetto però che sai come hai cominciato, tu ti ricordi sempre l'inizio delle cose, tu ricordi sempre tutto - dice.

Eh. Ti disarma così, davanti alla tisaniera dove filtra la solita miscela di erbe, sempre la stessa ormai da anni. Ma è vero, com'è che è successo te lo ricordi benissimo. Era stato lui che, una sera di febbraio che non avevate niente da fare e fuori era freddo ed era tardi e le tisane - sempre quelle -  fumavano sulla tua scrivania e lui se ne stava seduto al tuo pc, aveva detto no, senti, mo' te ne apro uno io.

Eh, ma che me ne devo fa'?
E io che ne so? Tu prova.

Te ne parlava già da un po' ma tu, boh, sempre distratta.

Come lo vuoi chiamare, allora?
Uff'.
Jamm', la prima cosa che ti viene in mente...
Boh.
Dai!
Eh, ma che ne so... boh... eus. Eus, ja'.
Eus? E che è?
Voci.
Eh?
Voci, in una lingua che non conosciamo.
Mh. Vabbuo'.

Detto, fatto. Così te l'eri tolto 'a tuorno, credevi. Il giorno dopo te lo impaginava, e in alto c'era un frammento di quella foto, proprio quella. Com'era bella la pagina, bianca e azzurra come i tuoi quaderni. Tanta la gratitudine, che a scriverci niente ti pareva di far andare sprecato il tempo che lui aveva speso a metterlo in piedi. Un peccato.

E poi?

E poi cavolo, e mo' che ci scrivo?, avevi pensato. Uff'. E insomma, siccome lui era il solo a venirlo a leggere, in poco tempo fu: che voi si iniziasse a parlare anche così, da lontano, un post alla volta, intanto che entrambi si andava e veniva, a zig-zag sulla crosta di questo pianeta che gira. O almeno così era per te, essendo lui il solo interlocutore di questi scambi di luoghi, viaggi... e voci. Già, a proposito, le voci.

Com'è che t'era venuta in mente proprio quella parola?

Uhm. C'hai pensato. C'avete pensato. Dice lei che certe cose nella vita ti pigliano a tradimento. Te le porti appresso da una vita, dai, ce le avevi lì che ti aspettavano al varco.

Oddio. E' proprio vero, visto da lontano il mondo è una palla che gira. Ma certe volte lo è anche da vicino.

Dai, ja', è inutile che ci giri tanto intorno, sono venute a galla a tradimento, loro, che ti seguivano dappertutto. Come quell'altra volta.

Gli è che comunque, com'era come non era, ci avevi preso un certo gusto a stare in questo spazio condiviso a chiacchierare di altri spazi condivisi, cioè quelli su cui ti capitava o vi capitava di mettere piede insieme. E così, poco a poco, il dialogo con il gallinaro deragliava prendendo una piega sempre più larga e però, ecco, mica smettevi di parlargli, no anzi, ti piaceva pensare che sulle strade di cui parlavi lui veniva con te, da lontano. In fin dei conti, era sempre con lui che parlavi.

E poi?

E poi, a un certo punto, è successo che lo spazio si è aperto. E' arrivato qualcun altro. Lo spazio condiviso ha fatto effetto cosicché qualche voce, passando di là, forse per caso o forse no, ha detto: ue', ciao, qua ci sono anch'io. Nella sua lingua, però.

Ah ah... che botta, quella, per le parole, eh?

Già già. Una vera e propria botta, nel senso che botta ha nella tua lingua. Non un botto, ma una botta. Una spinta. Perché le eus, si vede, erano venute fuori non del tutto per caso, e mo' avevano avuto la botta. Come dice quella canzone che sta sempre con te:

I got some things I can't tell anyone
I got some things I just can't say.
They're the kind of things no one knows about,
I just need somebody talk... to me.


Ecco. A tradimento. Visto che ci sono cose che non posso dire, allora - avevi pensato - facciamo così: parlate voi. Così vi ascolto, vi lascio entrare e risuonare, e io non avrò altro da fare se non. Risuonare. Poi, dentro, fate quello che vi pare. Io resto qui ad ascoltarvi. Tanto, non mi basterebbe tutto il tempo del mondo.

Ma che ne sapevi, tu, delle risonanze?
Niente.
Non sapevi niente di come si fanno eco, le Voci, i suoni, i suoni della carne. Che ne sapevi, tu.

Sapevi solo che quando intendevi le parole senza capirle, ecco, lì avevi incontrato una voce. Ce n'erano sparse ovunque, solo che non lo avevi mai realizzato prima che la vita ti portasse lontano dal posto in cui sei nata e cresciuta. E quindi, che altro poteva succedere? Quasi senza di te, le tue orecchie si sono lanciate all'ascolto. Come quel giorno, lì, di tre anni fa.

Ah, quello, è vero, me l'ero scordata. Ma vedi che ti ricordi sempre, tu?

Perché era successo che quel giorno eri andata ad ascoltare una Voce che ti era cara raccontare le sue storie, e tra queste storie c'era quella di un'altra voce che a sua volta raccontava - in una lingua che non avevi mai sentito prima in vita tua - di essere fuggita dalla Terra barricandosi nella sua stanza che era una nave spaziale, in cui il sedile era il letto e lo specchio l'oblò da cui si vedevano stelle e galassie, e le ombre sul muro meteoriti. Ed è successo che dopo, parlando con chi aveva ascoltato insieme a te quella storia, l'altro s'era dispiaciuto di non averne afferrato niente, nemmeno una parola.

Ma come? La nave spaziale, e gli umani che gli gridano di uscire, e lui che scappa sempre più lontano...
Eh? No, aspetta, ma la conoscevi già, quella poesia?
Noooo, mai sentita prima.
Allora conoscevi il dialetto.
Oddio... veramente no... hai sentito il nome di quel posto? Non so nemmeno dove sta, Andreis.
E come l'hai capita, allora?
E che ne so? Ma tu proprio niente... nemmeno il diciotto agosto dell'ottantadue?
Anche una data, c'era?
Sì, l'ha detta all'inizio, mi pare...
Ti ricordi le parole?
Uhm... no.
Nemmeno un verso?
...
...
... no, le parole non mi tornano in mente.
Ohibo', però...
Eh...
Mah.
Mah.

Quella era stata la prima volta. Ti era rimasta in testa la storia, ma non le parole. Allora, di quelle parole che non avevi capito ti sei messa a caccia. E hai scoperto un mondo intero, incassato lassù, tra le pieghe di certe montagne di cui non avresti mai saputo nemmeno immaginare l'esistenza. E da allora, per un motivo o per l'altro, non ha smesso più di succedere. Ma che ne sapevi, tu, delle risonanze. Delle voci. Delle Eus.

Un giorno, poi, qualcuno ti ha detto: a furia di leggerti parlare (sic!) di voci ho l'impressione di sentire la tua, e anch'io a volte ti intendo senza capirti del tutto. Te ne sei mai accorta? E poi è strano perché è una voce scritta. Ci sono certe volte che mi domando come fa quella che ti suona nella gola.

Eh. Vero, eh. Qualche volta succedeva, e che meraviglia ogni volta. Quell'irragionevole sensazione di essersi intesi.

Non ti ci sei mai abituata, eh?

No, mai. Come ancora adesso non ti abitui all'idea delle quattro-cinque presenze che con il tempo sono diventate Eus, Voci a loro volta, ché ogni volta che ne arriva una nuova sei lì che ti domandi sul suo conto cose inutili tipo chissà chi è, dove sta e chissà in che modo tiene tra le dita, che so, la tazzina quando beve il caffè... come la meraviglia che ti ha fatto quel qualcuno che nei mesi appena trascorsi s'è letta tutta, 'sta carriola di parole, dall'inizio (parliamone, ancora ogni tanto ci pensi). E poi le voci, quelle che suonano, e come suonano. E risuonano. Scritte, e parlate. Sulla carta, su uno schermo, nella gola. Non ci capivi più niente. Ma che ne sapevi, tu, delle risonanze.

 E che ne sapevi, anche, di dove avevi messo quella che ti suonava nella gola. Non te lo ricordavi mica più. Il viso che ti sta di fronte dietro le volute di vapore della tisana ti dice spesso che la usi solo per dire quattro, cinque, sei parole in croce: scusa, grazie, tivogliobbene, no, guarda, veramentevolevodireunaltracosamanonfanniente.
E non chiedere sempre scusa!
, ti fa stizzita ogni tanto. Ma che ci vuoi fare, quella e grazie ti sembrano le migliori tra quelle che conosci, e devi pur ammettere che a volte se non puoi dirle preferisci stare zitta. Se non altro, per non essere troppo ripetitiva. Per cui, ecco: le tue parole da sole non vanno. Da nessuna parte. Non sono mai andate da nessuna parte da sole, il tuo linguaggio intero basandosi sulla sola nozione di spazio. Del tipo: aspetta, se vuoi sederti qui anche tu a guardare il mare qui c'è un sacco di posto. E allora, siccome spesso ne sei priva, hai detto: parlatemi voi. Parlate, ché io sono vuota e voi risuonate dentro questo vuoto siderale che tanto spesso mi dà le vertigini - davanti alla risorgiva di un fiume carsico ma anche davanti a una specie di palafitta appena intravista guidando su una statale che attraversa una laguna, tanto per dire - e mi colate tra le mani e mi riempite... e io, che sono niente più che un recipiente, qui ho tanto spazio che non ci si sta mai stretti, questo almeno lo posso garantire.

Ma allora, scusa, era questo che volevi dire!
Eh?
E che altro sennò?
Eh...
Dai, questo è quello che fai sempre. Andare a mettere le orecchie e le mani dappertutto. Non saprai parlare, è vero, ma non sai stare nascosta. E nemmeno lo hai mai voluto, quindi di che ti meravigli se poi le parole vogliono parlare di questo?
Aspettaiovolevodireunaltracos...
Non è vero.
Ma...
Non dire scemate.
Guarda che non mi hai fatto dire ancora niente.
Stai per dirne una, mi ci gioco la sottana.
Non hai mai portato una sottana.
Domani me ne faccio dare una da mia mamma e me la metto solo per scommetterla.
Stronza.
Dimmi.
Niente, stronza e basta. Vocativo.
Grazie.
Non mi fregare le parole.
E' ovèro, chell' già so' ppoche...
Stronza.
Ti ripeti, vedi...
Tien' chiù corna 'e 'na sporta 'e ciammarrùche. Meglio?
Stronza.
Che è, ti s'è infeltrito pur'a te, il vocabolario?

E pure s'è fatta notte, alla fine. Due risate scomposte sbattono sulle pareti.

Anche queste risuonano...
Già.
...
...
Mari'.
Eh.
Non so parlare d'altro, quello è il fatto.
Embe', e che fa?
Non lo so. E' solo che certe volte lo vorrei proprio dire, a chi passa di là.
E tu diglielo.
Ma si può?
Ancora con 'sta storia? Qua passano gli anni, ma sei recidiva allora...
Eh, lo so.
Oh, machettifrega, atté.
Mh. Machemmifrega, ammé?
Eh.
Eh.
...
...
...


Perché alla fin fine, è vero, questo era quello che volevo dire: parlate voi, visto che io è meglio di no, perché quando cadete in questo vuoto bianco e azzurro iniziate a risuonare, e alla fine quello di cui si parla qui dentro è solo questo, solo questo, quel che succede in questo vuoto quando calate sul suolo delle mani, delle orecchie, degli occhi, che dopo non è più lo stesso, ché l'ascolto ogni volta muove, smuove qualcosa sottoterra sicché dopo non sono più quella di prima, e non lo sarò mai più.

Questo solo volevo dire, questo è quello che ci faccio qua dentro, dire quella stranissima cosa che è camminare, annegare in un mondo di lingue diverse che tra di loro non si capiscono ma si intendono, per quale mistero non so, e però succede, succede proprio ogni santissima volta, e dopo mi ritrovo dentro 'sta scafaréa qualcosa che prima non c'era, non sapevo, non capivo, nemmeno lontanamente potevo immaginare. E anche di questo volevo dire - in un'altra sede, è vero, però c'entra e me lo appunto qui per non dimenticarlo - di come di bocca in bocca le parole viaggino su strade che si incrociano con altri percorsi, passando per altri punti di una mappa immensa, quella di uno spazio condiviso che è la voce, queste onde sonore così intime che viaggiano da interno a interno, da polmone a timpano, scavalcando anche la superficie della pelle. E allora parlate, che diamine, perché tanto qua ci abita solo un'ombra che ascolta, che cammina sul fondo spostandosi da un mare di parole all'altro, da una geografia all'altra, da una voce all'altra, e se voi accettate di parlare questa specie di ombra a nervi scoperti non ha nessun problema a venire fino a dove vi trovate voi, a sedersi lì accanto per sentire come dite, con la vostra voce: ciao. E, dopo, non essere più la stessa di prima.

Late biosas? Ma nemmeno per sogno. Senza nome sì, ma di nascosto no.




[Grazie per la foto, tu]

Ascoltato da keroppa il 18/12/2006 - idioma o idiozia, eus voci, i soci, pronomi - commenti (9)





Orti (amici)

E poi lui è venuto, l'amico di una vita intera, sotto l'albero che spargeva nel vento le sue foglie, portando in dono un ricordo di luce della sua estate e una frase che solo voi due condividete. E tu l'hai visto, quel ricordo, con i tuoi occhi e i suoi, che erano la stessa cosa. E hai pensato: ecco com'è successo che ci siamo salvati la vita, io e te. E sì, così, impastando insieme luce e parole, con pazienza, per anni. E senza di te a questo mondo, hai pensato e hai detto, adesso non sarei qui. E anche lui, l'ha pensato e l'ha detto. E perché è così semplice, in fondo, sul fondo, così. E avete riso. E riso e riso e riso, che non vi fermavate più. E però la pizza è venuta bene, eh?

E ridevate e ridevate e ridevate, con la pancia con i polmoni e con la gola, fino a quel punto in cui qualcosa dentro si spezza e tu pensi ecco, mo' schiatto. E all'improvviso, manco lo sai com'è e perché, ti sei sentita rinascere.

Vuota, e nuova. Dentro una risata che non finiva più. Per carità, niente di chissà che. Una rinascita di tutti i giorni. Di sole e di buongiorno

Ascoltato da keroppa il 29/11/2006 - dialoghi, eus voci, i soci, pronomi - commenti (8)





Llew Llaw Gyffes

  Quel fuoco fatuo, la legge: da che parte devo cominciare, per parlarne? La legge consiste nelle norme giuridiche, o nelle loro interpretazioni ad opera dei giudici, o delle giurie? E' il precedente, o è il fatto presente? La norma o la pratica? Credo che non mi interessi granché sapere che cosa sia la legge.
  Certo, però, sono curioso delle cose che si possono far fare alla legge, ma questo disinteressatamente, senza impegno. A un bambino capita fra le mani un trattore giocattolo, lui gli dà la carica e prova a fargli scavalcare un libro. Il trattore lo scavalca bene. Il bambino piazza un altro libro qua, così, e inclina il primo. Il trattore li scavalca, non senza difficoltà. Il bambino apre le pagine del primo libro, ci appoggia sopra il secondo, per traverso, e sotto a tutti e due mette una sua scarpa. Il trattore ci prova, si sforza, gira su se stesso, ronza e ricade sul dorso, come una tartaruga, con le ruote che girano a tutta velocità, ma inutilmente. Il bambino passa poi alle matite colorate e ai puzzle, con volto impassibile. Non so che vogliate dire, signori, quando parlate di giustizia. [...]
  Va bene, dunque, non ho opinioni generali sulla legge, o sulla giustizia, e se a volte pongo piccoli ostacoli, libri e piani obliqui sul cammino della legge è perché sono curioso, unicamente, di vedere che cosa succederà. Nelle occasioni in cui il motore della legge ricade impotente a gambe all'aria, mi appunto il fatto mentalmente e, senza mutare espressione, vado avanti [...]. Vincere o perdere le cause non mi importa, e credo di non averne mai fatto un segreto con i miei clienti. Vengono da me, così come vogliono presentarsi davanti alla legge, perché loro credono di avere una buona causa. Io e la legge siamo del tutto indipendenti l'uno dall'altra.


[John Barth, L'opera galleggiante, 1967, nella traduzione di H. Furst e M. Testa]

***

 Strascico di una conversazione in una trattoria di Doberdò del Lago. Che c'entra?
Eh. E che ne so. Ma l'eco

["Le eco? Gli eco? Gli echi? Mh. Sono ubriaca"]

risuonava ancora, ancora e ancora, tornando a casa. Ma sarà stato lo gnocco, tutt'al più.

Comunque non è vero che non so cosa c'entra. C'entra, eccome. Ma pensavo: ci vuole mano ferma a volte, nella vita. In molti frangenti, qualche volta anche per combinare guai. Con le parole, invece, no. Forse no. Ma anche no. Vedere cosa si può farne, senz'impegno. 'Sto trattore giocattolo, vedere dove va se. Fosse per me, lo si potrebbe far volare a gambe all'aria all'infinito. No, dico, ma sai che risate?

Ascoltato da keroppa il 12/11/2006 - dialoghi, eus voci, post-it, pronomi - commenti (2)





i - o

... è il verso dell'asino, non te lo dimenticare.

Ascoltato da keroppa il 27/09/2006 - idioma o idiozia, eus voci, pronomi - commenti (3)





Sott'acqua (lettera aperta dal Frammento Io a Chimistadifronte, comunemente detto Tu)

 Che succede? Le parole scorrono veloci, si fanno di nuovo rondini, non le afferro, o se le afferro le pesco dal fondo. Rondini come pesci. Voci con le squame e con le ali.

 E poi: ho vene come arbusti, macchie viola nelle giunture, graffi di rami di biancospino e di quel mandorlo dappertutto, le scarpe infangate da una passeggiata in un canneto assurdo che ho trovato dove non avrebbe dovuto stare. C'è aria di mare su in montagna, e sentore di camini accesi sul Golfo. Mi sposto insieme al vento (o almeno vorrei, la leggerezza è una qualità che non mi appartiene), sfioro persone suoni forme, guardo registro e taccio. 'Sta tizia in cui abito è un disastro, ma insomma, non è che posso cambiare casa.

 E chi mi sta di fronte mi vede così per quello che sono, visto che non c'è bisogno per forza di raccontarsi per lasciarsi vedere. Raccontarsi serve a farsi intra-vedere, casomai. Allora mi porto appresso quest'aria di vuoto, o di pieno non so, di non-parola, di non-racconto, e di quest'aria scoppio in preda a pensieri troppo semplici perché possano uscire dal troppo largo imbuto della gola. Mi dispiace, qualche volta, di non avere tra le mani qualcosa che valga la pena per Chimistadifronte, perché Chimistadifronte talvolta crede che per passare del tempo insieme ci sia bisogno di. Ed è qui che il cielo si mette a vibrare - o traballare - qua sopra, che la volta stellata si tende come un arco e a me pare che a momenti una freccia grossa come il pino che sta a guardia del Teatro Grande di Pompei mi verrà scoccata dritta sulla testa. E' per questo fatto che non capisco cosa significano tutti questi  bisogni fra me e te, a parte quello imposto dalla congiunzione, per l'appunto, per la quale io e te stiamo respirando e camminando, ognuno col suo ritmo eppure alla stessa andatura.

 Sono un catino, aperta come un recipiente, me lo dici ogni volta, un calderone di luoghi che spesso si sovrappongono al viso di Chimistadifronte componendo in trasparenza strane visioni di cui non so dire, e nemmeno scrivere. Al limite si potrebbe cantarle, se solo sapessi come fare. Tacerle, alla fine, mi sembra la cosa più sensata, sarà perché è quel che in fin dei conti mi riesce più facile. Non lo so. Non so del resto nemmeno perché mi ritrovi così spesso a pensare al silenzio che abbiamo, che hai, che ho sempre avuto. Si può avere il silenzio? Me la chiedo sempre, 'sta cosa, vagando per questo paesaggio i cui colori - non ci posso fare niente - sono quelli delle Voci, delle Voci che stanno sempre nel mezzo, nello spazio angusto in altezza ma sterminato in larghezza delle congiunzioni. A gattoni deve camminare il linguaggio in questo paesaggio-paese, ecco perché, ecco perché.

Che tutto 'sto giro è solo per dire: scusa.
Scusa per tutte quelle volte in cui il mio silenzio ti ha fatto credere che non ti stessi ascoltando, o che non avessi niente da dire. E' che ho l'udito guasto, e la tua voce mi faceva eco dentro, e da quell'eco qualche volta facevo fatica a distogliere l'intera mia lingua - che senza chiedere il permesso si faceva orecchio, sicché parlare era assorbire la tua voce in pace, e niente di più.

Ma era sempre te che ascoltavo. Credimi. Ti ascoltavo così tanto che annegavo.

Che manc'a farlo apposta è una delle mie specialità, in fondo.

Sul fondo.

(annegare, non ascoltare)

Ascoltato da keroppa il 21/09/2006 - dialoghi, i soci, in somnus, pronomi - commenti





Tu. Così lontana dietro quest'angolo da non riuscire a smettere di pensarti.


Recent it seems
we must push on, we must push on.

Though we bleed
We must push on, we must push on.


[Dredg, Same Ol' Road, 2002]


Ascoltato da keroppa il 20/09/2006 - eus voci, infralogie, pronomi - comm