Home » in somnusTag correlati: eus voci, solipsismi, i soci, infralogie, riastartha, pronomi, 81100 l eterno scempio, idioma o idiozia, dialoghi, wor l ds, fermata non richiesta, vocabolario fuori argine, atlante minimo, carta, sguardi
Io sono settequaranta
signore di demanio
protettore di sale d'aspetto abbandonate.

*
C'è qualcosa nei tuoi colori che mi rattrista. La pelle pallida, gli occhi appena emersi da chissà quale fondo di lago, la faccia polacca che il più delle volte non so capire, e oltre a quelli il profumo di tabacco che quella volta, nascosta dietro la tua spalla destra, pensavo: lo perdo, questo lo perdo - e invece senza saperlo me lo sono piantato, intatto, in quel naso affamato che mi ritrovo. E' un languore feroce quello che mi fai venire, peggio di una separazione acchissaquando, solo che non è quando te ne vai che mi prende, ma non appena arrivi.
*
Aspetto qui. C'è questa sala fatta apposta, che visito ogni volta che avverto il bisogno di sentire il tempo che scorre, tempo che scorre e basta. In un modo o nell'altro, talvolta ho bisogno di sedermi da qualche parte e vedere cosa succede, indipendentemente dal fatto che debba poi mettermi in marcia o meno. E siccome è nelle stazioni che ho imparato questa cosa che credo si chiami aspettare, da quando ho trovato questa stanza che un qualche capostazione ha voluto conservare così com'era quando si usava ancora sedersi accanto a qualcun altro su queste lunghe panche senza che necessariamente ci fosse un bracciolo, o una roba qualsiasi a separare e delimitare lo spazio che spetta a ciascun corpo, ciascun paio di chiappe - da quando l'ho trovata, dicevo, ci vengo ogni tanto a lasciare che il tempo si metta a scorrere tra le mille cose da fare. Come adesso, che sono una bambina, e aspetto. Quando sono tornata bambina non lo so, ma è certo che lo sono perché sto qui a guardarmi le gambette che penzolano dalla panca e non arrivano a terra e anzi, sono così lontane da terra che qualcuno deve avermici issata, quassù. Non ho neanche niente da leggere, e a dire il vero non so nemmeno se ho già imparato, a leggere. Sto sul fondo della saletta, a un capo di questo tavolone col piano di marmo ghiacciato anche se siamo in piena estate, e guardo i treni e le persone che passano appena fuori dalla membrana della porta che dà sul binario uno, direzione Gemona, e sono invisibile al di qua di questa porta aperta oltre la quale nessuno sbircia, e che nessuno attraversa. Sono io ma bambina, aspetto una data ma non è un appuntamento, ho tutto il tempo del mondo. Sto qui, passa il tempo, i viaggiatori, i macchinisti, sto qui e non so nemmeno se so leggere oppure no.
*
Aspetto qui, sono bambina, guardo fuori, è un sogno che riemerge un poco alla volta. Ho sulla mano, nella piega fra due dita, una vescica da scopa che sta diventando callo, e sul tavolo ci sono sparsi tutti i libri da cui non vedo l'ora di separarmi. La luce fuori è limpida e fresca, stanotte deve aver piovuto molto e io non so leggere, no, questo adesso lo so, e sono bloccata qui, se tentassi di scendere da questa panca da sola finirei con lo spaccarmi qualche dente. No, dico, ma chi mi ci ha messa qui?
Poi la luce che viene dalla porta si oscura e per un attimo è buio.
- Sono stato io.
- Perché?
- Perché con quelle gambe lì non puoi andare da nessuna parte, per una volta.
- E allora?
- Allora per una volta non mi pianti in asso.
- Non mi piace tanto, stare con te. Mi fai venire male alla pancia, certe volte.
- Si vede che sei innamorata.
- Si vede che è meglio che stai zitto.
- Comunque non ti inquietare, a nessuno piace stare coi morti.
- Ma tu non sei...
- Mh, può darsi.
Sempre a fumare la pipa, stai. Sei un uomo di pazienza. E quel cappello, sempre lo stesso. Guardi fuori, sui binari, dall'altra parte del mondo.
- Ti piace qui, vero?
- Be', sì.
- E' per questo che ti ci ho portata. Per lo meno possiamo parlare in un posto che ti piace.
- Che ho fatto, stavolta?
- Hai visto il mio nome scritto sul cippo dei tuoi caduti, vero?
- Hhhhh...
- Non ti angustiare, di questo periodo dell'anno è normale. Pensa se invece di me incontravi lui.
- Be'. A lui le stazioni non stavano tanto simpatiche, se è per questo.
- Già, è vero, queste sono roba tua. Quali erano i posti suoi?
- I campi di volo. E il pizzo di una collina.
- Ah. E quando sarà il momento ce la farai?
- Sì.
- Sicura?
- E' già da un po' che ce la faccio.
- Mh. Ma guardati.
- Cosa.
- La tua prima ruga.
- Dove?
- Qua, sul labbro superiore.
- Ah. E' normale, penso.
- In effetti. Cèa, ti ga pure i cavei bianchi.
- Appunto.
- Allora era ora.
- Eh.
- 'Scolta.
- Dime.
- Me non mi dispiace, di stare coi tuoi morti. Lasseme là.
- Ma...
- Coi morti si parla in certi casi più volentieri che coi vivi, anche se può non sembrare.
- Mbe', questo è vero.
*
(continua)
Ascoltato da keroppa il 23/08/2008 - in somnus, fermata non richiesta, voce del verbo - commenti
Questa notte ho fatto un sogno strutturato a Matrioska.
[Elio e le Storie Tese, 2003]
*
Ti odiavo. Con la gola che mi faceva male per la rabbia, a tavola, parlavo col diaframma e con ogni fibra del mio corpo, facevo alla mia famiglia l'elenco delle tue menzogne, tu eri ospite e sedevi con noi e non potevo sopportarlo, non potevo sopportarti seduta lì e loro con gli occhi bassi senza il coraggio di mandarti via a ceffoni, a sputi, a coltellate, senza il coraggio di dire niente, e quelle facce come a dire, a me: ma ti pare il caso proprio adesso?
E tu, poi, seduta lì tranquilla finché a un certo punto non hai detto, calmissima, senza alcuna inquietudine: "ma cosa stai cercando di fare, per caso stai provando a mandarmi via? Guarda che non ci riesci mica, non hai idea di quante volte sono stata nella sua stessa stanza senza che lui lo volesse, non pensare di riuscirci tu adesso".
E' stato allora che mi sono alzata in piedi, con la forchetta stretta in mano, e che ho preso a gridare NO, E MO' BASTA, NON LO SOPPORTO, IO NON POSSO SOPPORTARE LA TUA PRESENZA IN CASA MIA, NO, ANZI, IN CASA DI MIA MADRE, CHE' IO QUA NON CI ABITO PIU', NON SOPPORTO SENTIRTI APRIRE LA BOCCA, TE NE DEVI ANDARE, ADESSO.
E mia madre che non mi guardava nemmeno, gli occhi fissi sul pane a pezzi accanto al piatto, e MA ADESSO TI FACCIO A PEZZI IO, ho detto con i muscoli siringati di una fòja che mi sfuggiva come un conato di vomito, TI FACCIO A PEZZI CON LE MIE MANI, CHE STAI QUI QUANDO DOVRESTI SOLO SPEGNERTI DI VERGOGNA, TERRORISTA, CHE MO' NESSUNO TI DICE PIU' NIENTE PERCHE' HANNO PAURA, SEI CONTENTA, EH, MA IO TI FACCIO A PEZZI, LO SAI, TI FACCIO A PEZZI, TI FACCIO A PEZZI, TI FACCIO A P....
*
- ... ehiehiehi.
- hhhhhhhhhhh!
- Respira, ue', respira...
- hhhhhhhhhhhh...
- Piano, piano...
- hhhhhhhhhhhhh...
Il volto in fiamme, ti sei sentita sollevare per le spalle. Buio. Stavi co' 'sti pugni stretti stretti e non sentivi l'aria intorno.
- Chi è che vuoi fare a pezzi, ne'?
- Oddio, oddio....
- Tranquilla... tranquilla...
- Eeeehhhh....
- Allora, con chi ce l'avevi?
- Non... lo so... le bugie...
- Eh?
- Le bugie... a tavola con noi tutti i giorni... ma era... chi era...
- Ma che dici?
- ...
- Avevi le braccia tese in avanti, te ne sei accorta?
- Non... so...
- Senti, tu mi devi fare un favore: dedicati di nuovo ai viaggi. O a Caserta, anche, come ti diceva Manuela.
- Eh, ma mo' che c'entr...?
- Insomma, di' alla tua anima di lavorare di meno.
- ...
- No, sai, così per lo meno la notte si dorme.
- Uff', mi dispiace di averti svegliato...
- Svegliato? Ma no, figurati, guarda che sono andato al lavoro più di un'ora fa.
*
Apre gli occhi, d'istinto la mano s'allunga verso il cuscino accanto.
Vuoto.
Interno giorno.
Ascoltato da keroppa il 14/07/2008 - dialoghi, in somnus - commenti (1)
E' un attimo rimasto sulla carta. C'era questo pomeriggio brutto, di pioggia appena finita e di fresco, di umori cattivi e silenzi violenti, che tu eri due stanze più in là a litigare al telefono con la tua ragazza e io di qua con quattro pastelli e la finestra spalancata sul sole che tramontava su questo pezzo di Friuli, che dopo un'ora di porte chiuse mi ero dimenticata di te e parlavo e cantavo come quando intorno non c'è nessuno. Eri vicino e non ti sentivo, non ti sentivo più, la mano ricopiava la finestra e non sentivo più nemmeno lo scarabocchio, dov'ero un anno fa, stavo pensando, mi pare, e mi vedevo dentro una canzone piccola, di treni e di sola andata. La paura che mi hai fatto, nel sogno appena iniziato, bastardo come un gatto: manchi di attenzione per i contorni, però.
Stronzo. Uno già non sa disegnare.
Ascoltato da keroppa il 20/05/2008 - carta, i soci, in somnus, microniente - commenti (2)
Uno, due, tre, pianeti, dimensioni, voci, sensi, forse, perché, è, cos'è, un tordo qui sul tetto che canta con me. Se suggerisco una risposta, è quella che mi è stata suggerita e sconnetto, sconnetto, i segni dai sensi se scrivere è rimestare nel calderone dei sogni come sognare è rimestare in quello delle immagini. Cambio carica alla penna e il tempo scorre sereno. Che strano. Cosa c'è di strano nel sentirsi tranquilli, al mondo? Nel sogno fa freddo, annoto, annotta, soppeso la penna, nei capelli odore di petrolio e fuori due bestie che litigano, non si capisce se cani o gatti. Pensiero: la doccia adesso o dopo? E poi vorrei sapere. Non so cosa, ma vorrei proprio sapere.
Ascoltato da keroppa il 13/05/2008 - in somnus - commenti (4)
Seduta di traverso in corridoio, parlavo al telefono e insieme sentivo frusciare qualcosa dietro la porta di casa. Finita la chiamata, ho riagganciato e per un secondo mi s'è fermato lo sguardo sulla cornetta verde, quando mi sono voltata di nuovo verso il bisbiglio mi avevi aperto la porta. Scrivevi qualcosa seduto sul pianerottolo, con un filo di fiato seguivi quello che la tua mano tracciava sul foglio. Avevo paura, stavo immobile davanti alla porta spalancata e ti sentivo e non capivo. C'era questa porta di legno chiaro, un intrico di rami di edera scolpiti in cui potevi passare facilmente le braccia. A un tratto mi sono precipitata a chiuderla ma tu, ridendo del mio terrore, hai allungato una mano dentro e hai fatto ciao. Allora ho preso un tagliacarte affilato cercando di pungerti ma le tue mani scappavano via comparendo prima vicino ad un ramo e poi all'altro ma sapevi che non volevo farti male, non riuscivo a prenderti e con un mezzo riso quasi di compassione m'hai dichiarato inoffensiva. E mi sono arresa. Stanca, mi sono seduta davanti alla porta chiusa per modo di dire e da lì con una fatica - o una resa - infinita ho trovato la forza di guardarti gli occhi liquidi e verdi attraverso il miele del legno e dire solo:
- Alessa', ma che t'ho fatto di male stasera?
Con quella tua voce emiliana bassa, brutta che pare che viene da una voragine hai detto continuando a scrivere:
- Niente.
- Ah. E perché,allora?
- Il bombardamento.
Come fosse qualcosa di cui avrei dovuto ricordarmi. Ho aperto la porta senza alzarmi e ti ho trovato seduto a gambe incrociate esattamente come me, dall'altra parte della soglia, con un quadernino sulle ginocchia e una penna in una mano con cui giocavi puntandotela qua e là sul viso. Hai alzato un sopracciglio come a dire: eh, era ora. E mi sono ricordata di una cosa.
- Aspe', ho una cosa che ti volevo dare da un sacco di tempo, te la conservo tipo da ottobre dell'anno scorso.
Non hai alzato gli occhi dal quaderno, ho allungato il braccio fino al tavolino lì accanto. Doveva essere una castagna matta e invece avevo in mano un melograno. Piccolo piccolo, maturo e rinsecchito, di quelli che vengono fuori da quella pianta che mia madre tiene in vaso sul balcone. Quando mi sono accorta che non era quello che pensavo l'ho nascosto nel pugno chiuso, senza dartelo. L'hai guardato di sfuggita con indifferenza:
- Mmmh, no. Solo sangue vero, in questo spettacolo.
Ascoltato da keroppa il 25/02/2008 - vocabolario fuori argine, in somnus - commenti (8)
I was looking down at you smiling up at me
For once I held you tight, but shadowed hands grabbed at me.
Your head was in the clouds, now those clouds are in your head.
*
Cosa c'è? Che vuoi? Spunti dal nulla ogni volta, nel bel mezzo dei sogni, e sei esattamente il contrario di quello che di te ho potuto vedere e conoscere quando ti ho incontrato. Una volta, mi ricordo, ti ho stretto la mano e ho sentito il tuo odore. Sapevi di tabacco e di legno di pipa, come papà quando ero bambina. Pensavo che non sarei riuscita ad afferrarlo, quell'odore, e rimasi allora nascosta tra chi ti stava intorno senza cercare di parlarti, avendo cura di restare sempre appena oltre il confine del tuo campo visivo. Ascoltavo e mi cacciavo dentro quel profumo di pipa vecchia e mi dicevo: lo perderò.
La volta successiva in cui ti sono passata accanto, anni dopo, l'ho ritrovato intatto, sepolto da qualche parte nella memoria - che in quel preciso momento scoprii essere quella che mi funziona meglio - del naso. E proprio da allora in avanti ho cominciato a prestarle più attenzione e affetto. Ma sempre lontano sei rimasto per me, e io al di là dell'orlo della tua coda dell'occhio.
Ma quando vieni a visitarmi in sogno è tutto il contrario di quel che è stato fino ad oggi. Nel suo lavorìo notturno l'anima, artigiana, ti usa come contenitore per altre cose, altre parole, altri significati. E così spesso vieni fuori così, col tuo sguardo azzurro, le braccia forti e le mani grandi, la pipa e un sorriso in procinto di aprirsi, e là dove in passato sono riuscita a restare in ombra qui non posso nascondermi, nemmeno se ci provo. Nel sogno tu mi vedi. E non solo: mi ri-conosci, talvolta mi segui senza dire una parola per distanze che non so calcolare. Allora tento di liberarmi di te accelerando il passo, prendendo di scatto strade che spero tu non conosca ma, siccome di solito nei miei sogni si va a piedi, mi prende a un certo punto un senso di stanchezza e di inevitabilità che non so dire. E puntualmente mi arrendo: mi fermo e tu mi raggiungi con due passi, mi siedo su un muretto e arrivi con la faccia che dice "ma dove credevi di andare?". Non mi sei quasi mai gradito, al principio. Devo arrendermi anzi alla tua presenza, accettare di essere nei tuoi occhi. Solo dopo, poi, parli. Parli, e la maggior parte delle volte le cose che dici sono domande. Qualcuno ti ha detto di essere preoccupato per me e tu vieni a vedere se sto bene o, se si tratta di qualcosa che è già stato, a domandare cosa è successo. Di norma, quando arriva il momento delle domande stiamo camminando. Anzi, a dire il vero mi pare di ricordare quasi soltanto interminabili camminate, nei sogni in cui ti fai vedere. Parliamo senza mai smettere di camminare, insisti per accompagnarmi nel posto in cui sto andando, o mi chiedi di seguirti. Percorriamo strade, passiamo portoni, saliamo scale, guardiamo fontane, incontriamo persone, parliamo con loro e poi proseguiamo, e in nessun sogno siamo mai arrivati da qualche parte.
Poi ci sono le volte, più rare, in cui quando arrivi già sai cosa sta succedendo, e ti evito proprio per questo. Ti detesto in quei momenti, non domandi né vieni per camminare, bensì per farmi fermare: in una stanza, su una panchina, su un muretto lungo una strada. Una volta hai guardato a terra per un tempo che mi sembrava non finire mai, poi a un tratto hai cominciato a parlare, a raccontare delle storie che già conoscevo senza mai smettere di fissare la strada, l'erba, il suolo, il pavimento, la massicciata, quello che era. A volte qualcosa si rompeva, poi. Mi aggrappavo da qualche parte, sentivo un enorme buco aprirsi nell'intestino e tu non smettevi di guardare altrove, mentre io morivo per il terrore di sprofondare. Poi non so come finiva che a un certo punto iniziavo a sentirmi al sicuro - la tua voce è la sola cosa che di te conosco veramente - e ti dicevo qualcosa, oppure provavo a dirla ma tu mi fermavi prima, non so, comunque talvolta era un cenno con la testa come per dire "è inutile che hai paura, non serve". Allora il sonno mi prendeva per davvero, e nel sogno mi addormentavo.
L'ultima volta, l'altro giorno. Era una di quelle, solite, in cui vieni per domandare. Volevi sapere qualcosa di cui non volevo raccontare. Poi hai sorriso, e hai preso a scherzare. Un paio di cuppìni, qualche gioco di parole, silenzio. Poi hai tirato fuori la mappa e ci hai viaggiato sopra con la punta del dito, a lungo, seguendo alcune linee. C'erano dei punti segnati col pennarello giallo. Il fatto che ce l'avessi tu era perfettamente logico, di domandare come fosse arrivata nelle tue mani non mi è passato nemmeno per la testa. Continuando a camminare, chiedevi.
- Anche qui?
- Sissì.
- E qui?
- Siiì.
- E qua che c'è?
- Le rotelle dei cavi per tirare su la barra del passaggio a livello, per esempio.
- Ah, ancora! E qua?
- Mele. Un sacco di mele.
- E qua?
- Il deposito senza tetto.
- Qua?
- Ancora non ci siamo arrivati, ci andiamo la settimana prossima.
- Vengo con voi.
- No.
- Perché no?
- Ci vado con papà. Tu non puoi venire.
- Perché?
- Perché non esisti.
- Ma che dici?
- Lo sai, che dico.
- Non esagerare.
- Non lo so se esagero. Però tu non fare finta di non capire.
- Va bene, va bene. Verrò quando non c'è tuo papà.
- Eh, vabbe', poi vediamo.
- Ti te provi sempre mandarme via.
- Tu me staje semp' 'ncuòllo 'ncuòllo.
- E' la ferrovia.
- No, è che si' nu scassambrèll', ormai te conósso massa ben.
Hai riso forte. Hai tirato fuori dalla tasca un quadernetto con la copertina marrone e hai scritto qualcosa. E si camminava, sempre si camminava come altre volte, e non mi perdevi d'occhio e non rispondevi alle mie domande. Fumavi la pipa e di tanto in tanto ti fermavi a guardare dritto davanti a te. Cosa vedi?, avrei voluto chiederti, ma non l'ho fatto. Non avresti risposto nemmeno a questo, anche se quando parli fai quel gesto di chi è abituato a spiegare, con la mano che da sé va verso l'altro, aprendosi continuamente. To', sembra che dica, prendi. Come fa quell'altra voce che non ti somiglia in niente, se non forse in questo gesto. E m'è tornato in mente: anche a lui, ricordo, una volta volevo chiedere "cosa vedi?", mentre parlava guardando dritto davanti a sé. Ma poi non l'ho fatto. Stavi domandandomi di lui, quando mi sono svegliata. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere cosa ti avrei raccontato. Chissà.
Quanto è lunga e fin dove arrivano questa corda, questi binari.
Ascoltato da keroppa il 26/09/2007 - eus voci, in somnus, fermata non richiesta - commenti
Mi sembra che mi parli della luna.
*
Sì, è vero. Quando mi capita di discorrerne - più spesso con te, di recente, ma mi succede quasi tutte le volte che ne parlo con qualcuno di altr'ove - ho anch'io la stessa sensazione. Lo sento nel momento stesso in cui lo sto dicendo, quanto lontano e diverso è quello che ti racconto rispetto a quello che puoi aver vissuto, visto, conosciuto tu, nella tua vita. Tu che sei tu, ma a volte insieme a lei mi diventi l'Altro - per eccellenza più che per antonomasia - cui tentare di spiegare, rendere accessibile o quanto meno comprensibile la luna su cui sono nata. Per questo stesso motivo, quando troviamo un punto di contatto dentro una una stazione abbandonata, un pagliòne, una s'cinca, nell'averci 'ncora posto pa' i vostri pugnài... per questo stesso motivo, dico, quando troviamo una qualsiasi cosa, pur microscopica, che ci dice che la vita è diversa ma in qualche modo si somiglia anche tra punti tanto lontani della mappa, be'... la meraviglia è sempre grande. Non è stupore, no, ma meraviglia sì. Ed è una meraviglia che sa essere faticosa, anche, e quanta più fatica richiede tanto più generosa sa essere di godimenti, di rimando. Italiani, contadini smemorati, avevamo affettuosamente riso quella volta.
Ma è anche un problema difficile, per me. Devo dirlo e ammetterlo, perché mi costringe a dire io: se parlo di questo, se voglio parlarti di questo, non posso darmi del tu, perché devo darlo già a te e soprattutto perché sarebbe vile. Se ti parlo di lei, non posso usare un altro pronome. Devo tornare dentro io, anche se sono ingrassata dall'ultima volta che l'ho usato e adesso stringe, mamma mia quanto stringe, sega i gomiti, le spalle, le ginocchia, la pancia, e fa respirare corto. Devo solo sperare che il tessuto di cui è fatto ceda un po', con il tempo, e intanto provare a muovermici dentro. Un po' alla volta, forse.
Ma comunque, dicevamo: la luna.
Ti stavo parlando di una domenica pomeriggio d'estate come tante altre, in effetti, ti facevo vedere i posti in cui eravamo stati, si parlava di terremoti - quello della terra mia e tua - di abbandono, di ortiche, di cenere, di tafani, del silenzio che con il tempo si prende le cose e le persone che c'erano, e tuttavia non sono andate via. Di profumo di paglia e di menta, anche, incidentalmente. E ti chiedevo e da te com'è stato?. Per non perdere il filo del discorso, come altre volte, mi stavo persino dimenticando di andare a dormire. La meraviglia potrà anche essere faticosa, eppure continuare a fare di questi scherzi: ti raccontavo della luna, sì, e infatti a un certo punto hai detto ma sai che una stazione abbandonata anch'io? Ah!
E' successo che in treno, giorni fa, ho fatto un sogno. Tiravo la corda di un pozzo, una corda spessa quanto il mio avambraccio e intorno alla quale non riuscivo nemmeno a chiudere le mani. Tiravo, ma non si muoveva niente, quel che c'era all'altro capo era troppo pesante. Poi, una voce dietro di me: era lui, che non vedo da tanto tempo, l'amico del minimo, dell'infimo e del particolare, come gli piaceva dire allora, che aveva amato farsi raccontare - per anni! - questa terra che non avrebbe avuto modo di conoscere altrimenti. Ha ripetuto una cosa che ha detto una volta, e poi mi ha aiutato a tirare. "Cosa stiamo tirando su, Ma'?", gli ho chiesto. "E' il paese!", ha detto. "Eh? Ma cosa è il paese?". "Il pozzo! E tira!". "Ma', ma sei impazzito?". "Eh! Scema, ma tu non sei di giù?". "Ma...", "e secondo te che significa? Tira!". "Ma pesa come la luna, diosanto...". "Embe', è la luna!". "Ma che staje a ddìcere?", "eh, ma quanto parli! E tira!". E ho tirato. Così tanto che lo sforzo mi ha svegliata. Ero sudata, i muscoli tutti contratti, dalla faccia ai piedi, il Perlesvaus stretto tra le mani, schiacciato sulla pancia. Mi ero addormentata studiando, ché Lancelot si era appena calato nelle cisterne sotto il castello della Prova. Accidenti.
Due giorni dopo ero altrove, in un altro dove, altr'ove. Giù. A sud dove, dopo la generosa pioggia di su, avevo trovato l'estate mediterranea di Dino Campana, vasta, ardente, notturna, assetata. Ma una notte mi sono ritrovata davanti allo stesso pozzo. E siete arrivate voi, che pure mi avete aiutato a tirare. Pioveva, anche. Vi ho detto allora di aver sognato che questo paese è un pozzo. Voi avete sorriso e avete detto "bella scoperta... noi di su, tu di giù...". "Ah. E come si fa, allora, scusate?". "Come abbiamo fatto fin'ora, no?". Ho fatto una faccia che non so, comunque si doveva vedere che non avevo capito perché avete poi detto, insieme: "con la corda!". E poi hai aggiunto: "bisogna attaccarla al treno, ora che parti, però". "Perché?". "Perché così la tiriamo su senza farci male, forse". "Ma sono ottocento chilometri!". "Eh, va ben, ce la facciamo. Basta che non dimentichi il quaderno a casa". Accidenti di nuovo, stavolta alle urla dei pavoni del vicino: voi e il pozzo siete rimaste lì, insieme a quel che c'era sul fondo, e io mi sono svegliata.
Da allora, quel pozzo non mi lascia. Oppure sono io che sono rimasta lì anche se mi sono svegliata, non lo so. Guardavo una mappa l'altro giorno e ancora ci pensavo: un pozzo, forse, e non uno stivale? La sensazione, in effetti, talvolta è quella di venire dal fondo, dal profondo. Dalla luna. Poi leggo da lui uno sguardo da una finestra aperta a Sud, sui certi boschi dal nome famoso che ha scoperto essere una grande foresta, e non il massiccio brullo ed arido che ci hanno fatto credere in anni e anni di telegiornali, e in questa meraviglia mi pare emerga in trasparenza qualcosa di essenziale. E allora si vede che la luna c'è. Esiste. E anzi, non è una sola, ma tante. Io stessa, prima di metterci piede, cosa sapevo di quello che c'era qui, quassù?
In quelle due sere, per esempio, che intorno a un tavolo si condividevano cose, memorie grandi e piccole, associazioni d'idee e parole a casaccio che costruivano piccoli mondi condivisi... ero lì che ascoltavo, bevevo le vostre come frammenti di un mondo mai visto mentre dietro gli occhi si mettevano accanto ai frammenti del mondo mio, fatto di ferro e storie vecchie (non antiche, soltanto vecchie) e abbandono, e prevaricazione e monnezza, e pensavo: mi muovo non fra due regioni, ma tra mondi diversi. Quando mi trovo nell'uno puntualmente l'altro mi sembra, negli occhi di chi mi sta di fronte, così lontano da provare una qualche difficoltà nel pensarli all'interno di uno stesso confine. Eppure ci stanno e che meraviglia è anche questo, ché si incontrano in così tanti punti se uno sovrappone le mappe. Insomma, questa striscia di terra lunga lunga, distesa, anzi, no, profonda sul mare... come funziona? Così il sogno: è un pozzo. Se è un pozzo io sono nata a tre quarti, non proprio sul fondo ma comunque lontana dall'orlo, e vado su e giù con questa corda di binari, faccio la spola tra le lune di sopra e quelle di sotto, forse. E da ogni capo della corda trovo occhi che ignorano cosa c'è dall'altro lato. Se è un pozzo, forse ha due uscite da cui passano bagliori, voci confuse, poco altro. Nessuno di sopra sembra voler sapere quello che c'è lì sotto, quelli di laggiù non domandano mai cosa c'è lassù. In genere, ci si accontenta di qualche cartolina catodica sbiadita, e a chi viaggia lungo la corda resta solo una meraviglia che non si spegne mai, e quella voglia di raccontare e ascoltare prima o poi sempre spezzate da uno sguardo che si volge altrove, da un ma comunque che cambia argomento. Perché succede questo? E perché si deve tirare, perché si deve viaggiarla, quella corda? Perché non sappiamo cosa succede in questo pozzo che ci ospita, dal fondo all'orlo? E il punto qual è? La corda? La luna?
Penso al mio minuscolo caso, allora. Alla biciclettina di lassù, e alle stazioni e ai paesi abbandonati dove si cammina tra cenere e mosche di laggiù. E alle voci per le quali dire di questa e quell'altra parte non è inutile, ché non è una questione di utilità ma di memoria, e la memoria è una cosa che non è mai solo mia o tua o sua - come la terra. C'è, esiste, e di qualunque memoria si tratti dice qualcosa che non parla solo di chi la sta dicendo. E non c'è bisogno di spogliarla, non c'è bisogno di privarla dei suoi toponimi per renderla condivisibile, anche se si tratta della Luna. Non è quello il punto.
Per cui ecco, sì, spesso mi sorprendo a parlare della luna e a sentirla luna, la terra di cui ti sto raccontando, nel momento stesso in cui te la dico, e in quel preciso istante spesso mi faccio una domanda: perché devo sapere tutte queste cose? Perché devo sapere i solai sfondati delle case distrutte dai terremoti, e come camminarci dentro senza creare pericolo e per andarmici a nascondere ancora, ancora e ancora? Perché tra le tracce di quelli che sono stati mi sento a volte più al sicuro che in mezzo a quelle delle persone che si vedono e si toccano? Perché devo conoscere l'odore del ferro di ferrovia e saper dire quando il treno sta per arrivare dal rumore che fa l'elettricità nel cavi dell'alta tensione, perché devo sapere l'intonaco a pezzi, le finestre murate, i cancelli arrugginiti e spalancati dai rovi, perché devo sapere come si aprono i baccelli dei semi delle ginestre? Perché, quando altrove i ragazzi della mia età erano impegnati a studiare la Storia, per esempio, io ero impegnata con quest'altra storia senza la dignità dell'iniziale capitale che se non c'era mio nonno ad aiutarmi a unire i puntini con l'altra mentre raccoglievamo i puparuliélli verdi mica mi rendevo conto, io, di quanto poteva essere importante?
Mi hanno detto una volta: ti porti dietro tutt'un bagaglio di cose che non servono a niente. E io, che già di mio barcollo facile anche quando non ricevo spinte, allora ho pensato: ommadonna, che figura 'e mmerda. E ho smesso di parlarne fuori, semplicemente, sebbene quel bagaglio per me fosse la sola cosa di cui valesse la pena parlare. Anche se bagaglio fa peso. Anche se c'era stato qualcuno a cui quel bagaglio era parso un... pozzo di meraviglie. Le ironie della vita, eh, specie quando poi capita di incrociare, ad anni di distanza, altre voci che fanno dimmi, dimmi proprio quando sembrava che finalmente se ne fosse andata via, quell'inutile abitudine a dire - soprattutto intorno a un tavolo - che mi aveva passato il nonno. Il che è un'altra bizzarra ironia della vita: fuori da quello che in famiglia chiamavamo 'u ciardìno di lui si diceva è gentile, ma nun parla maje. Roba vecchia, insomma. Vecchia e dimenticata come gli anziani di questo tempo senza memoria. Tanto che poi dopo, riguardando alla trama di eventi e pensieri che si stavano tessendo nel tempo, m'è venuto da pensare: e come si dice, mo', 'sto sogno della luna nel pozzo? Si dice che se lo dici non ti credono perché è inutile. Non credono che hai sognato ma si sognano che te lo sei inventato.
[oh, per lo meno vuol dire che sogniamo tutti insieme, il che alla fine se ci pensi non è poi tanto male...]
E dunque va da sé che uno cresce e si arrovella sulla necessità o meno di dire le cose, e che senso c'ha, che io ti dico questa cosa, questa pianta, questa persona, queste parole e il mondo che c'è dentro? Ultimamente tentavo, tornavo sui miei passi, facevo pasticci, in genere la corda strideva facendo male ai denti. Alcuni di questi pasticci sono usciti fuori argine, sono esondati fuori dalla rete e là fuori sono diventati nodi, voci - noci da far spertusàre al pàppicio, volendo - legami. Hanno creato differenze, nel contatto con altre voci hanno modificato il mondo fuori di qui, il mio e quello di chi avevo di fronte generando a loro volta cose, tempo, parole ed eventi nuovi che prima non c'erano, che io lo desiderassi o meno. Anzi, soprattutto quando toccare, spostare, modificare qualcosa era l'ultima delle mie intenzioni. Ma succede, talvolta anche solo a causa della nostra semplice presenza a questo mondo. Nel bene e nel male. L'ho già detto, lo so. E poi siete arrivati voi, e le parole sono esplose. Scoppiate. Bam.
Per cui ecco, ti parlo della luna, Altro che non sei altro, è vero, e per questo è così faticoso a volte per me parlarne. E' pesante da tirar su, ma poi che bello quando a furia di tirare si vede che stiamo entrambi cercando di tirare fuori la luna, e ognuno la sua. E sono tutte lune che esistono, sono dietro l'angolo, subito sotto l'orlo del pozzo, a volte sono abbandonate, e sono nostre. Non mie o tue solo perché ci siamo nate, ma di tutti, di chiunque voglia venirci a ficcarsela negli occhi, a metterci i piedi sopra. A volte stanno in alto e a volte in fondo a un pozzo. Del resto che ne sapevo delle frasche e del terrano coi ovi, io?
Ma lontane, poi... quanto lontane possono mai essere? In alcuni casi molto, in altri non distano tra loro più di un paiòn. E allora sì che tirare la corda fino a farsi scoppiare le tempie vale la pena, e anzi... non pare più una pena, ma una fatica di quelle durante le quali viene da cantare e in cui si va avanti per frammenti di un discorso che parla d'altro, sempre dell'Altro. A te, di te, e non di me. Sarebb'a dire: chi se ne fotte, troviamoci un tavolo e sì che te la racconto, 'sta storia.
E chissà se siete riuscite a tirarla su, poi.
Ascoltato da keroppa il 04/09/2007 - idioma o idiozia, eus voci, i soci, in somnus - commenti (3)
Eh, quanto piove.
Dove siete?
Siamo qui.
Qui dove?
Ricomincia a tirare.
Vado.
E vai.
Torno presto.
Sì, che non vorresti andare lo sappiamo.
Ma i pensieri.
Mysli kak slëzy.
Non farli scappare. Stringi.
Allora vado.
Vai.
Questo paese è un pozzo. Ieri l'ho sognato.
Eh, bella scoperta.
Tienila stretta quando vai giù, così per quando arrivi l'abbiamo tirata su.
Ci sono ottocento chilometri di corda?
Di corda e di parole.
Allora forse ce la facciamo.
Forse. Forza!
Ascoltato da keroppa il 20/08/2007 - infralogie, post-it, in somnus - commenti
Fa freddo, è sera. In alto, Giove tramonta dietro il Sasso.
Tiro una corda dura, grossa, bagnata e sfilacciata, con tutta la forza che ho. Mi fanno male le braccia, lo sforzo mi pulsa nelle tempie e mi soffoca ma la corda quasi non si muove. Mi si riempiono i palmi di minuscole spine di canapa.
Una voce alle mie spalle, improvvisa. Non ho sentito arrivare nessuno.
- Forza, ricomincia a tirare. Ti dò una mano.
- Ah! Ma...
- Non ti girare. Tira.
- Ma come... da dov... da dove arrivi? Da dove sei venuto?
- Ero qui.
- Qui? Qui dove? E poi... perché? Cosa...?
- Sono venuto perché tu mi hai chiamato.
Ascoltato da keroppa il 19/08/2007 - in somnus - commenti (1)
Only those who accept
will find that acceptance in return.
We have been trimmed down like hedges
and told just to sit, and wilt, and spit at each other from a distance
with constant resistance... from you.
Gonna need a home: you'd expect the same now, wouldn't you... wouldn't you?
[Dredg, Bug Eyes, 2006]
Perché insieme ai segni si svegliano anche i sogni, poi, eh.
E allora sogno, torno a sognare, continuo a fare sogni. Sogno acque e fuochi, sogno voci cui attacco un volto che forse è, forse non è, forse vedrò, forse non vedrò mai. Parole e dia-loghi sconfinano nel sonno, nella veglia, si intrufolano in quella foresta di luci e bagliori che cresce ai margini della mente, di notte. E' pieno di confusione, qui. Carte di radionavigazione, tazzine da caffè con il fondo marrone e asciutto, il biglietto di un concerto di tanto tempo fa, fracasso di lavori in corso dall'altra parte della strada che durano da un anno e più (aspetta, ma quello è a sud, sì, va be', ma che fa?). Ora è il soffio della fiamma ossidrica, ora il potente tintinnio di una mazza da cinque chili sui tondini del cemento armato, ora bordate di flex che sagomano piastrelle facendo scintille. E non accenna a diminuire, questa confusione immobile, dentro e fuori si distinguono a fatica come a volte succede tra cinguettii e suonerie, rifiuti ed esseri umani, io e tu, qua e là. Ma così mi sta bene, come te lo devo dire? Anche quando il sogno è che la barca prende fuoco, e poi si alza il vento, e all'improvviso c'è freddo nelle orecchie e il silenzio si fa liquido perché sei (sono?) affondata. Va bene. Così va bene, capisci? Perché non devi smettere - mai - di sentire. Sentire. Sentire. Sentire. Freddo, caldo, gioia, paura, rabbia, quel che è.
[...dare al fegato un motivo per contorcersi e non perdere la sua elasticità.]
(uh, che bella canzone, quella...)
Solo così il viaggio può continuare, di voce in voce. Una Voce. Un'altra. E un'altra. E un'altra ancora. Come libri. No, come uscite dell'autostrada. No, più lento ancora: come case disseminate su una pianura silenziosa che arriva fino all'orizzonte. A tenerle insieme, solo strette stradine bianche lunghe chilometri e chilometri. Ogni volta che ne incontri (incontro?) una, ti domando (a chi?) dove porterà, come finirà, se finirà. Più che come case, anzi, spesso si presentano come porte, o come strade da percorrere. Quei chilometri che tengono insieme le case sulla mappa, ecco. Molte sono state brevissime. Presso alcune hai lasciato una parte di te e ad esse fai ritorno appena puoi. Il più delle volte erano vicoli ciechi, o tornavano al punto da cui erano partite. Ce ne sono state di pericolose, pure... a senso unico. Sulle dita di una mano conti quelle che stai ancora percorrendo, quelle lunghe - che più sono lunghe e più ti piacciono - lunghissime, che arrivano all'altro capo del mondo e ritorno. Eppure, comunque sia, qualsiasi distanza del viaggio esse coprano, qualcosa resta. Sempre. Non sai come, ma succede. Si seminano da sole - si possono seminare, le strade? - e poi, quando non ci sono più e la stagione è mutata, germogliano, crescono e poi fioriscono. E te ne vai in giro così, ridicola, con questo corpo smagliato come una carta geografica cespugliosa e legnosa che ti è cresciuta addosso che nemmeno il vischio sulle querce, e che non è possibile districare né separare da te senza farti del male in qualche modo. La tua voce, la loro... ma che differenza fa? Se la tua voce si nutre di voci e se loro da te trovano un posto dove stare... ma che importa, alla fine, la differenza?
Che ci sia, la differenza, ecco, quello è fondamentale. Ma quanto importa - davvero - quel che è vero e ciò che dall'incontro fra me e quelchevvéro è nato in questo momento e prima non c'era? Cosa vuol dire esattamente saper inventare?
[La differenza tra due informazioni ne genera una terza, diversa e distinta dalle prime due, la cui forma e manifestazione finale dipende dall'interfaccia attraverso la quale avviene la combinazione.]
(Eh? Chi ha parlato?)
Oggi mi pare infine che tutta la questione non fosse poi così importante, in fondo. Io, tu, egli, noi, voi, essi... ma che differenza fa? A che servono i pronomi? Non ricordo chi diceva che i pronomi dicono le distanze. Va bene, ok. Ma poi? Dicono quel che è vero e quello che non lo è? Raccontano qualcosa, oltre a indicare il punto, la distanza dalla quale ti sto parlando o ascoltando?
Per me (te?)... no.
E allora?
No, dico: e allora?
Ascoltato da keroppa il 08/06/2007 - eus voci, in somnus, pronomi - commenti
Mi riservo di dire. Dico con riserva. Uso le parole di riserva. La riserva di parole è in riserva. O sono io, che dovrei andare a fare rifornimento al distributore? Dove si fa rifornimento di parole? Non so come lo sento, 'sto motore. Non è che s'inceppa. No, è che certi giorni fa: scinne e fattéll'a ppère. O va, o non va. Mi lascia sulla soglia. Davanti un fuori pieno di silenzio e di sole, dietro un dentro pieno di carta e parole. Siccome un po' di sole in certe ore del giorno arriva anche fin sulla porta, succede che spesso non mi muovo da lì. Allungo un braccio dentro, arrivo a prendere carta e penna o un libro, mi siedo sotto lo stipite e ci resto. Col sole addosso, sulla testa e sulle parole. Altri giorni invece le mollo lì, prendo un treno e me ne vado da qualche parte a guardare quello che capita, e per un po' non mi faccio trovare, persa nell'onda di piena della luce tra le undici e le due.
Scendo a una fermata a caso, in mezzo a una pianura marrone, molle, dove le scarpe affondano rompendo una crosta sottile prima di trovare la morbida pancia umida del mondo. Ci sono, ci sono. Ho un peso da posare sulla linea dell'orizzonte, che bello, non su una sedia, su un tavolo, su un pavimento, su un letto. La geometria non tiene, qua in mezzo. Non c'è niente di dritto in questo posto, sentirsi accolti è facile, è ovvio, va bene, e no anzi: è così e basta. Non c'è niente di dritto qui, e per questo si sta proprio bene. Ma di cosa mi stavo preoccupando, non so. Se il mondo è ancora così morbido si può ancora fare. Fare cosa? Boh. Qualsiasi cosa sia, su questa terracarne si può ancora fare. Tipo: dire. Rispondere a una domanda quando te la fanno. Ecco, se sotto le suole si rompe la crosta, se basta il peso - questo peso, non quel numero sull'affare bianco che sta nell'angolo accanto alla doccia - per arrivare alla carne umida e morbida della terra che però ti sostiene senza farti sprofondare, allora sì, se arriva una domanda si può anche rispondere senza che ne venga fuori nulla di brutto, nulla di male. Si può fare, si può ancora fare. Il peso, questo peso è una benedizione. Vuoi vedere che affondo anche se mi tolgo le scarpe? Non ci credi? Guarda. Una, due, ecco. Anche i calzini, via. Ecco. Fa solletico sotto i piedi, pizzica la terra che si rompe. Mi lascia entrare lo stesso. Vedi?
Una volta ho camminato nella terra con una persona che senza le scarpe non affondava. Era così leggera che senza le scarpe la terra non la lasciava entrare. E siccome eravamo lì apposta per quello, ci restò male. Forse non le piaccio, pensò. Però dai, adesso cammino nelle tue impronte, disse con un sorriso, come quando leggi una storia scritta da qualcun altro. Ma la sua gioia era ormai spezzata. E anche la mia.
Ma era così tanto tempo fa. Una o due persone fa, almeno. Nessuna sorpresa.
Oggi la terra è umida e molle, esattamente come allora. E il sole pure, alto, e caldo. La luce, che a ondate si rovescia sulla pianura dove niente è dritto, non ci tiene a sottolineare nessuno spigolo, stamattina, ma solo a far luccicare il didentro di ogni recipiente che mi si apre sotto i piedi, e a fare più intensi gli odori, che al sole sanno più forte, più forte... più forte sa la terra secca e quella bagnata, e l'albero spoglio più in là lancia fin qui il sentore della corteccia, mentre io stessa spando quello della lana calda del maglione, della pelle, dei capelli. Non ci sono parole qui fuori. Di quelle che mi porto dietro, nessuna si trova qui. Qui ci sono solo luce e terra. Luce e terra. Terra, terra, terra. Terra sui pantaloni dalle ginocchia in giù. Nemmeno un filo d'erba. Le scarpe con dentro i calzini, tenute con due dita di una mano, mentre l'altra è libera. Il giaccone, appallottolato laggiù, lontano lontano, dove finisce (o inizia... insomma, sulla soglia) il campo. Vado dove voglio. Dove vado? Di qua, poi di qua. A ogni passo si apre la terra, ancora, e ancora, non so se è bello o fa male, non lo so e non smetto, non posso smettere, vado dove voglio e sono un aratro, vado dove voglio, vadodovevoglio e mi chiedo: chedirezioneprend... e muore senza manco il punto interrogativo, la domanda, ché qua è solo tutto marrone, una enorme distesa marrone e la direzione me la sono persa, m'è caduta da qualche parte, forse l'ho lasciata in stazione, non so, ma tanto a che serve, ché qua è così grande che vado dove voglio, qua, qua e poi qua, e poi là, e la terra si rompe e mi lascia passare, e il sole si fa così caldo che pesa, nemmeno c'avessi due mani di luce che mi spingono verso il basso posate sulle spalle.
Ma c'era quella storia. Il ragazzino, sconosciuto, che amava la luce crudele, accecante dei giorni d'estate, che nel bianco di quella luce saltava a piedi uniti sulla sabbia per separare l'ombra dai suoi piedi. I piedi ricadevano sulla terra e l'ombra nera si riattaccava ai piedi, e lui la guardava ridendo. Ommadonna, come ho fatto a dimenticarla? Cammino, un passo dopo l'altro ed ecco, adesso lo faccio anch'io, sì, che unisco i piedi e hop-là, hop-là, hoooop-là, hop-laaaaaà, e uh, la terra profuma ancora più forte, perché sotto i piedi si aprono recipienti ancora più grandi, e - hop-laaaà! - anch'io profumo più forte, e cosa sono allora, hop, cosa sono stamattina, laaaaà, cosa sono stamattina, un coniglio, un pesce, un sasso, cosa, cosasono, e cosa sei tu, e guarda l'ombra che si stacca, perché sì, che si stacca, è vero, e chi l'avrebbe mai detto che dopo tanti chilometri ti saresti messa a saltare sulla terra a piedi scalzi, così, senza parole, senza se e senza ma, che ti sarebbero volate via di mano le scarpe, libere, via, via libere anche loro, che ne hanno fatti di chilometri anche loro e pure nel vomito sono passate, e ora stanno là, libere, per una volta non appaiate, una di qua e l'altra di là ma sempre compagne, come dicono nel dialetto qui vicino, che sono vecie compagne, dopo un volo che le ha scollate anche loro dalla loro ombra, per una volta, per un momento, mentre tu fai i tuoi esperimenti di gravità e ti senti leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante fino a non. Poterne. Più.
*
Ti ha svegliata la curva che la strada ferrata fa subito prima di entrare in stazione. Non ti ha visto nessuno, ma dalle ginocchia in giù sei marrone, e intorno a te c'è odore di terra bagnata, di te e di sole. E radici dentro le scarpe, che un po' ti dispiace di dover lavare via una volta arrivata a casa. Ma che ne sapevi tu? No, è vero, ammettilo. Che ne sapevi. Non lo conoscevi, questo.
E da che parte del finestrino stavi?
Neanche questo lo sai.
(torna alla riserva, va')
Ascoltato da keroppa il 26/02/2007 - eus voci, in somnus, pronomi - commenti (4)
E' venuta avanti
con lo sguardo distaccato
dei creatori di sogni.
Ascoltato da keroppa il 05/12/2006 - in somnus - commenti (1)
Il sonno non arriva.
Non arriva.
E non arriva.
Allora ascolto.
Le pareti.
Il ronzio della lavatrice del vicino. Che risciacqua.
L'acqua nel termosifone. Che goc-cio-la. Goc-cio-la.
L'elettricità, ovunque. Che le copre, le ricopre, ma da sotto.
Z-z-z-z-z-z.
Sz, sz, sz, sz, sz, sz, sz.
Ssssssss-z. Ssssss-z.
Zzzzzzzz.
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
E di nuovo, tra queste altre, di pareti...
[... I am folded... and unfolded... and unfolding, I am...]
... ma no, no. E' ovunque.
[But here there's no silence...]
Ovunque.
[... silence...]
Ovunque.
[...there's no silence...]
Ovunque.
[...silence...]
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.
[...best thing is
keep singing.]
Ovunque.
[Because tonight there will be no sleep... tonight it comes for me.
Please, help them understand... I've become the voices in the fan.
... goodbye.]
Ovunque.
Ascoltato da keroppa il 21/11/2006 - eus voci, solipsismi, in somnus - commenti (2)
Sulla soglia dell'alba mi è spuntata improvvisamente accanto, alla fermata di Piazza Vittoria. Non l'ho sentita arrivare: guardavo il cielo di ghiaccio, bluastro, limpido, livido.
Ue', ciao, mi fa, girata di tre quarti alla mia sinistra. Ciao, ragazza. Le sorrido, forse, non mi ricordo bene. E' ancora in luna piena, lei, ha lo stesso pancione e lo stesso viso dell'altra volta. Si gira verso il mare e verso di me, e allora lo vedo: un fagottino piccolo piccolo, grande non più di una spanna, dalla pelle dello stesso colore del cielo, avvolto in un uno spesso, soffice, caldo panno di lana bianca. Lo tiene in braccio come se. E' così piccolo che non sembra quasi vero.
Qualcosa d'un tratto mi si schianta nello stomaco. E' il suo nome, il suono del suo nome che va in pezzi. So da dove viene, questo fagottino, e so dove sta andando. Conosco il suo nome. La giovane Lunapiena non lo conosce, ma per lei fa lo stesso. Mi sorride dolcemente, lei, mentre si volta verso il solito chiassoso tram che arriva dalla curva del Chiatamone. Oooh, finalmente, sospira, 'stu tram... non passava da tre settimane, eccheddiamine.
Allora ciao, noi andiamo, mi dice continuando a sorridere.
Certo, sì, rispondo.
[macheccazzodirispostaè, certo, sì ? Vai con lei! MUOVITI!]
Adesso glielo dico, penso, mo' lo chiamo. Con il suo nome. Così si fermano. E invece no, resto immobile. Non riesco a respirare. E' per via del cielo. E' il cielo che non mi fa respirare.
Il cielo, io, il fagottino muto, nessuno di noi tre respira, forse anch'io sto diventando del loro stesso colore mentre lei, il suo pancione e il suo viso da dietro il vetro del finestrino dicono: no. Stai lì, tu.
Ma non respiro, santiddio. Aspetta un secondo. Fammi respirare. Fammi...
No. Ciao.
Ciao. Ciao...
Apro gli occhi.
E i polmoni. Che si inondano d'aria come un barattolo sottovuoto appena svitato il tappo.
Mi sento la faccia rigida.
Ciao, dice il soffitto bianco. Ciao.
Ascoltato da keroppa il 18/10/2006 - 80100 la sirena, in somnus - commenti
(...)
Wendy
Darling
in the kitchen
with your dreams
Will you fly
again
Take to the sky
again
Undo the hooks
once and for all
Banish the tic tic tic tok tok tok
again
Will you be
Yourself for me?
Cause I can take it
I can stand
anything.
(...)
At times like these
any fool can see
any fool can see
your love inside me.
[Marillion, Neverland, 2004]
Ascoltato da keroppa il 23/09/2006 - eus voci, wor l ds, in somnus - commenti

Qualcuno mi insegni a disegnare.
Ascoltato da keroppa il 23/09/2006 - atlante minimo, sguardi, in somnus - commenti (2)
Che succede? Le parole scorrono veloci, si fanno di nuovo rondini, non le afferro, o se le afferro le pesco dal fondo. Rondini come pesci. Voci con le squame e con le ali.
E poi: ho vene come arbusti, macchie viola nelle giunture, graffi di rami di biancospino e di quel mandorlo dappertutto, le scarpe infangate da una passeggiata in un canneto assurdo che ho trovato dove non avrebbe dovuto stare. C'è aria di mare su in montagna, e sentore di camini accesi sul Golfo. Mi sposto insieme al vento (o almeno vorrei, la leggerezza è una qualità che non mi appartiene), sfioro persone suoni forme, guardo registro e taccio. 'Sta tizia in cui abito è un disastro, ma insomma, non è che posso cambiare casa.
E chi mi sta di fronte mi vede così per quello che sono, visto che non c'è bisogno per forza di raccontarsi per lasciarsi vedere. Raccontarsi serve a farsi intra-vedere, casomai. Allora mi porto appresso quest'aria di vuoto, o di pieno non so, di non-parola, di non-racconto, e di quest'aria scoppio in preda a pensieri troppo semplici perché possano uscire dal troppo largo imbuto della gola. Mi dispiace, qualche volta, di non avere tra le mani qualcosa che valga la pena per Chimistadifronte, perché Chimistadifronte talvolta crede che per passare del tempo insieme ci sia bisogno di. Ed è qui che il cielo si mette a vibrare - o traballare - qua sopra, che la volta stellata si tende come un arco e a me pare che a momenti una freccia grossa come il pino che sta a guardia del Teatro Grande di Pompei mi verrà scoccata dritta sulla testa. E' per questo fatto che non capisco cosa significano tutti questi bisogni fra me e te, a parte quello imposto dalla congiunzione, per l'appunto, per la quale io e te stiamo respirando e camminando, ognuno col suo ritmo eppure alla stessa andatura.
Sono un catino, aperta come un recipiente, me lo dici ogni volta, un calderone di luoghi che spesso si sovrappongono al viso di Chimistadifronte componendo in trasparenza strane visioni di cui non so dire, e nemmeno scrivere. Al limite si potrebbe cantarle, se solo sapessi come fare. Tacerle, alla fine, mi sembra la cosa più sensata, sarà perché è quel che in fin dei conti mi riesce più facile. Non lo so. Non so del resto nemmeno perché mi ritrovi così spesso a pensare al silenzio che abbiamo, che hai, che ho sempre avuto. Si può avere il silenzio? Me la chiedo sempre, 'sta cosa, vagando per questo paesaggio i cui colori - non ci posso fare niente - sono quelli delle Voci, delle Voci che stanno sempre nel mezzo, nello spazio angusto in altezza ma sterminato in larghezza delle congiunzioni. A gattoni deve camminare il linguaggio in questo paesaggio-paese, ecco perché, ecco perché.
Che tutto 'sto giro è solo per dire: scusa.
Scusa per tutte quelle volte in cui il mio silenzio ti ha fatto credere che non ti stessi ascoltando, o che non avessi niente da dire. E' che ho l'udito guasto, e la tua voce mi faceva eco dentro, e da quell'eco qualche volta facevo fatica a distogliere l'intera mia lingua - che senza chiedere il permesso si faceva orecchio, sicché parlare era assorbire la tua voce in pace, e niente di più.
Ma era sempre te che ascoltavo. Credimi. Ti ascoltavo così tanto che annegavo.
Che manc'a farlo apposta è una delle mie specialità, in fondo.
Sul fondo.
(annegare, non ascoltare)
Ascoltato da keroppa il 21/09/2006 - dialoghi, i soci, in somnus, pronomi - commenti
In alto piena
dentro nuova.
Nun me trovo
e così mi riconosco:
di strati di realtà è 'sto pensiero a strati
che a strati parla scrive ragiona sogna.
E sogni sono segni, più spesso stagni.
C'è questo canto a quattro dimensioni
che questa voce non sa modulare.
Mi sorprendo a dire io, vuota,
ma è lei, piena, che guardo
- che in-tendo, e intanto trito.
La ricchezza di un momento d'argento
che finisce e si fa oro
nel buio salato
della padella
che scotta e non attacca.
Ascoltato da keroppa il 10/08/2006 - idioma o idiozia, infralogie, in somnus, riastartha - commenti (7)
As I lie in my bed there's a space in my head
where there used to be colours and sound.
[S. Hogarth, Marbles I, 2004]
Ascoltato da keroppa il 19/05/2006 - eus voci, infralogie, in somnus - commenti
Al suo primo giorno di luce, la falce sottile si alza lenta da est. Ce l'ho lì davanti per l'ennesima volta nella mia vita, quella falce che mi rincorre, mi rincorre sempre e da sempre e verso la quale anch'io sto sempre puntata, che uso per orientarmi, cosicché anche stasera punto verso di lei, verso di lei, versodileiversodilei, e stringo forte il volante ché non mi sfugga - vigliacco - quando la strada inizierà a salire, a salire, e invece di andare ad Afragola, a Frattamaggiore, ad Aversa, a Sant'Antimo, a Giugliano, punterà dritta a quel taglio sulla volta celeste, lì, lì, proprio lassù, e allora sì che ci vorrà coraggio per non staccare il piede dall'acceleratore, per non uscire a Casandrino e andare invece dritto, seguire la strada, in salita, in salita, oltre il tramonto, oltre le due colonne di fiamme, una lì e una laggiù, che festeggiano l'inizio della primavera gareggiando festose, festose, festose, certo, vediamo chi tocca per prima le nuvole, dicono i loro leggeri pennacchi di fumo nero, ma in un minuto sono già passati, non si vedono più e intorno al volante (vigliacco, codardo, sta' fermo, portami dove dico io, non dove vuoi tu) si intrecciano edere verdi di pensieri - sì, sì, verdi, ce li ho sempre verdi i pensieri come ho bianchi i capelli - finché il volante non è una luna piena, gialla, piccola, lucente, che ci sto aggrappata e mi porta verso quell'altra luna, quella che sta sospesa sopra questa terra livida e ammalata di cui non si può parlare e non si parla perché non si fa, so' luoghi comuni e non ci interessa, nun ve facite vede' che state a guarda', e perché pare brutto, non si fa, non si fa anche se, soprattutto anche se. Ma che ci devo fare, stasera ci sono questi falò sulla pianura tra le colline e il mare, tra le cave e il mare, ché dal mare non li vedrà nessuno perché da lì c'hanno 'o mare che vir' quant'è bello e non si voltano mai a guardarsi dietro le spalle, mentre qui c'è una puzza che si muore, che si muore, che si muore nel vero senso della parola, perché quando non sono solo l'aria e l'acqua che puzzano ma anche la terra, la terra, se puzza anche la terra allora sì che si muore, si muore veramente. Perché chi non l'ha sentito non lo sa, che quando la terra puzza - chi l'ha mai sentita la puzza della terra che muore, la puzza della terra morta? - si appassisce e si impazzisce, e fuor di metafora, perché si impazzisce e si appassisce dentro, sotto, sotto la pelle, impazzisce la fibra stessa di cui è fatto quel che siamo, fin dentro l'ultima delle cellule. Ché se muore lei lo stesso succede a noi, a noi che siamo il riflesso suo, di lei, di lei che è avvelenata e genera piante e animali ed esseri umani fragili, ammalati, già morti, già morti da qualche parte, dentro. Ma stasera si vola, sui falò e sulla terra gialla di tufo e sole, con la luna per volante ma anche per direzione, ed è assurdo, lo so, perché è un sogno che ho fatto l'altra notte, dove non c'erano i falò (quelli no, sono veri) ma c'era la falce di luna verso la quale io salivo, viaggiavo, andavo, a piedi ma veloce come in macchina o in treno, su una strada come un'autostrada ma che era l'Asse Mediano, fatta come d'asfalto ma di vetro, di vetro, come se al posto di quella poltiglia di materie minerali inerti impastata di bitume nero ci fossero pezzetti di vetro, trasparenti e impastati con la UHU liquida, per dire, che a guardarsi sotto i piedi i Regi Lagni, i viadotti ferroviari, i casali abbandonati e i campi diventavano piccole macchie dai contorni tutti a punte, frastagliati, eh, frastagliati, fra-sta-glia-ti, ed erano sempre più piccoli perché intanto continuavo a salire verso la ferita, il taglio, la lama, la falce sospesa nel cielo dove qualcuno mi aspettava per il ricorrere dell'ennesimo primo giorno di luna crescente, che noi lo si onorava sempre, sempre, sempre, e non ce n'era mai uno che passasse senza almeno un sorriso, uno sguardo, una parola che tra noi la portasse alla luce, la falce nel cielo, e nel sogno andavo far questo, ecco, a onorarlo di nuovo dopo tanto tempo, che lì c'era chi mi aspettava, un nome e un paio di mani, credo, non ricordo altro, e quel nome e quelle mani dalle dita sottili stavano oltre il tramonto e le discariche, oltre la terra morta e l'Asse Mediano, e il sogno l'ho fatto che era luna nuova e poi stasera che ho preso la macchina per andare dove dovevo andare sono uscita dal garage e me la sono trovata davanti, la falce, la ferita, il taglio nel cielo, ed ecco, ecco, davanti, sul parabrezza c'avevo anche il sogno dell'altra notte, e la salita del garage non finiva davanti al solito cancello, no, tirava dritto, su, in alto verso la falce, come ogni strada che stasera prendo è sempre lì che punta, dritta verso quell'orlo sottile di luce. Sono uscita dal garage e me lo sono trovato davanti, il sogno dell'altra notte, allora, eh, e adesso non ci posso fare niente, la terra e l'aria bruciano e tutte le strade che incontro, se ho il coraggio di mantenere la rotta, è lì che portano, lì, verso la falce sottile e chiara, e allora io è lì che punto, non mi interessa, me ne frego, stasera ci vado, ecco, perché ho trasformato il volante in una luna e adesso è lei che mi porta là, oltre i falò, oltre i falò e oltre il silenzio, oltre Grumo Nevano e la Perimetrale di Melito, oltre Mugnano, Calvizzano, Arzano, Marano e Chiaiano, perché i nomi sono nomi, che diamine, cantano, prima li canti e poi li capisci, hanno il profumo della loro latitudine e il sapore della loro longitudine anche sotto casa, anche dietro l'angolo, anche dove la terra muore e la sola religione è quella del cemento, del muro, della scatola dove stipare esseri umani come formiche ma che non hanno l'intelligenza di branco delle formiche, e allora che si deve fare, che si deve fare se non ricominciare, ricominciare dal pensiero, dal pensiero che per esempio i falò sembrano sparsi a casaccio su questi nomi che cantano la loro latitudine e longitudine e invece non è vero, non sono sparsi, io so dove sono, so quali sono i punti esatti di questa terra in cui quei falò bruciano, sotto la luna e sopra il tufo, e saprei indicarlo esattamente, dove sono, sulla mappa e sulla terra, potrei prendere qualcuno per mano e guidarlo fino ai piedi di ognuno dei falò che sono accesi stasera e che si accenderanno nei prossimi tempi, perché anche questo so, dove, come e quando si accenderanno ancora, perché anche la follia degli esseri umani si morde la coda come gli anni e le stagioni, e qui tutti gli anni è sempre lo stesso, sempre lo stesso, che torna la primavera e la terra brucia, brucia nel silenzio dei nomi di questa terra di mezzo dove non succede mai niente e al primo giorno di luna crescente le colonne di fiamme si mischiano a sogni e ricordi, e allora che si fa?, niente, niente si fa, perché per ognuno di quei falò si fanno cento e più funerali, che sembra quasi che siano pire d'altri tempi, strade di fumo che portano fin sulla soglia della casa della luna tutto, tutto, il nero che insozza il cielo, la diossina e i nomi delle terre e delle persone che per quei falò muoiono, e allora che devo fare, sto salendo e ormai per non cadere mi aggrappo, mi aggrappo e basta, e intanto le ruote prendono la rampa che sale e non fa niente se per andare dove devo andare ci metterò un po' più di tempo, no, davvero, non fa niente, non fa niente, non fa proprio niente, stasera faccio il giro lungo, e non fa proprio niente. Se per andare a Trieste certe volte passo per Grado, o se per andare in Molise certe volte scavalco il Matese... be', veramente, questa volta non farà la benché minima differenza.
Ascoltato da keroppa il 04/04/2006 - solipsismi, in somnus, riastartha, 81100 l eterno scempio - commenti (10)
Quando qualcosa si conclude e un nuovo ciclo sta per inziare, arriva un momento in cui non si è dentro e non si è fuori, e non è prima né dopo, quello che si è concluso non ci ha ancora abbandonati e quel che verrà ancora non si vede. La soglia, la luna nuova, il nuovo giorno che comincia nell'ora più buia, quando nel sonno si scioglie la stanchezza di quello appena trascorso, rinnovando le energie in vista del prossimo. Succede tutto, in quel momento, ché stasi e movimento non possono essere distinti l'una dall'altro, e insieme accadono, succedono senza succedersi. Sono.
Fosse per me, non parlerei d'altro per tutta la vita. Solo di quel momento, anche se non so come si fa, anche se una vita non mi basterebbe, come non mi basterebbe tutto il tempo del mondo per vedere tutto quello che c'è da vedere su questa terra. E nonostante questo, bisogna arrendersi allo squilibrio delle proporzioni. Fosse per me non parlerei d'altro, se non dell'acqua e dei suoi movimenti segreti, e poi di tempo e rivolgimenti. E del momento del nesso, della soglia, del mentre e del ventre, del varco, della porta e dei suoi intorni, destro e sinistro - e delle ginestre, le piante che nella flora delle mie parti ne sono il corrispettivo naturale. Ci sono momenti in cui non mi pare esista altro di cui valga la pena parlare. Come questa sera, per esempio. Ma il raffreddore dice che non è il caso. Non adesso, almeno. Resto allora sulla soglia, con il naso bloccato e gli occhi che sembrano la cascata del Torrione della reggia di Caserta, guardando la serata scivolare, tipicamente quanto inesorabilmente, verso lo status un po' così.
Le serate sulla soglia, le serate un po' così, almeno per quanto mi riguarda, silenziose e distratte, sono insieme frenetiche e languide, ché insieme mi sono care e detestabili. Oggi è finito, domani non arriva e io non riesco a decidere se fare questo o quello. Eppure qualcosa ribolle, non so cos'è, ma.
Così: ma e punto. Ma.
Andrebbe bene anche: e.
Una congiunzione e un punto, forse, potrebbero bastare per dipingere una serata un po' così.
E allora non si fa niente, e si resta in ascolto.
Spengo il pc, faccio una doccia, vado in cucina. Metto sul fuoco il bollitore con un po' d'acqua, mi siedo sul tavolo. La cucina è la stanza più grande, in questa casa. In fondo, nell'angolo accanto alla porta finestra, c'è il ficus benjamin zingaro che d'estate sta sul balcone e d'inverno mia madre sposta in casa per evitare che le gelate notturne gli brucino le foglie. E' una pianta rigogliosa dalle fitte fronde verde smeraldo, in salute, alta quasi due metri e con un bel tronchetto di legno chiaro chiaro... ha tanti anni, ormai, fu il primo regalo che feci a mia madre mettendo da parte qualche spicciolo, da bambina. Avevo otto o nove anni, e quando la comprai era un rametto che spuntava dalla terra, tutto fiero delle sue dieci foglioline. Compreso il suo vaso, allora era alto quanto me. In quasi vent'anni è diventato il guardiano della cucina, e di questa casa.
Mi piace guardarlo, nelle sere un po' così che poi diventano notti, quando tutte le voci del giorno si sono spente da un po' e il solo rumore che si sente è il soffio del metano che brucia sotto il piccolo bollitore, finché i pensieri si spengono del tutto, diventano verdi e iniziano a metter radici. Allora penso che fra poco, sì, sentirò anche il rumore che fa mentre esiste, mentre vive... ma poi ecco, da qualche parte nella sua chioma si stacca una foglia secca, nel silenzio notturno (che poi è il sommesso ronzare del frigorifero) fa un rumore secco che rompe l'incantesimo dell'attesa con un breve crepitio. Io non ho sentito proprio niente, i pensieri tornano veloci ai loro colori consueti e il ficus torna alla sua esistenza verde e forte - al di fuori delle frequenze umane - che spande silenzio e calma. Così mi diceva il nonno, quando ero piccola: negli alberi e le piante il tempo si sedimenta, e diventa una forza che non vuole modificare il mondo né fare del male. Negli uomini, invece, il tempo brucia e così li fa luminosi, inquieti e diversi da quello che erano un attimo prima, in ogni momento. Chissà cosa aveva in testa, quando rispondeva così alle domande che gli facevo sulle piante che coltivava nel suo orto. Chissà.
L'acqua bolle. Mi sorprendo, d'improvviso, a sentirmi vecchia. E non è per i vent'anni del guardiano della cucina. Meglio ancora: invecchiata, più che vecchia. E' normale sentirsi così alla fine di un ciclo, credo. Invecchiata, e un po' stanca.
Guardo la tazza fumante sul tavolo. Intorno a me ci sono tazzine da caffè e posate tutte diverse le une dalle altre, testimoni di decenni diversi, e l'odore di quello che s'è mangiato a cena. Ci sono anche pensieri, che corrono all'amico che domani ha l'esame, a quanto importante sia stato questo quattordici febbraio per le persone che abitano qui, al profumo di soddisfazione che di questa giornata ancora persiste, attaccato alle pareti. E c'è anche quell'altro, di pensiero, che da anni non mi abbandona mai.
Nel cuore di una notte un po' così, sulla soglia tra un questo che sta per andarsene e un quello che sta per arrivare ci si sente vecchi - fin sulla lingua, ma ancor di più fin dentro l'immaginazione.
Dal ficus si stacca un'altra foglia. Viene da lontano, lui, da luoghi caldi in cui non c'è necessità di perderle tutte quando arriva una data stagione. Il suo ricambio è quindi costante, al ritmo di poche alla volta si rinnova per tutto l'anno. Stanno di nuovo per farsi verdi, i neuroni, quando alle spalle mi distrae un fruscìo di stoffa. Deve essersi accorta della luce accesa.
- "Ma che ore sono... tutto a posto?"
- "Mh-mh. Non riuscivo a dormire. Tisana"
- "Sì, ma cerca di non far mattina"
- "No no, tra poco vado a letto"
Resta lì, dietro di me che sto seduta, forse si stropiccia gli occhi, che ne so, poi sento una carezza, lieve, sulla testa.
- "Uh, ma quanti capelli bianchi che hai messo..."
- "Mh-mh... visto?"
- "Eh. Sempre con la coda o la testa fasciata, non me ne ero resa conto. Sono molti di più dall'anno scorso..."
- "E sì..."
Sospira, malinconica: di questa storia dei capelli bianchi le dispiace. E' un marchio della sua famiglia, e quindi anche della nostra. Se non li tingesse, i suoi sarebbero quasi completamente d'argento, e non ha passato da molto i cinquanta. A lei sono spuntati a venticinque anni, io a diciassette anni avevo già la mia prima ciocca. Lei se ne sente colpevole, e io non sono mai riuscita a ficcarle in testa che non mi danno alcun pensiero, anzi. Mi piacciono, in qualche modo. Perché mi piace che qualcosa di lei navighi nel mio sangue e perché sono un segno che mi risparmia la fatica di dire qualcosa che sarebbe troppo complicato spiegare a parole, e che invece sta lì, si vede e basta, e io non ho bisogno di dire niente. Ci sono giorni in cui questi precoci capelli bianchi sono una benedizione, altroché, roba che mi viene quasi da ringraziarla per avermeli passati. E lo faccio, in effetti, tutte le volte che qualche amico mi dice - proprio come ha appena fatto lei - "uh, ma quanti capelli bianchi che hai messo", e io sorridendo rispondo: "eh... è mia madre".
Non ho bisogno di girarmi per sapere che è ancora lì, anche lei sulla soglia. Mi raggiunge, di tanto in tanto, nelle notti un po' così in cui il mio passo non è abbastanza leggero o il suo sonno non abbastanza pesante. Tiro indietro la testa finché a sostenerla non incontro il tepore del suo ventre, che è quello che mi ha messo al mondo.
Il ventre. Il mentre. La soglia. E' tutto qui che succede. Qui, sulla soglia. Ho sonno e non riesco a dormire, questa giornata non si è ancora conclusa ma non è ancora domani.
Qui succede tutto, qui si gioca tutto, e proprio per questo è un posto che può diventare pericoloso, se ci si attarda troppo. Lei, che lo sa, quando se ne accorge mi raggiunge. Per non lasciarmi sola. Per darmi una spintarella. Ogni volta ci prova, tenta di portarmi via.
- "La tisana è finita. Andiamo a dormire, che dici?"
- "Mh-mh"
Tre passi, e sono in camera mia. Con uno sbadiglio ci salutiamo.
- " 'notte"
- " 'notte, ma' ".
Non me li tingerò mai, i capelli.
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