Ces voix qui m'assiègent: en marge de ma peau.

   Vuoi morire e vivere insieme, e pure vuoi tutto ma che sia un niente. Sei sveglia, adesso, perfettamente sveglia, ma le immagini del giorno e quelle della notte hanno esattamente la stessa sostanza. Sogni case. Case piccole, a giochi già chiusi, luoghi densi di fremiti e di forme, odori pungenti, umani intensi. Ieri era questa casa rossa, una cantoniera dell'ANAS o una vecchia stazione molisana, rosso pompeiano, che ti veniva da strusciare la pelle su ogni spigolo, con una specie di istinto da gatto senza pelo. E poi c'era qualcuno - sempre quello - che parlava, parlava, parlava. Era venuto a prenderti da non si sa dove, era notte e pioveva, lui guidava e raccontava, di un qualche teatro, qualcosa che era successa, e ti faceva ridere di cuore mentre dentro pensavi che allora lui è così, proprio così come te l'eri immaginato, forse anche meglio perché per la verità non ti eri immaginata mai niente oltre la sua voce e il suo odore. E ti era venuto da pensare a quell'altro, che invece t'aveva messo tutta quella tristezza perché era stato tutto dentro, e quindi completamente fuori, la tua testa. E così, in macchina, adesso c'era lui che ti parlava come un fiume in piena, che quasi non potevi dire una parola e ti lasciavi annegare dalla sua voce col godimento totale dei bambini... e poi a un certo punto basta, eravate in casa, nella tua casa rossa come il didentro delle labbra, e lui continuava a dire che c'era questo o quello che dovevi leggerlo as-so-lu-ta-men-te, fino a che non aveva preso quel libro rosso come la tua casa, lo aveva aperto sulla scrivania e chiesto a che pagina fosse il passo sulla non-probabilità della serie decimale. Allora vi eravate seduti a leggere insieme, finché non avevi sentito il calore di una mano su una spalla. Le parole si sono interrotte allora per un lungo momento elettrico prima di riprendere il loro corso, la loro corsa dall'imperfetto al presente più prossimo, per poi, alla fine, cadere su un nome. E' un nome di donna, che non si sa chi sia se non che è sua. Ma intanto le parole hanno ripreso a correre, mentre fuori la pioggia martella i vetri e mentre lui ancora ti parla delle cose belle che dovresti leggere senza mai toglierti il palmo caldo dalla spalla, finché a un certo punto si alza e si allontana dicendo solo vado, sparendo d'improvviso senza nemmeno passare dalla porta. Il punto in cui stava appoggiato il suo palmo si apre allora come una finestra sulla pelle, e senza più la protezione della sua mano non può difendersi dall'arrivo di una freccia di freddo che ti colpisce in pieno, sicché dalla spalla scende verso il resto del dentro lento, vischioso come una colata di olio gelido che ti si rapprende nei muscoli fino ai piedi. Un attimo dopo senti di nuovo bussare alla porta rossa della tua casa rossa, con una fatica immensa vai ad aprire e lui è di nuovo lì, zuppo di pioggia. Entra e si siede, esausto, su un angolo del letto bianco, ma adesso che è all'asciutto non smette di grondare, perché no, non è solo la pioggia quella che ha addosso, e scoprendo le spalle dalla camicia fradicia si vede che in realtà è la sua stessa pelle che... no, non suda, ma piange, versando lacrime abbondanti neanche fosse interamente ricoperta di occhi disperati. Con i gomiti appoggiati sulle ginocchia adesso lui non parla più, ha il capo chino e guarda a terra con la faccia di uno che ha fatto una fatica immensa e non ha più niente da dire, con le lacrime che ancora scendono dagli occhi invisibili sparsi sulla sua pelle rigandogli la testa, le braccia, le mani, la schiena, le ginocchia. Adesso sei tu a posargli una mano sulla spalla, a proteggere quell'apertura nuda e indifesa come lui aveva fatto con te poco prima, sebbene quel freddo oleoso non ti abbia ancora lasciato.

- Non preoccuparti, tra poco smette.

E' solo un filo di voce che adesso ti parla, senza alzare la testa.

- Ma cosa... è successo?

ti scappa da dire, e pure d'improvviso ti è chiaro che non avresti dovuto.

- Niente... è quel nome di prima. Adesso non c'è più. Restami dentro ancora un poco, e poi mi ritiro.

- Ma...

- Sì, è vero, c'è il merci che passa tra poco.

- Già. Devo salutarti.

- No. Vengo anch'io.

- Come. Perché?

- Perché non ne posso più di questa pioggia. Questa.

sottolinea indicandosi la schiena. Poi la sua mano si apre, si porta sulla tua che ancora lo protegge, ti preme forte il palmo contro la sua spalla.

- Ancora un poco. Ti prego. Solo un poco. Poi andiamo.

Poi il silenzio si fa lungo, lungo, largo come una vita. Solo dopo un'enormità o due, si fa infine ora.

- Se vuoi venire, dobbiamo andare.

- Sì, lo sento che arriva. Ma devi riprendere i discorsi che hai lasciato. Anche di quello non ne posso più.

- Va bene. Era che avevo freddo.

- Sì, lo so. E' colpa mia, mi spiace.

- Non importa. Andiamo.

- Sì.

- Dimmi solo una cosa, prima.

- Cosa.

- Quando finirà l'assedio?

- Mai. Per te, intendo. Sì, credo mai.

- Mi sembra equo. Ma prometti che ogni tanto ti girerai dall'altra parte. Ci sono dei momenti in cui anch'io non ne posso più. Di te.

- Perché?

- Perché come compagno di viaggio sei silenzioso, lo dicono tutti ed è vero. Ma sei ingombrante.

- E' vero. Ma è equo anche questo. Va bene.

- Andiamo, allora.

- Andiamo.

Un momento dopo siete in cammino, in silenzio, curvi sotto una pioggia battente calda e salata come sudore. Le luci dei lampioni che illuminano la casa rossa si sono allontanate di colpo, adesso che siete in cima alla collina dove la ferrovia fa una curva si vedono bene, anche se piccole e intermittenti.
Poi, dal basso, alla vostra sinistra, nel buio inizia a salire un familiare chiasso di ferro su ferro. E' una manciata di attimi. Passa il locomotore, iniziano i carri da legname, vuoti. Lui ne lascia passare qualcuno poi ti strattona una manica della maglietta quando decide che è il momento di iniziare a correre. Si aggrappa ad uno dei pali scuri mentre la pioggia smette d'improvviso, ti tende un braccio e con un unico, liquido movimento di muscoli salta su tirandosi appresso anche te, senza fare rumore. A cavalcioni di un palo a testa, con le gambe penzoloni fuori dal carro aperto, siete ormai andati, con l'aria caldissima che in un momento vi asciuga, ai margini del paesaggio nero. Nessuno dei due ha più freddo, il cielo ha smesso di sudare, la pelle ha smesso di piangere.


*

   Durò meno di un paio di minuti. Poi Byron giacque in mezzo al sottobosco calpestato e stroncato, sanguinando lentamente in faccia, udendo gli schianti dei cespugli continuare, cessare, svanire nel silenzio. Poi è solo. Non avverte più alcun dolore particolare, ma quel che è meglio, non avverte più fretta, urgenza, di fare qualcosa o di andare da qualche parte. Semplicemente se ne sta lì disteso in silenzio, a sanguinare, sapendo che fra un po' verrà il momento di rientrare nel mondo e nel tempo. (...) E' lì disteso quando sente il fischio del treno a un incrocio distante mezzo miglio.
   Questo lo scuote; questo è il mondo e anche il tempo. Si tira su a sedere, lentamente, esitando. 'Comunque, non ho niente di rotto' pensa. 'Voglio dire, non ha rotto niente di mio'. Sta facendosi tardi: è di nuovo il tempo, adesso, e in esso la distanza, il muoversi. 'Sì, devo muovermi. Devo andare avanti così riesco a trovare qualcos'altro in cui immischiarmi'. Il treno si avvicina. Già il ritmo della locomotiva, con la salita che comincia a farsi sentire, è diventato più breve e più forte; ben presto vede il fumo. (...) Si avvicina al limitare del sottobosco, dove può vedere i binari. Adesso la locomotiva è in vista, quasi gli viene addosso sotto i ritmici, forti scoppi di fumo nero. Fa un terribile effetto di non moto. Eppure si muove, strisciando terribile verso il culmine della salita. In piedi ora al margine dei cespugli, la guarda avvicinarsi e passargli davanti, faticando lenta, con l'estasiato, infantile rapimento (e forse struggimento) della sua educazione campagnola. La locomotiva passa oltre; i suoi occhi vanno avanti, a guardare i carri che, uno dopo l'altro, avanzano lenti e superano il culmine, quando per la seconda volta in quel pomeriggio vede un uomo materializzarsi come dal nulla, nell'atto di correre
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Ascoltato da keroppa il 16/06/2009 - in somnus, pronomi, fermata non richiesta - commenti





Mentre fuori le ginestre



(e dentro un gran casino)

Ascoltato da keroppa il 14/06/2009 - sguardi, stagioni diverse, 80100 la sirena - commenti





Paesi che passano

    I paesi che passano: sono i lembi di campagna, le istantanee di boschi, di acque, di monti, di mura e di tetti, di comignoli e di campanili, i frammenti di mondo che ci lasciamo dietro ogni qual volta un'automobile, un treno, non importa che, ci porta via per l'orbe terracqueo insieme alla nostra smania irrequieta di mutar sito. La velocità ce ne dà, ce ne toglie, ce ridà inesauribile. E' come se ci si sfogliasse dinanzi rapidamente un vasto albo di paesaggi colorati. L'uno è una chiesetta abbandonata, chiusa, sommersa quasi nelle foglie di un formidabile tiglio che le è al fianco, e par più umile, si direbbe, all'ombra di quella gran protezione; l'altro, un villaggio chiaro che guarda verso il mare con aperte tutte le imposte verdi delle sue finestre, mentre sopra di lui fa il broncio un rudere che nemmen l'edera più vuole, e forse è di mal umore perché si sente pizzicare in basso dalle ortiche; l'altro, una brughera rossigna, deserta, rotta da pozze livide, dove ci si deve sentire soli angosciosamente, come in esilio, a passarci sull'imbrunire... E via... Ad ogni impeto di stantuffo è una fisionomia nuova, un aspetto diverso. Paesi di un istante, paesi appena intravveduti e perduti, ora immobili e silenziosi sotto l'azzurro come nell'abbandono di un pomeriggio domenicale al tempo che la gente è ai vespri, ora tormentati sotto nuvole di tempesta che li popolano dei loro spettri pallidi o violastri, ora sbocciati nell'alba come fiori, ora spossati di sonno, presi dall'afa, dalla canicola, ora trasfigurati nella nebbia, bianchi addormentati in braccio all'inverno, - paesi fugaci, paesi che un battere di palpebre rinchiude e lascia, quanti ne abbiamo veduti passare nelle nostre peregrinazioni e nelle nostre corse! Alcuni rimangono pur nitidi nel ricordo come rimane nitida la visione colta in un lampo; altri, ci pare, li abbiamo veduti come in sogno in tempi immemorabili, altri si sono spenti affatto da ogni memoria, altri ci hanno lasciato nel cuore una infinita nostalgia.
    Signor lettore, ella troverà che al momento attuale ci sono ben altre questioni cui pensare e altre faccende cui attendere, che divagare dietro qualche aiuola di insalata che scappa rigata rigata di fili di telegrafo, o qualche casa cantoniera - sia pure tutta gocciolante di grappoli lilla di serenelle - che dilegua entro una tormenta di fumo. - Bravo! io sono precisamente dello stesso parere. Ma per le cose gravi, istruttive, solenni, pei grandi ed ardui problemi del momento ci sono le persone
ad hoc che hanno ricevuto dalla divina provvidenza l'incarico di illuminare il mondo. - Ce n'è una, almeno, da ogni barbiere, e almeno dieci in ogni caffè all'ora del vermouth. Poiché il signor lettore e poiché io stesso siamo sicuri che avremo sempre, quando vorremo, a nostra disposizione chi ci schiuderà le arche della sapienza, possiamo pure battere un po' insieme la campagna. E poi, pigliar aria è sempre di attualità. Senza contare che con poca o punto fatica, solo guardando e immaginando, c'è pur modo di fare bellissime riflessioni.
    Questi paesi che passano, - spruzzi di calce nel verde, - sono molecole spicciole di umanità che ci fan cenno. Noi, molecole spicciole, alla nostra volta, siamo loro legati nel gran lutto più che non pensiamo. Indoviniamo quei cenni.
     Lo dicevo a me stesso, uno di questi giorni, mentre un treno mi trascinava traverso un liscio, vasto, dolce lembo d'Italia, primaverilmente fresco, frattanto che mano a mano, sotto i ponti rimbombanti, in tortuosi e rapidi luccichii, si succedevano l'Arda, il Taro, la Secchia, il Panaro, il Reno...
    Il muricciuolo sgretolato, - striscia di ciottoli fra due prati irta di ciuffi d'erba, - mi evocava una lite di confine e le ire di un Capuleto e di un Montecchio di campagna guerreggianti a colpi di carta bollata; il vecchio fico ramoso al disopra dell'orto della Pieve mi rammentava, - una vigilia di sagra, - un passo tardo di prete in meditazione sul suo panegirico pel domani; fuori del borgo, la pergola della trattoria sul limitare del ponte mi rappresentava la siesta, confortata di pipa, di bicchiere e di chiacchiere, del capitano in pensione e del ricevitore del registro a riposo; la panca sotto il platano a capo della stradetta che fra due siepi diverge al camposanto mi diceva la refezione del merciaiolo ambulante seduto a prendere lena, e la fantasia mi popolava i parapetti dei giardini di testoline di fanciulle, e mi faceva sentire la nostalgia del giovinetto contabile, prigioniero del suo sgabuzzino, che improvvisamente ridestava a sogni di libertà, di viaggi, di luoghi nuovi ed ignoti, lo strepito del convoglio ripercosso un attimo dalle lunghe mura dell'opificio rasente la linea.
    E ad una visione seguiva un'altra visione.
    C'è un'arte di «vedere il paesaggio». I luoghi hanno una loro propria fisionomia, e la fisionomia ha un significato, rappresenta quasi un carattere, uno stato d'animo. I salici lungo i fossi soffrono d'ipocondria, certe casupole chiuse sull'orlo dei boschi cospirano e pare meditino un agguato, la terrazza della villa è beata che tutti l'ammirino ad allargare le braccia sul parco, i pioppi del viale si seccano di stare eternamente uno in fila all'altro come collegiali in processione e vorrebbero sbandarsi; lo stagno immoto guarda rassegnato il volo delle nuvole libere, che appena lo toccano di un riflesso dileguano, le cancellate hanno l'aria di schiere di sentinelle colle aste, il villaggio in cima al poggio ha una piccola anima civettuola e festosa, e si lascia volentieri corteggiare dai gelsomini rampicanti e dai vigneti, che salgono ad abbracciarlo; e ci sono i paesaggi appassionati, scenarii di tragedia; i paesaggi raccolti, fatti pel romitaggio di qualche studioso meditabondo; i paesaggi innocenti, le grandi praterie aperte, senza misteri, che si lasciano leggere fino in fondo all'orizzonte; i paesaggi irritanti, malevoli, aggressivi, che non hanno amici, i paesaggi da luna di miele, i paesaggi da rapimento romantico...
    E ciascuno suggerisce un nome. Qual è il loro vero? Non importa. La fantasia gliene adatta uno, ed è quello che conviene. Ecco «l'oratorio di Santa Maria dell'Acqua». Ai suoi piedi si allarga in laguna il gomito del fiume, e l'acqua, gli anni cattivi, deve essere salita ad inondarlo e fu miracolo se non lo travolse. Come si chiama quel paese? Non lo so, ma io lo battezzerei «Biancolano». E' come un immenso bucato steso sull'erba. E quest'altro? Mettiamo che si chiami «Monastirolo della Torre». E' facile comprendere il perché. E questo ancora? Regaliamogli il nome di «Borgocivitella». E' un borgo che si industria, che fa tutto quello che può per parere una piccola città. Ci ha i casotti del dazio, un edificio che deve essere un collegio, un viale, quattro campanili, due carabinieri fermi al passaggio a livello in attesa che s'aprano i cancelli passato il treno. In questo momento la figlia del notaio (è impossibile che non ci sia un notaio a «Borgocivitella» e che il notaio non abbia una figlia) sta studiando (me lo immagino) la sua lezione di pianoforte con grande diletto dei vicini, e nel Caffè della Piazza (è l'immancabile caffè dell'immancabile piazza) il bellimbusto del luogo fa il galante colla graziosa padroncina seduta al banco, e a un tavolino due pacati borghigiani - due luminari di «Borgocivitella» - levano tratto tratto il naso dalla chicchera del caffè e dai giornali del mattino a scambiarsi le loro vedute sulla politica. Il portalettere ha recato questa mattina, alla moglie dello speziale, una lettera del figliuolo che si trova al fronte e durante tutta la giornata se ne parlerà...
    Ed il treno corre verso altri paesi, a rasentare altre vite, vite occulte, ignote che tuttavia continuo a dilettarmi a figurare. Afferro anche, nell'aria smossa, a lembi, il sentore particolare proprio di ciascun luogo. Uno mi avventa alle nari un acuto odore di vernice di ferro, e passa; un altro sa di legnami piallati di fresco, un altro sente di terra lavorata e paglia antica, l'altro di sterpi bruciati, l'altro pute di pellami messi a macerare nella conceria, l'altro mi manda incontro aromi sottili di caffè tostato, l'altro è imbalsamato di catrame.
    E paesi passano, passano... Un gruppo di lavandaie, raccolte intorno ad un'acqua, levano la testa dai battitoi a guardare; il ciclista, sulla strada maestra parallela, ha il capriccio di tentare una gara colla locomotiva... e scompare; un monello da una siepe si diverte a far tanto di naso e a gridare parole incomprensibili ai passeggeri affacciati agli sportelli; un signore - qualche gentiluomo campagnolo - segue attento l'argine di un prato.
    Occorrono altri nomi. La fattoria laggiù, potrebbe chiamarsi «la Bicocchetta». Sembra nata dall'incrocio di una bicocca con un mulino. Ha un curioso aspetto tra il bellicoso e l'agricolo che colpisce. Questo gruppo di fabbriche armate di alti fumaiuoli in eruzione, accecate dal fumo che l'aria spinge in basso, annubilate e annegate in volute di carbone sprigionato in gas avrebbe tutti i diritti di andar conosciuto sotto l'appellativo di «Nubilecchio«». Questo tenimento che tagliamo per mezzo, se non ha nome «Stornelloro» ha torto. Lungo i solchi folti che si perdono all'occhio, dev'essere un trillo solo di stornelli, di canzoni i giorni di mietitura.
    Del resto, avete notato che ogni paesaggio richiama alla mente una musica? Così, come ogni musica s'inquadra in un paesaggio. Balaustrate avviticchiate di rose, siepi di bosso avvivate di linee di statue bianche, gradinate sospese si acque silenziose, tramonto di settembre intorno: musica di Rameau. Filari di cipressi, neri sotto la luna: musica di Chopin. Sfondi luminosi di colline apparite al di là di fughe d'archi di chiostro: musica di Bach. Impeti di cascate tra rovine di rupi, e arcobaleni accesi nelle spume, e frondeggiare tempestoso di rami sui cigli, e teneri velluti d'erbe in fondo agli abissi: musica di Beethoven. Qui, la pace della pianura pingue soprattutto vi anima, al pensiero, di canti villerecci: «Stornelloro» è proprio il nome che conviene al luogo.
    E questo canale, striscia pallida e rettilinea, ove nemmeno l'azzurro riesce a specchiarsi in riflessi nitidi, ricacciato dall'ombra degli argini, per me è il canale «Fil-di-Noia». Ho sempre pensato con un certo senso di compassione e di tristezza all'acqua dei canali. E' lo stesso senso che mi fanno gli uccelli tenuti in gabbia. Si sente che deve annoiarsi, che deve essere malata di malinconia, la povera acqua, e la sua malinconia la sua noia si effondono anche in chi la guarda. L'hanno tolta alla bella libertà del fiume, dove era così garrula, dove aveva così lieti gorgogli, dove rimbalzava così viva in spume bianche tra i ciottoli e l'hanno costretta - ella, la sempre ribelle - a diventare obbediente agli uomini, epperò si è immusonita e fatta taciturna. Ora va, va, sempre eguale, serrata entro due piatte sponde parallele, rigida e geometrica come la formula in virtù della quale l'ingegnere idraulico l'ha catturata, rassegnata a perpetuo tedio.
    Ma il «Fil-di-Noia» col suo tedio è già lontano.
    Rossa di mattone, entro una nevicata odorosa di fiori di pero, l'osteria della «Piccola Nuova York» mi si affaccia e mi è portata via. E' un baleno, ma riesco tuttavia a leggere le lettere dell'insegna. Non lontano è un fiume. Ci si deve pescare una buona frittura di pesce. Sicuro, il proprietario deve essere stato in America, dieci o dodici anni a Nuova York. ed ora ha un bel gruzzolo da parte e dinanzi una bella pancia.
    Una villa chiusa, come dimenticata nello squallore di un giardino abbandonato da anni, una residenza che non ha più nessuno e nessuno più vuole, entro un muro di cinta che la isola anche in una maggiore solitudine, e sul muro di cinta, a grandi pennellate, l'annuncio: «Villa da vendere»: è un'altra visione che passa e dilegua. La villa è morta, una famiglia, già tanto opulenta, è forse oggi esule, raminga pel mondo, forse rovinata, forse spenta! I bimbi che giocavano al cerchio tra i suoi viali, che tendevano dal cancello le manine ai passanti, fatti uomini, forse l'hanno perduta una notte in una bisca. I nonni vi accoglievano cari ospiti un tempo!
    Altri paesi ed altri paesi. E quelli che solo si indovinano? Donde viene quel filo di fumo verdognolo che si attorce in fondo al cielo? Che cosa c'è dietro il brusco svolto del viottolo? A che s'accompagna, in basso, il culmine aguzzo del campanile che s'alza, unica vetta bianca, sulla marea del bosco che cancella il resto?
    E le vite, le vite che per qui sono trascorse, da tempi immemorabili! Falangi di antica umanità tormentata popolano i luoghi. Genti cacciate da orde barbariche, lasciano le capanne di mota e di paglia, e fuggono; cavalcate di legati pontifici, di messi imperiali, di podestà armati, di vescovi ferrei, calpestano l'erbe e recano odii e stragi. Bagliori d'incendi, la notte, guizzano sulla pianura. Le epoche seguono alle epoche, generazioni surgono e si spengono, clamori d'uomini succedono ad altri clamori, la vita irrequieta mai non ristà... Il treno segue... E genti e paesi passano... Sono passati
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[Ernesto Ragazzoni, articolo apparso su La Stampa il 25 aprile 1916]

Ascoltato da keroppa il 06/06/2009 - eus voci, wor l ds, fermata non richiesta - commenti





Voce del verbo: ancheraggi

I see no life behind your weary eyes,
I see the looks you struggle to disguise.
I've seen all vital signs begin to slip...
... oh, it's much too late for you to aim, you only miss.

[Paradise Lost, Host, 1999]

*

C’era scritto cancello, ma io avevo letto cervello. “Sulla strada compare un cervello, enorme, di ferro, senza muri ai lati, che pare piovuto lì direttamente dal cielo”. Ciao, faccia polacca - ti ho detto stavolta - mi sei mancato. E di nuovo nello stomaco quella cosa feroce che ti porti dietro quando mi inchiodi ai miei sogni.

- Dai, forza, raccontami cosa hai visto.
- In che senso?
- Sì, cioè... dimmi un momento in cui hai sentito qualcosa che si spezzava. Che hai sentito che lì era basta, finito.
- ...
- ...
- ...
- ...
- ...
- Céa...
- Scusami. Adesso mi vengono le gambe corte, come quella volta.
- Sì, ma stai tranquilla. Se vuoi andare via stavolta ti metto giù.
- No, è che... ok, vabbuo'. Sai cos'è, che ho visto? Le pieghe delle parole, ho visto. Gli strati, cioè, quelli che si dicono e quelli che non si dicono...
- Cioè?
- Cioè sono anni che lo leggo ovunque, che gli esseri umani parlano due volte, quando usano le parole, che non è mai questione solo di quello che ti sto dicendo, ma anche del fatto che quello che sto dicendo parla del modo in cui io e te stiamo insieme, nel mondo.
- Be', lo diceva anche il vecio, sai.
- Appunto: c'è quello che ti dico, in quello che dico, e poi c'è qualcosa che tiene in piedi tutto, anche se non si vede. Le congiunzioni, ci sono, quello strato che fa di me e di te due parole a nostra volta, due segni con in mezzo qualcosa che li tiene uniti o li separa, e pure in maniera molto precisa...
- Mmm...
- ... eh, perché in mezzo a noi possono starci non solo una e o una o, ma anche una quantità enorme di altre distanze intermedie... ma, se, tuttavia, dunque, quindi, però, allora, che, pure, eppure, anzi, altrimenti, perciò, nemmeno, che ne so... tutte quelle che ti possono venire in mente. Ma anche pronomi.
- Pronomi?
- Eh, sì, i pronomi... come ti posso dire? Il grado più estremo delle congiunzioni? Boh, forse.
- Ommado', adesso non ti seguo.
- Ma sì, pensaci! Se dico noi, è perché siamo andati oltre io e te. Se e è la distanza minima, in noi la distanza diventa zero. Non si tratta più di due persone separate, con noi, ma di un'altra cosa che non è più io e te, che però è fatta sia di io che di te. Pensaci, ripeto... a scuola cosa ti dicono che è, noi?
- Uhm... prima persona plurale?
- Esatto. Noi è una persona.
- Va bene. E quindi?
- E quindi ho visto come si può dire noi senza mai smettere di voler dire io, senza manco un altro a cui applicare una e. Ho sentito l'arte del parlare senza mai dire niente. Ho visto, te lo giuro, ho sentito che si può essere abbracciati e insieme essere spinti via con parole che vogliono dire esattamente il contrario di quello che significano. Ecco, ho visto questo.
- Uhm... hai praticamente avuto a che fare con quello che ti fa soffrire di più.
- Ecco.
- Adesso capisco perché non riuscivo più a trovarti, in questi mesi...
- E ho visto anche un'altra cosa. Che lì, al livello delle congiunzioni e dei pronomi che non si dicono ma ci sono, è quasi impossibile mentire, che sono pochissimi quelli che ci riescono, e soprattutto che pure quelli che credono di essere dei bravissimi parlatori non si rendono mai del tutto conto di quanto apertamente parlino su quell'altro piano.
- E questo t'ha fatto male, ah?
- ...
- ...
- ...
- Céa...
- Sì, dai. Sì. Ma più che altro perché da quel momento ho iniziato a vederlo sempre, lo strato delle congiunzioni e dei pronomi. A osservarlo, poi. Allora ho scoperto che questo strato è un posto enorme, larghissimo, anche se la porta è stretta e da fuori non si direbbe.
- E lo sai che quello è il posto in cui ci incontriamo anche noi, vero?
- Sì. Infatti mi sei venuto in mente tante volte. Mi chiedevo se saresti mai tornato, dopo tutto.
- Be', non posso mica andarmene. E comunque...
- ... comunque?
- Niente, comunque io ci sono perché i sogni continuano a tenerti sveglia.
- Già. Una volta non ho dormito per quattro giorni.
- Ustia! E dopo?
- E dopo niente, mi sono rotta. Nel senso che mi si è guastato qualcosa dentro.
- Céa.
- Sì.
- Guardami un momento.
- ...
- Cosa ti è successo?
- Non lo so.
- Ma qualcosa...
- ... sì. Ma qualcosa è successo, e doveva pur succedere. Non si può vivere senza dormire. O almeno, io non ce la facevo. C'erano dei giorni in cui mi sentivo la pelle di vetro. Non ce la facevo più. E quando mi sono resa conto che è proprio sullo strato del non detto che si regge tutto quello che diciamo, e di che strumento potente può essere...
- ... è stato lì che sei andata in pezzi.
- Sì.

*

- E comunque qualcosa è successo davvero. E' la prima volta che non provi ad andartene, o a mandarmi via.
- Sì.
- Quanto tempo è stato? Tre mesi?
- Quasi quattro.
- Dov'eri finita?
- Ti sembrerà assurdo, ma ero su un treno.
- Tre mesi su un treno?
- Quasi quattro.
- Quasi quasi mi viene da farti i complimenti.
- No sta' a cojonarme.
- No te cojono mica, a te. Insomma, com’è che sei andata in pezzi?
- Eh. Non so. Penso che sia stato perché dopo averle intraviste o solo sapute, le pieghe delle parole, stavolta le ho viste. E dopo… era tutto diverso.
- Uhm… è solo la vita, mi sa.
- O come quando a scuola ti spiegano i teoremi di matematica, che un po’ li capisci anche ma soprattutto ti sforzi di immaginarli, ma non è che li vedi. La mia professoressa al liceo lo diceva sempre, che la matematica è difficile da insegnare perché si tratta di far vedere l’immagine che sta dentro alle formule. Che poi, se per caso ti capita di riuscire a vedere cosa significano, quelle robe, improvvisamente la matematica inizia a sembrarti un linguaggio molto meno complicato di prima.
- Come quando impari un’altra lingua, in effetti.
- Esatto.
- E dimmi una cosa.
- Cosa.
- Adesso che non mi mandi via e che riesci a guardarmi in faccia, che congiunzione c’è fra me e te?
- Be’, se continui a fumare la pipa…
- Non è che posso smettere.
- Anche.
- Anche?
- Anche, anche.
- Strati.
- Eh.

*

Il risveglio è stato per un lembo di sole che mi stava bruciando un ginocchio come una lama arroventata. Ciao, faccia polacca, mi sono sentita dire guardando il soffitto. E' la prima volta che sento quella cosa feroce nello stomaco anche ad occhi aperti.

*

Ferma il carro. «Vada avanti in casa», dice; è già sceso e ora la donna sta scendendo lentamente, con quella attenzione come se si ascoltasse dentro
.

Ascoltato da keroppa il 21/05/2009 - in somnus, pronomi, voce del verbo - commenti (3)





Retro/azioni

It’s in my heart, it’s in your soul
You choose to judge,
is that your role?
Don’t analyze or complicate,
you’ll criticize, you can’t relate...

… and now you want some understanding,
what’s my point of view?

Then I’ll just fade away.
(when I hear all your lies I choke)
Then I’ll just fade away.
(suffering from the times you spoke I fade)

Regarding more? Just seems much less.
So cynical, you must confess.
I’m dying here, completely blind.
Your will to live just dampens mine…
 
… and now you want some understanding, what’s my point of view?

Then I’ll just fade away
.


[Paradise Lost, Fader, 2001]

Ascoltato da keroppa il 20/05/2009 - eus voci, wor l ds, infralogie - commenti





Segnali


- AAAAAAA, E' ARRIVATA LA PRIMAVEEEEEEEEEEEEEEEEERAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!

disse, passando di lì, il fratello del ragazzo del negozio di autoricambi che stava montandomi il portabici sul tettuccio della macchina.

Ascoltato da keroppa il 07/05/2009 - eus voci, stagioni diverse, microniente - commenti





Del primo assioma della comunicazione umana


Non è possibile non comunicare
.


[P. Watzlawick, 1967]

*

E poi arriva il momento di arrendersi, e di vibrare. Di mettersi in risonanza con un grido, con uno sguardo, con un silenzio lungo quattro mesi, con una coppetta di gelato, con il lievito che ingravida una ciotola di farina e acqua, con la risorgiva di un fiume carsico, con un minuscolo intrico di germogli d'edera, con un cellulare che squilla, con una domanda di lavoro in inglese, con il motore di un'utilitaria che fa le bizze, con il ritardo di un treno, con una folata di vento che porta il sentore aspro delle piante pioniere che cercano di farsi strada su un mare di ghiaie antiche, con una pozzanghera fangosa, con una strada interrotta e una appena nata, con il ciao! di un amico lontano, con un rastrello e un giardino da liberare, con un cielo bianco e fermo di scirocco, con un incontro inaspettato in una bella giornata di sole in riva al mare, con un matrimonio imminente, con la propria lingua-mondo-madre, con i fili di discorsi da lungo tempo interrotti che chiedono di essere ripresi, con certe virgole che si disegnano nel cielo a partire dalle otto e un quarto del mattino, con l'inutilità di dire mi dispiace, non volevo, non volevo, ti giuro che non volevo. Con il desiderio di sparire per una stagione intera, perché sì, dopo questo interminabile inverno ne abbiamo tutto il diritto. Perché tanto non c'è verso: pure vestirsi di silenzio fin sopra l'ultimo capello significa qualcosa, e non è possibile che sia diversamente. Sta dentro il nulla più ostinato, forse, il più disperato ti prego, ti scongiuro, lasciami, lasciami andare.

Ascoltato da keroppa il 06/05/2009 - solipsismi, sguardi, infralogie - commenti (1)





Delle forme della pienezza

Pedalare fino al guado di Vivaro
e trovarlo chiuso:
lo spettacolo della strada che si fa acqua
e dell'acqua che si fa strada
dentro il mare asciutto
dei sassi della Terra Magra.

Ascoltato da keroppa il 02/05/2009 - atlante minimo, post a pedali - commenti (3)





Friuli d'aprile

Mondo umido
di rane, di lombrichi
e di lumache.

Ascoltato da keroppa il 27/04/2009 - stagioni diverse, 33170 il porto, microniente - commenti (1)





Infinito presente: welcome to the Hotel California

Some dance to remember, some dance to forget.

*

Dall'altra parte del pozzo, dall'altra parte del mondo i nodi della vita erano stretti come dita che trovano la pelle di qualcuno a lungo cercato, a lungo desiderato fino a essere dimenticato. I nodi della vita erano - e sono ancora - trasparenti, limpidi come lo sguardo vuoto di chi guarda senza vedere e che, mentre tu sei lì che ci anneghi dentro, è rivolto verso di te ma non è te che vede, bensì solo un desiderio... magari antico, magari mai vinto. E ce n'erano altri ancora più stretti, stretti che non si potevano sopportare, come la voce che cantava con un grido la canzone che aveva scritto per te. Certi nodi, poi, erano e sono ancora stretti come quei momenti in cui la gioia colpisce con la violenza delle lacrime, pesanti e lontani come il tonfo delle àncore di ferro sul fondo di sabbia del recipiente del mondo.

Mentre fuori la borragine e le ginestre. Mentre dentro le distanze: Roma, Milano, Pordenone, Londra. A Napoli solo due ancora, ma entro l'anno via anche loro. E sbaglia chi va dicendo che chi resta si sente un fallito, e che quelli che se ne sono andati fanno 'e masti... è da anni, ormai, che succede il contrario. Chi se ne va abbandona il campo con un boccone amaro di senso di ingiustizia e di vigliaccheria incastrato nella gola, mentre chi resta lo dice a testa alta: "io ci provo". Su questo non si dovrebbero raccontare palle, per lo meno.

E dopo, solo dopo pensare al dopo. Ritrovarsi per salutarsi, per sapere chi sarà il prossimo a partire, ridere per star bene e poi mettere il ricordo in valigia, bere e cantare di terre di confine, in otto ma con una voce sola, come sempre, e con nient'altro che una birra celebrare i morti e i vivi, le vite che sono state - perché lo sappiamo anche noi, che i morti vogliono solo continuare a dormire, chiunque essi siano - quelle che sono e quelle che stanno per essere. Gente di matrimoni e funerali, siamo, di abbracci carnali e di risate grasse. E dopo, senza pensare al dopo, condividere un buon sapore e il profumo della stagione che cambia a notte fonda, per strada, senza colpa né vergogna, gridarsi male parole e storie cretine per ridere, solo per ridere, senza che questo significhi null'altro che ridere, limpidi e semplici come se fossimo rimasti sempre in giro sulle stesse strade, come se non avessimo mai parlato altre lingue oltre quella in cui siamo nati, che pure ritroviamo intatta e nostra proprio quando la vita ci porta nel cuore di altre lingue-mondo sorelle.
E battere il tempo coi palmi delle mani su un tavolo di legno facendo saltellare i bicchieri, e portarlo anche per il gruppo che suona sul palco mentre l'umanità intorno storce il naso e si chiede cosa avranno tanto da sbattersi, quelli là, cos'abbiano da fare tanto chiasso e ridere fino a scomporsi la faccia e a sentirsi male.

Mentre fuori la borragine intimidisce e le ginestre si sguàiano - ma quante sono le voci del verbo fiorire? - abbracciarsi ancora una volta, e due, e dieci ancora, dire e sentirsi dire quantoseibbello, maiotivogliotroppobbene, strunzemme', mabbella pruàsa ca nun si' ato, e prendersi le mani, le guance, i nasi, e tirarsi zecchinètti sulle orecchie, schioccarsi baci e mùzzechi, perché così è, così è sempre stato e così sarà ancora, che siamo cinghiali in branco che per giocare si prendono a capàte, mangiano insieme patate e ciliegie, e per farlo potrebbero pure ammazzare. Perché solo questo significa: costruire, con il tempo e la pazienza, un ponte di parole senza lati oscuri... non parole a una sola dimensione, per carità, bensì con tutte le dimensioni a portata di sguardo, per lo meno, ché nulla resti al buio, non detto e non visto, in agguato e pronto a creare quei doppi vincoli che strozzano il linguaggio e la gioia di stare insieme fino a farli morire. Perché il cancro del non detto lo abbiamo già conosciuto, noi. Ora, guariti dagli anni e dalla tenacia delle parole-cose, siamo così, senza più colpa né vergogna, e così restiamo, senza prendere troppo sul serio nulla e senza chiedere altro se non ciò che siamo nel momento in cui siamo insieme: un infinito presente a voce alta, che di tanto in tanto si dà una stretta come un nodo e poi fiorisce - specialmente a primavera, mentre fuori la borragine e le ginestre.

Ascoltato da keroppa il 17/04/2009 - i soci, stagioni diverse, voce del verbo - commenti





Voci del verbo: tremore, terrore e disonore

6 aprile 2009, ore 11:47

- Pronto?
- Ue', pronto! Pronto...
- Sì, ti sento!
- Mado', che bordello però...
- Eh, sì, non si capisce niente, lascia sta'...
- Allora? Come siete messi là?
- Ma niente, ci hanno piazzati a...
- Ho capito. Qualche chilometro fuori città, se non mi ricordo male. Allora? Che facciamo qua, c'è bisogno? No, perché prima ho sentito gli altri, due macchine sono già pronte...
- Nononò, per l'amor di dio, statevi fermi! Ti chiamavo proprio per questo, non vi muovete... prendono solo addestrati, stavolta, appena siamo arrivati hanno detto: a casa i singoli e le affiliazioni. Ma ti dico, così, secchi proprio.
- 'azzo... ma sei sicura? In quanti siete?
- Noi siamo venuti su tutti e quindici, ma devo dire la verità che qua siamo a posto, stiamo con l'esercito e fino a mo' pare che hanno fatto le cose più o meno per bene... per voi se ne riparla fra un paio di mesi, mi sa.
- Eh, ma per allora...
- Eh, lo so... ma che ti devo di'? Da un lato c'hanno ragione, qua è un casino veramente, il problema è che non c'è un centimetro in tutto il paese dove si può passare a piedi...
- Minchia. Vabbuo', ho capito... senti, facciamo così, se c'è bisogno chiama, tanto Antonio la macchina non la svuota pure se glielo dico.
- No no, veramente, nun facite strunzate che poi non vi fanno manco passare...
- Eh, ho capito. E mo'?
- E niente, mo' stanno tutti che jastémmano dalle dieci perché è arrivato il bollettino e dice che stasera viene a piovere.
- E voi?
- Niente, gli altri non lo so che stanno a fa', li ho persi stanotte... io e Riccardo stiamo sulle pale, abbiamo appena finito da una parte e mo' stiamo aspettando che ci dicono dove altro andare a liberare. Vabbuo', ti lascio...
- Ok... buon lavoro, uagliona.
- Grazie... oh... senti.
- Eh.
- Te la ricordi la piazza di Tocco Vecchio?
- E come no?
- M'è tornata in mente stanotte, e non riesco a levarmela dalla capa.
- ...
- Ti giuro, è bruttissimo... è un ricordo, no, ma mi pare di sapere già che fra trent'anni 'sto posto sarà uguale. Capi' che voglio dire?
- Oh, ma si' scema? Te pare 'o mumento?
- 'O ssapevo ca me dicìve accussì, ma nun ce pozzo fa' niente. Oh, 'e bbiccànne che tornano... vado.
- Vabbuo'.
- Ce sentimmo stasera, se riesco a piglia' la linea. Già mo' ho avuto culo.
- Vabbuono...
- E nun te senti' male.
- Troppo tardi.
- 'O ssaccio. Pazienza, jamm'.
- Va' a fatica'!
- Nun sfottere.
- Fatica!
- Tieni ragione che non ti tengo a tiro, sce', con la pala ti pigliavo a schiaffi.

*
Eppure mi piace pensare che magari fra trent'anni, per merito tuo e di quelli come te, quelle piazze saranno ancora vive, e i nostri ricordi non saranno stati il loro futuro. Il vero peccato è che non dipende tutto da voi, purtroppo. Grazie.

Arriving somewhere (but not here)

Ascoltato da keroppa il 07/04/2009 - eus voci, riastartha, voce del verbo - commenti (1)





Voce del verbo: libera! (le acque)

La terra gira da una parte e poi dall'altra
sotto il velo del cielo,
come chi di notte non riesce a dormire
perché vuole capire...

Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si  t'annascunne?

C'è una piega sottile nascosta nell'universo
ai margini del mondo,
è una processione di anime dimenticate
che sussurrano tra le costellazioni:

Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si  t'annascunne?

Sarrà 'sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va....
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega', ca nun se po' spiega'...

Vulesse ca 'stu cielo, stu cielo s'arapesse
pe' tutt' 'a gente ca nun tene niente.

Quando una luna cala, l'altra ricomincia,
ombra, luce, guerra, pace,
quando una luna cresce, l'altra svanisce,
acqua, fuoco, pieno, vuoto.

Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si  t'annascunne?

Sarrà 'sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va...
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega', ca nun se po' spiega'...

Vulesse ca stu cielo, stu cielo s'arapesse
pe' tutt' 'a gente ca nun tene niente,
scennesse l'acqua santa pe' terre addò nun chiove
e frutta, miele, pane e vino nuovo.

Vulesse ca chiuvesse, chiuvesse maccarune,
li prete de la via caso rattato,
'a muntagna 'e Somma fosse carne arrustuta,
e tutta l'acqua 'e mare vino annevato
...


[Nuova Compagnia di Canto Popolare, Sotto il velo del cielo, 1998]

Ascoltato da keroppa il 02/04/2009 - eus voci, sguardi, infralogie, voce del verbo - commenti





Pa(e)ssaggio

 Ho bisogno di un passaggio a livello. Di un passaggio tra livelli. Di un varco, di una soglia tra qui e lì, tra un prima e un dopo, tra un dentro e un fuori. Quali dentreffuori, di chi? Non importa. Io stessa sono un vuoto da riempire, una soglia da oltre-passare per arrivare a qualcosa d’altro. E’ sempre stato così. Sono un momento aperto in tutte le direzioni, transitorio e transitabile - come ogni essere umano - in cui avvengono differenze. Cambiamenti di stato. Attraverso di me la gente cammina, intorno a me aspetta, chiacchiera, si guarda intorno o si fissa le scarpe.

  Poi c’è il treno, che passa - e una volta che è passato l’attesa è finita, andate in pace dall’altra parte: della strada, della giornata. Nel frattempo prima è diventato adesso, lì e qui si sono scambiati il posto. Per un attimo ho accolto e raccolto i passi, le voci e i gesti di chi c’era: movimenti orizzontali, di passi e di ferro, e verticali, di sbarre e voci. Passato il treno, io non ci sono più, anche se dopo il vostro passaggio non sono più la stessa di prima. Il vento che insegue il treno, i volti volanti di quelli che sonnecchiano accanto al finestrino, il coro dei motori delle auto oltre le sbarre che si riaccendono una dopo l’altra con un ritmo sempre uguale che non è mai lo stesso, le parole che arrivano dalla strada, e sullo sfondo di queste il campanello di attesa: mi cambiano ogni volta. Sono una casellante dalla memoria strana, buona e cattiva insieme.  Avrei voluto essere una persona diversa, una volta, pulita e libera. Invece sono un momento, solo un momento. Trasparente e opaco allo stesso tempo. Una soglia che si apre e si chiude quando lo dice l’orario ufficiale. La mia casa è una V di binari come non ce ne sono uguali in nessun altro angolo del paese a forma di pozzo in cui sono nata, e vivo nell’angolo tra i due fasci di binari che la formano, tra due passaggi a livello, due linee ferroviarie e due metà di una città di cemento e monnezza. E più il tempo passa, meno la mia presenza è visibile. Ero, sono stata, sono e sarò sempre qui. Abito questo nodo di strati, di piani, di direzioni, e non posso abitare altrove. Mi ci sono volute una vita e due morti per capirlo.

 Ora di questa soglia ho le chiavi, e non potrei più andarmene nemmeno se lo desiderassi: da un tempo remoto ho ereditato un cancello, un cappello, di paglia, un linguaggio assurdo e pesante, un sonno che i treni non riescono a spezzare, sogni e segni che sono uno. Tutto mi si confonde, intorno e dentro, le persone che sfrecciano, i treni che aspettano, le sbarre che sonnecchiano. Vado, torno, vengo, arrivo, parto, sottopasso, pedalami. Ma non desidero più lasciare questo luogo, anche se non mi dà appigli a cui tenermi se non gli scambi che apro e chiudo, e quel doppio filamento come di DNA su cui scorrono il tempo, le memorie, i chilometri, gli odori e le voci lontane anni luce che mi passano a mezzo metro dal naso ogni giorno della mia vita.

Ascoltato da keroppa il 27/03/2009 - vocabolario fuori argine, fermata non richiesta - commenti (1)





Voce del verbo: dentri(vie)

Si vîf di timp e di un trimâ da simpri
si vîf di lûsj e di un trimâ ch'al cresj

Si vîf di strades bieles, di cualchi puint colât
di timpi ch'al à di vegni di timp che intant si cûsj intor

Si vîf in doi fint a capî il misteri
di une cjareçe o dal corisji daûr

No si cresj avonde mai cence bogns ricuarts
si vîf distes, ma al coste un pouc di plui
Cul timp si nasj si cresj si reste a mieç
cul timp il timp al divente di seconde man
Si vîf di ales lungjes e di moment lisêrs
di plôe di vôe di ridi e di un vaî ch'a no si viout.

[Luigi Maieron, Si Vîf]


[Si vive di tempo e di un tremare eterno / si vive di luce e di un tremare che cresce / Si vive di strade belle e di qualche ponte caduto / di tempo che verrà di tempo che intanto ti si cuce addosso./ Si vive in due fino a capire il mistero / di una carezza o del cercarsi. / Non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi / si vive comunque, ma costa un po' di più / Col tempo si nasce si cresce si resta a metà / col tempo il tempo diventa di seconda mano / Si vive di ali lunghe e di momenti leggeri / di pioggia di voglia di ridere e di un pianto che non si vede.]

*

- Grazie, grazie, grazie.
- E di che?
- Perché mi spieghi e mi insegni la tua lingua, una parola alla volta.
- Guarda che è anche la tua.
- Eh, mo' non esagerare.
- No, davvero. E' che ce l'hai dentri, al di là delle parole che puoi sapere o meno, o che io posso spiegarti o meno.
- ...
- Senti, quando uno vuole bene alle voci degli altri e alle loro parole... allora quella lingua la sa, e gli appartiene.

Ascoltato da keroppa il 23/03/2009 - dialoghi, eus voci, i soci, voce del verbo - commenti (1)





Del senso della Rete


Ascoltato da keroppa il 17/03/2009 - carta - commenti (1)





 

Eus

Così vengono chiamate in una valle nascosta nel cuore delle Dolomiti Friulane che si apre sotto il cielo come una profonda ferita sulla crosta, sul corpo della Terra. Eus: Voci. Voci che sono Lingua, Linguaggio, ma anche Geografia e Viaggio. Eus sono le Voci che, prima ancora di capirle, riesci ad intendere. Straniere? Forse. 'Altre', magari. Idiomi, più probabilmente. Sistemi di misurazione. Ma anche no.

 


 

Mieç la placja

 

E-mail:
eus(punto)voci
(chiocciola)
gmail(punto)com


E-mages:

 

 

 


 

Davanti agli occhi...


 

... e dietro.


 

Fià...

33170 il porto
80100 la sirena
81020 la strada
81100 l eterno scempio
atlante minimo
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carta
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i soci
idioma o idiozia
il tempo della fuffa
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