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- Ah, l'hai provata anche tu, allora, quella cosa della meditazione?
- Sì sì.
- E fammi capi', per quanto tempo poi?
- Il primo incontro, poi basta.
- Azz'.
- Eh.
- Motivo?
- No, è che... alla fine della sessione di meditazione ho visto che sì, effettivamente mi sentivo davvero più sereno e tranquillo...
- ... e quindi?
- E quindi dopo mi sono chiesto: ma a me mi interessa veramente di stare più sereno e tranquillo?
- Eh.
- Risposta: no.
- Lo sapevo.
- Lo so. Comunque, insomma, per me non valeva l'impegno di una serata alla settimana, tutto qua. Mi interessa restare sveglio, casomai. Che ci devo fare.
- Ti ho mai detto che ti voglio bene?
- Svariate decine di volte, negli ultimi vent'anni.
- Eh, ma mo' un po' di più.
- Mh, che culo.
Ascoltato da keroppa il 03/07/2008 - dialoghi, eus voci, i soci - commenti (3)
Quando il bel tempo corrisponde alla mia disponibilità, allora amo andare con i miei ricordi per sentieri e strade forestali; osservo, anche, o ascolto, i segnali che la natura comunica con l'evolversi delle stagioni e degli anni. Ma è quando mi accompagno con gli amici o con personaggi della mia terra che il camminare è più assorto e riflessivo. Questi compagni di cammino non sono più fisicamente presenti, il loro corpo è rimasto in luoghi lontani: su montagne, o nella steppa, insepolto; o in cimiteri di paese con una semplice croce, o di città con lapidi e fiori. E' con loro che mi accompagno e ragiono, ricordando. Qualcuno che non crede, o che crede, può guardare con benevola indulgenza a questo mio modo di esistere. Non me ne importa: ho anch'io molti dubbi ma mi piace, a volte, ignorarli.
(...)
Lassù la montagna è silenziosa e deserta. Lungo la mulattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pressi dell'Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che è qui sulla libreria, ora non passa più nessuno. La neve che in questi giorni è caduta abbondante ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande Guerra, le avventure dei cacciatori. E sotto quella neve vivono i miei ricordi.
[da Sentieri sotto la neve, 1998]
*
Grazie di essere stato, vecio, e di essere stato parola.
Poiché ormai la neve della nostra storia di famiglia ha il tuo nome, Sergente.
Ascoltato da keroppa il 17/06/2008 - eus voci, wor l ds, infralogie - commenti
La terra gira da una parte e poi dall'altra,
sotto il velo del cielo,
come chi di notte non riesce a dormire,
perché vuole capire...
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
C'è una piega sottile nascosta nell'universo,
ai margini del mondo,
è una processione di anime dimenticate
che sussurrano tra le costellazioni:
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Sarrà 'sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va....
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega', ca nun se po' spiega'...
Vulesse ca 'stu cielo s'arapesse,
pe' tutt' 'a gente ca nun tene niente
Quando una luna cala, l'altra ricomincia,
ombra, luce, guerra, pace,
quando una luna cresce, l'altra svanisce,
acqua, fuoco, pieno, vuoto.
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Sarrà 'sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va...
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega', ca nun se po' spiega'...
Vulesse ca stu cielo s'arapesse
pe' tutt' 'a gente ca nun tene niente,
scennesse l'acqua santa pe' terre addò nun chiove
e frutta, miele, pane e vino nuovo.
Vulesse ca chiuvesse, chiuvesse maccarune,
li prete de la via caso rattato,
la muntagna 'e Somma fosse carne arrustuta,
e tutta l'acqua 'e mare vino annevato...
[Nuova Compagnia di Canto Popolare, Sotto il velo del cielo, 1998]
Ascoltato da keroppa il 08/06/2008 - eus voci, sguardi, infralogie, voce del verbo - commenti
Quattro, otto, dieci e dodici anni. Il più grande è magro e saggio, il secondo è un affettuoso ruffiano dalla pelle saracena, il terzo a guardarlo negli occhi sembra di sporgersi su un abisso, il più piccolo da qualche settimana è il cavaliere di Monforte de "La Freccia Nera" e gira con uno spadino di legno tenerissimo, un paio di stivali rossi di gomma ai piedi anche con trenta gradi all'ombra.
Rientrando in casa, a sera, parlano più o meno così:


[Bill Watterson, da The Days Are Just Packed, 1993]
Più li guardo, e più mi chiedo da quale decennio sono venuti fuori.
Ascoltato da keroppa il 03/06/2008 - carta, eus voci, infralogie - commenti (1)
Ciao, esci?
Oh, ma perché lui non viene giù?
Perché non mangi con noi?
Dove siete stati oggi? Vi abbiamo visto uscire.
Ma non hai caldo?
Ma non hai freddo?
Cos'è quello?
Lo rimetti a posto?
Cosa fai adesso?
Ma tu cosa fai in genere?
No, perché questa cosa dei rifiuti.
Perché prendi la bici?
Dove vai adesso?
[una risposta qualsiasi]
Ah, e come mai?
[oppure: ma è lontano!]
Siediti!
Tanto la musica non vi dà fastidio, no?
E neanche il rumore e il fumo di scarico del motore della macchinina radiocomandata, vero?
Cosa facevi prima di là?
Ma perché sei così curiosa?
Ma perché parli così poco?
Oh, ma tu non fai mai domande, proprio.
(forse perché sono andata in iperventilazione, a un certo punto)
Ascoltato da keroppa il 02/06/2008 - dialoghi, eus voci, infralogie - commenti
Dieci anni.
C'ero anch'io.
Lascia che ricordi
lascia che non scordi
il fango
quel fango
tutto
quel
fango.
E l'odore di marcio
fin dentro la memoria
le jastémme
e gli stivali
che non servivano a niente.
Scavate, ragazzi.
Scavate, perdio.
Ascoltato da keroppa il 06/05/2008 - eus voci, 81100 l eterno scempio - commenti (3)
I need maintenance,
I need patience,
I'm not foolproof,
I'm not waterproof,
I'm not shockproof, bombproof, bulletproof, fireproof, leakproof, childproof, stainproof, pressureproof.
Ché se uno è una pianta, nient'altro che una pianta
in questo mondo di corpi celesti
prima o poi dovrà chiedere di essere perdonato.

[Marillion, Quartz, 2001]
Ascoltato da keroppa il 02/05/2008 - eus voci, infralogie, microniente - commenti
Eravamo giovani e terroni, ma avevamo i nostri maestri.
Ascoltato da keroppa il 01/04/2008 - eus voci, il tempo della fuffa - commenti (3)
- No, perché a me qui sembra tutto così piccolo, così comodo... così corto. L'anno scorso, per esempio, siamo andati in vacanza all'Isola d'Elba, e quando ho saputo che saremmo partiti in auto, con le valigie nel bagagliaio, sono rimasta con la bocca aperta. Poi dopo ho realizzato che le distanze non sono più le stesse. Perché per noi in Russia il viaggio che cos'è? Una valigia qua, un'altra qua, un treno e tanto, tanto tempo. La prima volta che ho visto il mare avevo ventitré anni. Per andare sul Mar Nero da casa mia erano quasi tremila chilometri, tre giorni interi di viaggio. Dopo il ritorno avevo dimenticato tutto il riposo di quella vacanza. Mi sono poi dovuta far dare un altro giorno di ferie per riprendermi dal viaggio di ritorno dalle ferie. No, questo solo per dire...
- ...
- Che c'è?
- No, niente. Pensavo che a vent'anni ho fatto un viaggio in treno di novecento chilometri con due amiche... sai, zaino in spalla e basta... e ci sembrò un'impresa epica.
- Eeeeh...
Sorride, intenerita.
- Povere, piccole, innocenti noi, eh?
- Eh... un po'.
[e poi ancora Voci, ma soprattutto Voci]
Ascoltato da keroppa il 18/03/2008 - dialoghi, eus voci, atlante minimo, voce del verbo - commenti
Dice: qua c'è aria da borìn, stamattina.
Dico: uh, mi spieghi ben benino com'è l'aria da borìn? Mi manca del tutto...
Dice: borìn è quello che fuori dalla Venezia Giulia è già considerato un ventaccio. Ma che ne sanno, gli altri :-) Non fa mai danni, non supera gli 80 km/h, è piacevole, tiene il cielo pulito, è benevolo, tiene i capelli in ordine e lontano dagli occhi e, soprattutto, caccia via tutti i pensieri tristi.
[così.]
Ascoltato da keroppa il 13/03/2008 - dialoghi, eus voci, la parola del giorno - commenti
Just let me catch my breath.
Ascoltato da keroppa il 13/03/2008 - eus voci, wor l ds - commenti
So tear me open but beware: there's things inside without a care.
[J. Hetfield, 1996]
Ascoltato da keroppa il 20/02/2008 - eus voci, riastartha, voce del verbo - commenti (2)
Qualcosa di molto importante è pronto a riprendere il suo viaggio, finalmente, seguendo un percorso che tocca e riguarda la vita di ognuno e molto da vicino. Che si sia disposti ad accettarlo o meno, in qualunque regione di questo paese si stia.
E allora di nuovo buona fortuna, Alessandro.
E di nuovo: grazie.
Presentazione della prima edizione.
Copertina.
Ascoltato da keroppa il 03/02/2008 - carta, eus voci, 81100 l eterno scempio - commenti (3)
[Friuli, supermercato di quartiere a fine giornata. Alla cassa la ragazza, giovane ma dall'aria sfatta. Oltre la barricata del nastro il cliente dai capelli bianchi coi baffoni, il viso secco di rughe, il vocione e le spalle grandi.]
- Buongiornotesserasocio, signore?
- No... no... nono! Ho i miei anni, io, eh...
- ...
- ...io vede, son tanti anni che vengo qui e non l'ho mai fatta la tessera, ché non avevo mica tempo, sa, avevo da fare, tante altre cose da fare, io...
- ...
- ...e che, seh, mica avevo il tempo, non andavo mica in giro con tutto quello che avevo da fare, lei lo capisce, eh, no, ma forse non lo capisce, che volete capire voi giovani, del non avere tempo, avevo da fare io, altro che tessere e tessere...
- ...
- ...non avevo mica tempo di andarmene in giro, io!
- Eh, come se andare in giro non fosse importante.
- Ma...
- Eh, che poi se si viene su come lei...
- Come, scusi?
- E comunque la tessera io gliela devo chiedere per disposizioni aziendali, MICA PER TESTARE LA SUA PRODUTTIVITA' DAL MEDIOEVO A OGGI, E OH!
Applauso dell'intero corridoio delle casse, clienti e impiegati.
Ascoltato da keroppa il 30/01/2008 - dialoghi, eus voci, 33170 il porto - commenti
Il paesaggio che riveli ad ogni respiro è disperso
colline che si disfano sul palmo della mano destra
torrenti che contraddici con la sinistra un cielo perso
nubi di fango salmastro che ruotano come una giostra
nulla di decifrabile di schiarito nella tua voce.
Ma tramandando a te stessa l'esilio così ereditato
un paesaggio e la sua morte sul punto di infrangersi in esso
perché ne accogli il deflusso lo assecondi con le tue mani?
si profilano tutto attorno orli di separazione
l'addio si sparse in rottami in luoghi stremati dal nome.
[Toti Scialoja, da Le costellazioni (esametri 1992-1996)]
Ascoltato da keroppa il 28/01/2008 - eus voci, wor l ds, la parola del giorno - commenti
[a tavola, sei amici: si chiacchiera, si gustano cose buone, si ride, si discute.
Ad un angolo del tavolo, una mano tozzoléa la spalla accanto]
- Oh.
- Eh.
- Che c'è?
- Mh?
- Sonno?
- Mh... no...
- Stanca?
- No no, veramente no...
- Annoiata?
- Ma che stai a di', France'?
- No, è che stai così, un po' silenziosa.
- Sì, ma...
- Tutto bene?
- Sì, sì, benissimo. E' solo che sto... ascoltando.
- ...
- .... ?
Sorride con gli occhi, che gli scintillano come stelle scure.
- No, tu mi devi scusare... è che sono così abituato solo alla gente che parla che mi sono dimenticato che esiste anche quella che ascolta. E mi ero anche scordato che la risposta di "che c'è?" non è per forza "niente".
Ascoltato da keroppa il 24/01/2008 - dialoghi, eus voci, i soci, microniente - commenti
Her skin was darker than ashes
and she had something to say
'bout being naked to the elements
at the end of yet another day
And the rain on her back that continued to fall
from the bruise of her lips
swollen, fragile, and small.
And the bills that you paid with were worth nothing at all
A lost foreign currency
multi-coloured, barely reputable
Like the grasses that blew in the warm summer breeze
Well she offered you this, to do as you pleased.
And where is the poetry?
Didn’t she promise us poetry?
The redwoods, the deserts, the tropical ease,
the swamps and the prairie dogs, the Joshua trees
The long straight highways from dirt road to tar
hitching your wheels to truck, bus, or car.
And the lives that you hold in the palm of your hand
you toss them aside small and damn near unbreakable
You drank all the water and you pissed yourself dry
then you fell to your knees and proceeded to cry.
And who could feel sorry for a drunkard like this
in a democracy of dunces with a parasites kiss?
And where are the stars?
Didn’t she promise us stars?
Nothing will ever be as it was
The price has been paid with a thousand loose shoes
Pictures are pasted on shop windows and walls
Like a poor mans Boltanski
lost one and all.
Sell, sell
Bid your farewell
Come, come
Save yourself,
give yourself over
Pushing your consciousness
deep into every atom and cell,
Sell,
Bid your farewell
Come, come
Save yourself,
give yourself over
Pushing your consciousness
deep into every atom and cell,
Sell,
Bid your farewell
Come, come
Save yourself,
give yourself over
Pushing your consciousness
deep into every atom and cell.
[D. Sylvian, 2005]
Ascoltato da keroppa il 24/01/2008 - eus voci - commenti
Well I woke in mid-afternoon cause that's when it all hurts the most
I dream I never know anyone at the party and I'm always the host
If dreams are like movies, then memories are films about ghosts
You can never escape, you can only move south down the coast.
Well, I am an idiot walking a tightrope of fortune...
(...)
...and though I'll never forget your face,
sometimes i can't remember my name.
[A. Duritz, Mrs. Potter's Lullaby, 1999]
Ascoltato da keroppa il 14/01/2008 - eus voci, wor l ds, post-it - commenti
DELLE LOCOMOTIVE CHE VOGLIONO ANDARE AL PASCOLO
(ovverosia: delle oscure cause di tanti disastri ferroviari)
Dal muro in fondo al prato, in mezzo al fieno
una forma si muove e si distacca,
ed è una vacca
che avanza il muso per guardare il treno,
il diretto che passa all'11 ore;
perché (sappia il lettore
di questa commovente poësia),
in fondo al prato c'è la ferrovia.
La vacca guarda: uno dei gran diletti
dei bravi ruminanti,
(e possono osservarlo tutti quanti),
è di fermarsi in estasi davanti
ai treni in corsa, specie se diretti.
Ma un po' per uno: se ci sono vacche
che fan l'occhietto alle locomotive,
(anime sensitive,
e non automi o rapide baracche)
ci sono pur delle locomotive,
che guardano le vacche.
Le guardano coi grandi occhi di vetro
dei loro due fanali,
ed è con infinita nostalgia
ch'esse si lascian dietro
oltre i fuggenti pali
del telegrafo, a vol, la prateria,
i campi, dove ci si può sdraiare
tanto tranquillamente, e contemplare
- lungi obliando le stazioni fosche -
il vol delle farfalle e delle mosche!
«Oh! - sospiran le macchine (e nel mentre,
con il fuoco nel ventre,
tirano via rotando e strepitando)
quando - ripeton - quando
potremo essere libere anche noi;
goderci la cuccagna
di vivere in campagna,
tra le famiglie placide de' buoi?
Oh, potere campar senza gran stento
di un po' di fieno e un po' di sentimento
come certi poeti!
Poter far nulla, all'ombra dei querceti!
Non più mangiar carbone e sputar fumo,
per l'uso ed il consumo
di gnomi irrequïeti
sorti dall'umo, e spinti verso l'umo.
Oh gioia, starsi con le ruote all'aria
in grembo all'erbe tenere,
vicino a qualche fonte solitaria
che piglia il fresco sotto il capelvenere!
«Ma quando s'è locomotive occorre
- fatalità! - essere sempre altrove,
sempre lasciarsi imporre
la volontà tiranna degli orari
ferroviarii,
compreso quando piove
e fanno i peggio tempi de' lunarii!
Bisogna sempre aver la testa a segno,
anzi ai segnali,
e prendersi l'impegno
d'essere puntüali,
perché c'è sempre, in questo od in quel posto,
da non mancare una coïncidenza.
Se non si può... pazienza!
Ma intanto, avanti, avanti ad ogni costo!».
E le locomotive vanno, vanno
senza riposo; eppure,
nelle latebre oscure
de' lor cilindri a triplice espansione,
conservan sempre una speranza, ed hanno
sempre un'illusïone.
Che proprio mai debba spuntare il sole
del giorno avventurato
che potran rotolarsi in un bel prato,
vigilate da buoni contadini,
a fare capriole
insieme ad una lor giovine prole
di saltellanti locomotivini?
*
Nota dell'autore:
Così, fantasticando
questi lor sogni tàngheri
avvien che, a quando a quando,
qualche macchina sia
presa da acuti accessi di follia
ed è allora che va fuori dei gangheri,
e, quello che è peggio, dei binarii,
causando così de' gravissimi e spiacevolissimi
accidenti ferroviarii.
[Ernesto Ragazzoni, da Buchi nella sabbia e pagine invisibili]
Ascoltato da keroppa il 07/01/2008 - eus voci, fermata non richiesta - commenti (4)
(telefonata di auguri)
- Mamma, senti...
- Che c'è?
- No, volevo chiedervi una cosa...
- Eh.
- ... per favore.
- Ummaro', e che è?
- No no, niente... cioè, è solo che... vi prego, tornate un giorno o due più tardi.
- Eh? Perché?
- Perché qui non si può stare, si soffoca e se vai in giro dopo un po' gira la testa e ti vengono i conati di vomito. Stanotte volevamo vedere l'alba e ce ne siamo dovuti salire a Casertavecchia per capire cosa stava succedendo. E' bruciato tutto. Hanno bruciato tutto, ma'. Tutto. La città e la campagna erano tutte fumo e fuoco. Faceva paura. Vi prego, non tornate ancora. Statevene lì. Non tornate. Non tornate.
Mi passa il telefono e volge gli occhi lucidi verso le montagne. Lo so a cosa pensa. Ricorda quel giorno in cui le ho detto che la situazione è grave, e che per capire quanto sia grave bisogna immaginarsela come qualcosa di enorme che non succede da un giorno all'altro ma monta, monta, monta finché non si fa onda che si abbatte su te e sui tuoi, e allora devi scegliere tra restare e fuggire, con tutti rischi che entrambe le scelte comportano. La guerra, ma'. Ti devi immaginare che adesso, da un secondo all'altro, scoppia la guerra.
Ascoltato da keroppa il 02/01/2008 - dialoghi, eus voci, 81100 l eterno scempio - commenti (1)
Shut your eyes and sing to me.
Ascoltato da keroppa il 10/12/2007 - eus voci - commenti (7)
Suvvia, un po' di ottimismo... i nostri figli svilupperanno la resistenza alla diossina e si perpetuerà la tradizione di sasicce e friarielli.
[Totentanz]

Per questo ti voglio bene: sai sempre cogliere al volo il punto cruciale della questione.
Ascoltato da keroppa il 27/11/2007 - eus voci, i soci, 81100 l eterno scempio - commenti (1)
Two birds
one stone
One chance
is thrown
Don’t make
mistakes
Two thieves
strung up
One knife
one cut
Two doors
one shut
One light
one way
One road
to take
We stand
and wait
From cool
to warm
From dusk
'til dawn
From flux
to form.
Kneeling on the road. To Graceland.
[David Sylvian & Robert Fripp, Darshan, 1993]
Ascoltato da keroppa il 16/11/2007 - eus voci, wor l ds, post-it - commenti (1)
Sono due, tra gli scaffali della libreria. Chiacchierano serene, di questo e di quest'altro autore, di questa e quell'altra storia. Si vede che si conoscono, si leggono, si ascoltano. Sfogliano volumi qua e là, raccontano ricordi pescati con l'amo di un titolo, di una copertina familiare.
- Oh, guarda qui chi c'è!
- Cosa!
- Questo!
- Di chi è?
- Uno svedese...
- Mai sentito. E il libro com'è?
- Molto molto bello, secondo me.
- Vale?
- Uh, sì. Bello assai, anche se doloroso. L'ho letto nel momento più brutto della mia vita, e m'ha persino dato una mano a superarlo.
- Oh.
- Eh.
- ...
- ...
All'improvviso c'è un silenzio tosto come una gomitata. Lei smette di parlare, finge di leggere il risvolto di copertina. L'altra prende un'espressione imbarazzata e preoccupata. Non si conoscono così bene, forse. La gomitata non è il silenzio, no, è una domanda. Semplice e limpida, la si vede scivolare via nel timore di essere inopportuna, o spinta via da un paura ancora più blanda, più vuota, non si sa.
Cosa ti stava succedendo quando hai letto questo libro, ragazza?
C'è, si vede, avrebbe voluto fargliela ma è già troppo tardi, troppo invadente, forse non è il caso. Lei che le aveva lanciato l'appiglio pure attende, e attende. Aspetta la domanda e non riesce ad alzare gli occhi verso l'amica. Racconterebbe volentieri, in poche frasi che forse aprirebbero la strada a parole, storie, fiducie future, ma adesso la domanda nel silenzio ha risuonato fino a farsi eco, e adesso che si spegne lei già teme di aver detto una sciocchezza e non più di aver lanciato un segnale.
Le parole forse non erano quelle giuste?
Troppo teatrale?
Forse non mi crede.
Starà pensando che voglio deprimerla.
I pensieri si vedono passare sulla faccia che le si arriccia di preoccupazione nel silenzio che continua, breve e insostenibile, e a un certo punto pare persino che: accidenti, farei meglio a non accennare più con nessuno, mai, a quel periodo, ché la reazione tanto è sempre la stessa. Se l'altra la guardasse lo vedrebbe anche lei. Poi i lineamenti le si piegano d'un colpo verso il basso: gli angoli degli occhi, delle labbra e delle sopracciglia, anche le guance sembrano cedere al rimorso di aver parlato a sproposito. Si sente in colpa, così tanto che decide di sollevare l'amica dall'ingombro della domanda e di provare a spezzare il silenzio. Ha gli occhi lucidi.
- 'nsomma, è bello, per me andrebbe letto.
- Oh, allora appena ho tempo me lo prendo.
- Che facciamo, mo'? Ci andiamo a pigliare un caffè?
- Essì, dai, ci allunghiamo alla Veneziana.
Il libro torna sullo scaffale e sul ripiano resta incastrato anche il silenzio che dentro c'aveva la domanda che dentro c'aveva qualcosa d'altro che non si sa cos'era ma c'era. Loro si allontanano, io vado alla mensola e lo prendo, ancora tiepido della mano dalle dita sottili che l'ha appena lasciato. Doveva essere una domanda semplice semplice, di quelle col verbo dentro. Avrebbe dovuto essere.
Cos'è successo quella volta?
Perché fai così?
Mi racconti?
Dove vanno a finire, ogni volta, quando qualcosa impedisce loro di essere fatte?
Me la leggo anch'io, quella quarta di copertina che - guarda caso - già conosco, e al secondo rigo sto già pensando ad altro. Avrei potuto essere io. Mi torna in mente quel venerdì d'estate su in montagna - lontana lontana, la montagna - che si mangiava su tavoli di legno, al sole, in compagnia di altri tranquilli esseri umani che passavano di là. Sulla panca di fronte alla nostra stava seduta una famiglia - mamma, papà e due bimbi di cinque-sei-sette-otto anni: il più grande, maglietta azzurra, con la manica sinistra che gli pendeva vuota dalla piccola spalla. Intorno era tutto un distogliere sguardi e brevi sorrisi nervosi di chi li guardava giocare sotto il tavolo. Finché il vecchio che aiutava in cucina non venne a sparecchiare, lo vide, sgranò gli occhi e, intenerito e meravigliato, domandò: "Ehi! E tu, piccolo? Cosa t'è successo?".
Così.
Il tavolo trattenne il respiro solo per un momento, ché la risposta arrivò subito, secca, semplice come la domanda:
- Da piccolo sono finito col braccio nel tritacarne.
Occhi sgranati. "Nella macelleria dei nonni", precisò il papà verso il quale quegli occhi si alzarono tutti insieme. La cortina d'indifferenza era svanita, d'un colpo. Qualcuno chiese l'età del piccolo, qualcun altro si lasciò scappare un oh! di tenerezza, una mamma tirò su col naso, commossa ma con contegno, qualcun altro disse qualche altra cosa e così via, le parole si rimisero in circolo, i bimbi tornarono a giocare e i sorrisi intorno non erano più stirati come prima. A fine pranzo il vecchio portò il dolce a tutto il tavolo, anche a chi non lo aveva chiesto, poi andò a prendere una birra per sé e venne a sedersi con noi tutti, e le parole andarono avanti per un bel pezzo.
Ecco. Fatta la domanda, fatte le parole. Così parrebbe, almeno in certi strati della vita.
Ripongo il libro e faccio per andarmene, poi ci ripenso, torno indietro e sfilo dallo scaffale non quello, ma il libro che occupa il posto immediatamente successivo. Mentre pago mi viene in mente l'amica che, quando mi chiama di sabato pomeriggio, mi coglie spesso con le mani impegnate a fare più o meno sempre la stessa cosa. E dato che è una cosa in cui metto impegno e cura e che a dirla, dopo tanti episodi, mi viene da aspettarmi dagli altri soltanto una sola reazione, al suo innocente "che stai facendo di bello?" rispondo di solito sorvolando e rimandando gentilmente la conversazione a più tardi. E penso forse non dovrei, ecco, perché così le chiudo in faccia la porta su un angolo di vita che non conosce e che forse potrebbe servirle per capire meglio anche me. Del resto la domanda è appunto di quelle semplici, col verbo dentro, di quelle che insomma bisognerebbe sempre onorare. Allora penso che la prossima volta le rispondo la verità e glielo dico, quando mi chiama di sabato pomeriggio, che sto affettando una zìzza di vacca intera per delle bestie malandate e affamate che mangiano una sola volta alla settimana. E che lo faccio anche con un certo rispetto perché a casa di mia madre, quando lei era ragazza, quello fatto con la mammella era il sugo buono, quello della domenica.
Ecco, è qui che vanno a finire - o dove andrebbero se venissero fatte - le domande col verbo dentro? Nel nulla, dentro un tritacarne prima e dentro una fetta di dolce fatto in casa poi, o dentro un pezzo di interiora vaccine?
Chi lo sa dove, ogni volta.
Ascoltato da keroppa il 10/11/2007 - eus voci, voce del verbo - commenti (7)
First me.
I would like to writing and singing a song in english,
tongue that I've studied at the medium school.
I'd surely find the way to recreate the original sound
of the wonderful Beatles english.
I would pick up a girl and
- thank you to the original sound of the wonderful Beatles english -
I would conquer her,
I would marry her and together we will farrow so many much childs.
So we would live until the late age (her),
while I would never die just like Highlander;
but not like Sean Connery, better like Christopher Lambert:
young through the centuries but without cut the head.
So every night I dream my unrealizable, unreasonable, unrecognizable,
unjamestaylorable, unstatesmanlike dream come true.
Second me (the peak of the mountain).
How you call you? How many years you have?
From where come? How stay?
Not to be sad:
the life is a thing wonderful and I am here for make it wonderfuler.
Not see the my love for yourself?
For force, not is visible.
Not hear the sound of the my guitar?
Is play from me; is play for you, is play for we.
Oui, je t'aime, je t'aime - yes -, must to be the my girl;
come on the my car that I bring you at make one tour.
What think of the my car?
Is much beautiful, second me.
[Elio e le Storie Tese, First me, second me, 1996]
Ascoltato da keroppa il 06/11/2007 - eus voci, infralogie - commenti (3)
Mmiez' 'a 'na via me ne voglio i'
e tutt' 'o juorno me voglio canta',
e tutt' 'o juorno me voglio canta'.
Me sento rìcere pe' mmiez' mie
nun tengo 'o core pe' sta' a la casa mia,
nun tengo 'o core pe' sta' a la casa mia.
Ma nunn'è ovèro, nunn'è ovèro
'o tengo 'o core 'e sta' mmiez' 'a na via,
'o tengo 'o core 'e sta' mmiez' 'a na via.
[Assurd, da Intrasatta, 2002]
Resta solo da allargare le braccia, mo'.
Mmiez' a via.
E po' se parte.
Ascoltato da keroppa il 25/10/2007 - eus voci, wor l ds, i soci - commenti (4)
A silhouette passing by in front of your eyes.
Someone walking through the crowd,
that's just her body, it's not her.
Just a reflection of a time that's lost.
Memories painted as the contours of
someone you once would have died for.
Sì.
Ti ho visto.
Ti vedo.
Stai dentro i nervi di una parola.
Ti sei messo al sicuro
così vicino
che non posso più raggiungerti.
Ascoltato da keroppa il 18/10/2007 - eus voci, sguardi, infralogie - commenti
And this is the road I walked on
When I shot you down
All words of forgiveness useless
They won't help me now
And I should've been there for you
When you called my name
I promise to tread more lightly
Though what's gone is gone
It's such a shame.
[Nine Horses, Darkest Birds, 2005]
Grazie.
Ascoltato da keroppa il 16/10/2007 - eus voci, i soci - commenti (2)
Tu che t'ammiénte
de sole e de viente,
de lota e fremiére
e fié tante preghiére
quanne ziéppe a maiése,
tu sule cresce u 'rane
che dall'u pane
a gente d'ogne paiése.
Toste, scuntrose
é ssa vita tìa
fatte de stiénte e fatìa.
Dìcene sèmpe ca tu sié ruzze.
Hìe ce crede.
T'haie viste tante vote
taccarià ciucce e mule
e torce muzze-muzze
a 'recchia de' na pècura
despettòsa;
e t'haie viste cutelià
moglie e figlie
sott'a nu stiglie de paglie.
Dìcene pure ca sié salevagge.
Hìe aresponne: è u vere.
T'haie viste parlà
ca meréia di chiante
e rire e pazzeià
che nu file de sole
ca chiate dell'acque
t'aremannàve dritte dent'all'uocchie;
e t'haie viste chiagne
pe nu pecìne muorte
dent'a rocchia dell'uorte.
Te desprèzzene
e te chiàmene cafone.
Cafone sié!
Ncopp'i spalle toste puòrte
u pise da gènte du munne
e dell'anemale che crisce e che piésce.
Hìe te vuoglie bene.
Tu sié 'ccide puorce e crape
gallìne e quenìglie
pe sazìa tante figlie
e quanne puorte u 'rane
all'ammasse
liess'arrete
-ze sé a ciente miglie addarasse -
a-ddora da crete
arrasciàte
nell'ogne di dite:
che è a-ddora dell'ome e da vite*.
[Giovanni Cerri (Casacalenda, CB, 1900-1970). Da I guàie, 1978]
*Cafone. Tu che ti ammanti/di sole e di vento,/di mota e <<fumiere>>/e fai tante preghiere/quando zappi il maggese,/tu solo allevi il grano/che dà il pane/alla gente d'ogni paese./Dura, scontrosa/è la tua vita/fatta di stenti e fatica./Dicono sempre che sei rozzo./ Io ci credo./T'ho visto tante volte/battere asini e muli/e torcere senza pietà/l'orecchio d'una pecora/dispettosa;/e t'ho visto battere/moglie e figli/ai piedi d'una meta di paglia./Dicono pure che sei selvaggio./Io rispondo: è vero./T'ho visto parlare/con l'ombra delle piante/e ridere e giocare/con un filo di sole/che lo specchio dell'acqua/ti rifrangeva negli occhi;/e t'ho visto piangere/per un pulcino ritrovato morto/nel cespuglio dell'orto./Ti disprezzano/e ti chiamano cafone./Cafone sei!/Sulle spalle dure porti/il peso delle genti del mondo/e degli animali che cresci e che pascoli.../Io ti voglio bene./Tu sai uccidere porci e capre/galline e conigli/per sfamare tanti figli/e quando porti il grano/ all'ammasso/lasci dietro/- si sente a cento miglia lontano -/l'odore della creta/incrostata nelle unghie delle dita:/che è l'odore dell'uomo e della vita.
Ascoltato da keroppa il 09/10/2007 - eus voci, wor l ds - commenti (5)
Sabato, ore 11.30 a Cordovado, piccolo borgo del Friuli meridionale ad un tiro di schioppo dal confine con il Veneto.
Nel bar della piazza entra un omone con un sorriso largo così.
- Ooooh, signori, ma buongiorno a tutti, anche a quelli di Portogruaro!
Scoppiano tutti a ridere, anche i bicchieri.
Ascoltato da keroppa il 06/10/2007 - eus voci, atlante minimo - commenti (4)
Ventidue agosto. Piove di nuovo quassù, mentre giù non si vede acqua da tre mesi.
Dal finestrino arrivano pensieri a caso. Tutùm-tutùm. Del tipo: che bella doveva essere, la reggia di Carditello, tutùm-tutùm. Oppure: come si misura, tutùm-tutùm, di cosa è fatta questa distanza tra cose e parole? E se pure non si può misurarla, tutùm-tutùm, si potrebbe mica abitarla? Sarebbe bello se si potesse farla spazio. Nella distanza non ci sta niente, nello spazio... uh, tutùm-tutùm, hai voglia. Mh.
Poi ci sono i pensieri tra parentesi [resiste nella testa di chi (non) resta], e le fermate non richieste. Che sono diverse, però, da quelle ho visto in un altro punto del pozzo-paese.
A Mestre già il primo cambio di treno (non previsto), e venticinque minuti di ritardo. A Padova diventa mezz'ora. Dio, la concidenza. Poco dopo Padova c'è un gatto in mezzo a un campo arato: spaventato dal treno, fugge e sparisce come una scheggia nel mais del campo vicino.
Un'insegna indica:

così, con la freccia in rosso come quella di una frasca e i caratteri da far west. Quadra, perdio, tutto quadra. Ma mo' quasi quasi scendo e la seguo, quella freccia.
Il mais dopo Monselice è secco e già raccolto ma non ancora falciato, e fa grandi distese d'oro. Alla stazione di Rovigo una nonna seduta su una panchina indica i treni al nipotino nel passeggino. Alla stazione di Ferrara un nonno in cazunciélli rossi fa lo stesso con il bimbo che porta sul seggiolino posteriore della bici, e dal deposito guardano i convogli passare.
Corto circuito.
Anch'io, nonno ferrarese, anch'io. Anche a me mio nonno mi portava in bici (quando i sediolini per i bimbi però erano davanti, non dietro) al deposito della stazione a guardare i treni. Fuori c'erano quelli nuovi che passavano e dentro quelli vecchi che aspettavano. Cosa aspettavano? Non lo so, però mi ricordo che quei treni lì erano femmine, e a sentirne parlare poi dopo a me veniva da chiamarle trene, perché mi avevoano spiegato che locomotori e locomotive non erano la stessa cosa, come io non ero la stessa cosa di mio fratello, per esempio. Ah, così era? Ma i treni che passavano alla stazione erano tutti maschi, però. "Eh", dicevano loro, "ma prima erano femmine. Fai conto che queste so' le mamme, va'...".
Mi ricordo certi anni in cui in deposito gli amici del nonno erano sempre nervosi, davano pacche alle trene nere, stavano con la schiena appoggiata sul numero che era il loro nome e parlavano con parole che non capivo. Sapevano di bruciato e di grasso d'officina, questi signori che mi prendevano sempre in braccio con un sorriso anche quando in famiglia mi avevano dato ad intendere che ormai ero troppo grande per stare sempre in braccio. Per questo forse mi piaceva, il deposito: perché lì dentro i treni erano un po' diversi dagli altri e gli amici del nonno avevano grandi mani marroni che mi prendevano in braccio, mi tiravano su come una piuma e mi facevano sedere a cavalcioni sui magneti del muso mentre loro chiacchieravano. Mi piacevano un po' meno i pizzicotti, condanna di tutte le bimbe con le schiocche, che quelle manone davano forse senza rendersi conto della loro forza. Ahiaaaah!, mi scappava a volte, e loro ridevano e poi riprendevano i loro discorsi durante i quali mi era stato insegnato a non far domande. Non si interrompono i grandi quando parlano, è maleducazione. Se volevo sapere qualcosa, potevo chiedere dopo. Ma intanto...
... intanto lassù, anche se col nonno sempre vicino, prima di tutto ero più in alto di loro. Di poco, va be', ma era quel tanto che bastava per poter guardare lontano lontano (verso l'uscita del deposito, diciamo) e perché la tièlla del magnete diventasse il volante per guidar via la ottettrentacinque verso... che ne so, a me mi piaceva l'Africa, che non avevo la minima idea di dove fosse ma sapevo che era il paese dove c'erano uomini e animali incredibili e posti dai nomi stranissimi
["Ki-li-man-gia-rooooh? E che eeeè?"]
e che era dove abitava lo zio che dopo la guerra se n'era andato più lontano di tutti. Così sul magnete mi facevo capotreno
[ Nooo, 'si dice ma-cchi-ni-sta! ]
e partivo per l'Africa, e tornavo solo quando i discorsi dei grandi finivano e un paio di manone marroni venivano a tirarmi giù dal mio posto di guida. "Ue', te si' fatta 'e mmane comm'a mme", diceva allora puntualmente qualcuno. Le guardavo ed era vero, erano marroni. E io: "è l'Africa! Là tutti so' scuri!". "Ma 'o vvir' che pure nuje simme tutti scuri?", incalzava allora un altro. "Eh, e siete africani, allora!". Mamma mia, quanto forte ridevano. Tanto forte che a volte mettevano paura. Poi mi facevano lavare le mani con una roba gialla e pastosa che sapevano loro e che puzzava di copertone, intanto il nonno li salutava e a me toccava un altro giro di pizzicotti. Fino alla prossima volta, che non vedevo l'ora che arrivasse per fare un altro giro in Africa sulla ottettrentacinque. Che una volta, mi avevano detto, andava.
- E dove andava?
- Eh, dove ci stava bisogno di portare robba e ggente.
- Ah. E mo'...?
- E mo' la fai andare tu, 'o bbi'.
Ma che mondo era, quello?
Ci sono cresciuta dentro dandolo per scontato finché il cardine su cui ruotava non ha perduto il suo asse. Da quel momento in poi quel mondo si è sfaldato fino a scomparire, per me, e il tentativo di seguirne le tracce da grande è stato una fatica immensa, e molte... mai neanche ritrovate. Le facce e i nomi del deposito, per esempio. Mi restano queste sagome scure, il loro odore e... pezzi. Di loro posso mettere a fuoco solo le mani, il ruvido dei palmi, il dolore dei pizzicotti sulle schiòcche, il suono di alcune voci. Il resto è andato, e molto è andato prima che riuscissi ad afferrarlo. 'Sto mondo inghiotte ogni cosa che stia nel passato più in là della linea dei dieci anni. Dove sono finite tutte quelle persone, quelle cose, quelle voci? E se a uno un giorno gli gira di domandarsi da dove viene?
'rangève, dicono quassù.
Nonno di Ferrara, sbrigati allora a spiegargli quello che sai - qualsiasi cosa tu sappia. Ché nessuno dei tuoi si ritrovi mai a dover dire "eh, troppo presto, troppo presto". Gli dovesse mai venir voglia, pure a lui, resterebbe ciava'.
Per il resto, sì, poi dopo ci arrangiamo noi. E tanto, c'amma fa'?
Ascoltato da keroppa il 26/09/2007 - eus voci, fermata non richiesta, voce del verbo - commenti (5)
I was looking down at you smiling up at me
For once I held you tight, but shadowed hands grabbed at me.
Your head was in the clouds, now those clouds are in your head.
*
Cosa c'è? Che vuoi? Spunti dal nulla ogni volta, nel bel mezzo dei sogni, e sei esattamente il contrario di quello che di te ho potuto vedere e conoscere quando ti ho incontrato. Una volta, mi ricordo, ti ho stretto la mano e ho sentito il tuo odore. Sapevi di tabacco e di legno di pipa, come papà quando ero bambina. Pensavo che non sarei riuscita ad afferrarlo, quell'odore, e rimasi allora nascosta tra chi ti stava intorno senza cercare di parlarti, avendo cura di restare sempre appena oltre il confine del tuo campo visivo. Ascoltavo e mi cacciavo dentro quel profumo di pipa vecchia e mi dicevo: lo perderò.
La volta successiva in cui ti sono passata accanto, anni dopo, l'ho ritrovato intatto, sepolto da qualche parte nella memoria - che in quel preciso momento scoprii essere quella che mi funziona meglio - del naso. E proprio da allora in avanti ho cominciato a prestarle più attenzione e affetto. Ma sempre lontano sei rimasto per me, e io al di là dell'orlo della tua coda dell'occhio.
Ma quando vieni a visitarmi in sogno è tutto il contrario di quel che è stato fino ad oggi. Nel suo lavorìo notturno l'anima, artigiana, ti usa come contenitore per altre cose, altre parole, altri significati. E così spesso vieni fuori così, col tuo sguardo azzurro, le braccia forti e le mani grandi, la pipa e un sorriso in procinto di aprirsi, e là dove in passato sono riuscita a restare in ombra qui non posso nascondermi, nemmeno se ci provo. Nel sogno tu mi vedi. E non solo: mi ri-conosci, talvolta mi segui senza dire una parola per distanze che non so calcolare. Allora tento di liberarmi di te accelerando il passo, prendendo di scatto strade che spero tu non conosca ma, siccome di solito nei miei sogni si va a piedi, mi prende a un certo punto un senso di stanchezza e di inevitabilità che non so dire. E puntualmente mi arrendo: mi fermo e tu mi raggiungi con due passi, mi siedo su un muretto e arrivi con la faccia che dice "ma dove credevi di andare?". Non mi sei quasi mai gradito, al principio. Devo arrendermi anzi alla tua presenza, accettare di essere nei tuoi occhi. Solo dopo, poi, parli. Parli, e la maggior parte delle volte le cose che dici sono domande. Qualcuno ti ha detto di essere preoccupato per me e tu vieni a vedere se sto bene o, se si tratta di qualcosa che è già stato, a domandare cosa è successo. Di norma, quando arriva il momento delle domande stiamo camminando. Anzi, a dire il vero mi pare di ricordare quasi soltanto interminabili camminate, nei sogni in cui ti fai vedere. Parliamo senza mai smettere di camminare, insisti per accompagnarmi nel posto in cui sto andando, o mi chiedi di seguirti. Percorriamo strade, passiamo portoni, saliamo scale, guardiamo fontane, incontriamo persone, parliamo con loro e poi proseguiamo, e in nessun sogno siamo mai arrivati da qualche parte.
Poi ci sono le volte, più rare, in cui quando arrivi già sai cosa sta succedendo, e ti evito proprio per questo. Ti detesto in quei momenti, non domandi né vieni per camminare, bensì per farmi fermare: in una stanza, su una panchina, su un muretto lungo una strada. Una volta hai guardato a terra per un tempo che mi sembrava non finire mai, poi a un tratto hai cominciato a parlare, a raccontare delle storie che già conoscevo senza mai smettere di fissare la strada, l'erba, il suolo, il pavimento, la massicciata, quello che era. A volte qualcosa si rompeva, poi. Mi aggrappavo da qualche parte, sentivo un enorme buco aprirsi nell'intestino e tu non smettevi di guardare altrove, mentre io morivo per il terrore di sprofondare. Poi non so come finiva che a un certo punto iniziavo a sentirmi al sicuro - la tua voce è la sola cosa che di te conosco veramente - e ti dicevo qualcosa, oppure provavo a dirla ma tu mi fermavi prima, non so, comunque talvolta era un cenno con la testa come per dire "è inutile che hai paura, non serve". Allora il sonno mi prendeva per davvero, e nel sogno mi addormentavo.
L'ultima volta, l'altro giorno. Era una di quelle, solite, in cui vieni per domandare. Volevi sapere qualcosa di cui non volevo raccontare. Poi hai sorriso, e hai preso a scherzare. Un paio di cuppìni, qualche gioco di parole, silenzio. Poi hai tirato fuori la mappa e ci hai viaggiato sopra con la punta del dito, a lungo, seguendo alcune linee. C'erano dei punti segnati col pennarello giallo. Il fatto che ce l'avessi tu era perfettamente logico, di domandare come fosse arrivata nelle tue mani non mi è passato nemmeno per la testa. Continuando a camminare, chiedevi.
- Anche qui?
- Sissì.
- E qui?
- Siiì.
- E qua che c'è?
- Le rotelle dei cavi per tirare su la barra del passaggio a livello, per esempio.
- Ah, ancora! E qua?
- Mele. Un sacco di mele.
- E qua?
- Il deposito senza tetto.
- Qua?
- Ancora non ci siamo arrivati, ci andiamo la settimana prossima.
- Vengo con voi.
- No.
- Perché no?
- Ci vado con papà. Tu non puoi venire.
- Perché?
- Perché non esisti.
- Ma che dici?
- Lo sai, che dico.
- Non esagerare.
- Non lo so se esagero. Però tu non fare finta di non capire.
- Va bene, va bene. Verrò quando non c'è tuo papà.
- Eh, vabbe', poi vediamo.
- Ti te provi sempre mandarme via.
- Tu me staje semp' 'ncuòllo 'ncuòllo.
- E' la ferrovia.
- No, è che si' nu scassambrèll', ormai te conósso massa ben.
Hai riso forte. Hai tirato fuori dalla tasca un quadernetto con la copertina marrone e hai scritto qualcosa. E si camminava, sempre si camminava come altre volte, e non mi perdevi d'occhio e non rispondevi alle mie domande. Fumavi la pipa e di tanto in tanto ti fermavi a guardare dritto davanti a te. Cosa vedi?, avrei voluto chiederti, ma non l'ho fatto. Non avresti risposto nemmeno a questo, anche se quando parli fai quel gesto di chi è abituato a spiegare, con la mano che da sé va verso l'altro, aprendosi continuamente. To', sembra che dica, prendi. Come fa quell'altra voce che non ti somiglia in niente, se non forse in questo gesto. E m'è tornato in mente: anche a lui, ricordo, una volta volevo chiedere "cosa vedi?", mentre parlava guardando dritto davanti a sé. Ma poi non l'ho fatto. Stavi domandandomi di lui, quando mi sono svegliata. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere cosa ti avrei raccontato. Chissà.
Quanto è lunga e fin dove arrivano questa corda, questi binari.
Ascoltato da keroppa il 26/09/2007 - eus voci, in somnus, fermata non richiesta - commenti
Prima veni lu cantu
e dopo lu lamentu.
*
Dunque.
Io mi vergogno. Anzi: me metto scuòrno. Questo è il fatto.
Mi guardo intorno e me metto scuòrno (perché qui la vergogna è così, dura, violenta come una mazzata, e la si mette) del posto da cui vengo, della lingua che parlo. Non è vero che non è colpa di nessuno. Se non è colpa di nessuno vuol dire che siamo stati tutti, è inutile che ci prendiamo in giro. E qui, in queste terre di mezzo del pozzo-paese in cui nessuno di su - ma neanche chill'affianco - sa di quello che succede giù e viceversa, non c'è più nemmeno lo sguardo delle bestie e degli alieni a dirci: ma voi... seo sicuri? Sio sicuri? Are you sure?
Le bestie muoiono e gli alieni sbarcano altrove... ovunque, ma non qui. Se qualcuno oggi ci guarda, lo fa da lontano, nessuno più viene a vedere come sono fatte queste strade e queste case e la luce di queste latitudini. Nessuno viene a sentire l'aria, nessuno ad ascoltare 'a voce r'e cristiane 'e ccà. Nessuno più entra in questa casa, in questa terra, chiede permesso, si accomoda e si guarda intorno: non ci sono più ospiti a metterci in difficoltà, a farci sentire osservati. Quei pochi che ci sono, sono muti, ciechi e sordi almeno quanto noi.
I giornali e la tv non ci mettono più soggezione ormai, si può sempre far finta non guardarli, di non leggerli, di non sapere. Ma gli occhi degli altri... quando c'è un altro che ti parla, un altro che ti chiede di spiegargli ma cossa xe sta roba... come gli si può sfuggire? Ti costringe a cercare le parole, foss'anche per restituire un cenno ostile, per trovare una giustificazione che non esiste. E intanto magari a tenerti il morso dello scuorno nascosto dint' 'e stentìni, ché tanto lo sai quello che sta succedendo, e ne sai anche il perché.
Ma oggi qui non c'è più niente - uomini, bestie o alieni - per cui dover trovare le parole. Uomini e uomini hanno smesso di parlarsi, figuriamoci se possono provarci con altri esseri viventi. Così restiamo senza idioma, idioti che non sanno più parlare, né fra loro né con gli altri da loro. E con questa idiozia talvolta ce ne andiamo via da qui, dove le cose sprofondano così velocemente da non riuscire più a capire se questo è ancora il posto in cui siamo nati e cresciuti, per entrare in altre geografie, sempre più spaesati, con lo scuorno dint'a panza e la speranza che il finale non sia lo stesso per tutti. E zitti andiamo, zitti camminiamo, e questo scuorno che non se ne va mai diventa la forza segreta di questi piedi e questi occhi che trovano strade che sono strati ed entrano altrove, chiedono permesso, si accomodano e si guardano intorno. Ma ovèro site sicuri?, si sorprendono a dire prima o poi in un mondo così diverso da quello da cui sono partiti. Ah! Ma allora...
... e poi tornano. Torniamo. Anzi, poi torno. Torno e mi guardo intorno, e mi viene da chiedere: ma perché? Pecché? Uagliù, ma simm' sicuri?
E' una specie di scossa, breve, dolorosa come l'ago di una puntura fatta da una mano pesante.
Facciamo corto circuito nel nostro stesso paesaggio? Ommadonna. Siamo diventati noi gli alieni. L'ultimo sguardo altro che ci resta è davvero il nostro, quello di chi se n'è andato in un altro blu ad imparare la propria direzione da gente che non gli somiglia, gente per la quale ha dovuto faticare, qualche volta anche soffrire per rompere il silenzio dello scuorno e cercare le parole per spiegarsi, per spiegare cosa succede in quell'altro punto del pozzo? Sembra quasi assurdo. Che sorpresa, del resto, quel giorno in cui abbiamo scoperto che a Capua e a Trieste il letto ha lo stesso nome, ah! Altro corto circuito: la corda del pozzo per far venir su il paese la si stava tirando tutti insieme, alieni e altri che si erano ritrovati ad andare a dormire nella stessa parola, e da lì a viaggiare insieme dentro molte altre finché il silenzio dello scuorno non ha cominciato a... parlare.
Prima il canto, e poi il lamento? No, talvolta può succedere anche l'esatto contra |