- Ah, l'hai provata anche tu, allora, quella cosa della meditazione?
- Sì sì.
- E fammi capi', per quanto tempo poi?
- Il primo incontro, poi basta.
- Azz'.
- Eh.
- Motivo?
- No, è che... alla fine della sessione di meditazione ho visto che sì, effettivamente mi sentivo davvero più sereno e tranquillo...
- ... e quindi?
- E quindi dopo mi sono chiesto: ma a me mi interessa veramente di stare più sereno e tranquillo?
- Eh.
- Risposta: no.
- Lo sapevo.
- Lo so. Comunque, insomma, per me non valeva l'impegno di una serata alla settimana, tutto qua. Mi interessa restare sveglio, casomai. Che ci devo fare.
- Ti ho mai detto che ti voglio bene?
- Svariate decine di volte, negli ultimi vent'anni.
- Eh, ma mo' un po' di più.
- Mh, che culo.
Ascoltato da keroppa il 03/07/2008 - dialoghi, eus voci, i soci - commenti
Quando il bel tempo corrisponde alla mia disponibilità, allora amo andare con i miei ricordi per sentieri e strade forestali; osservo, anche, o ascolto, i segnali che la natura comunica con l'evolversi delle stagioni e degli anni. Ma è quando mi accompagno con gli amici o con personaggi della mia terra che il camminare è più assorto e riflessivo. Questi compagni di cammino non sono più fisicamente presenti, il loro corpo è rimasto in luoghi lontani: su montagne, o nella steppa, insepolto; o in cimiteri di paese con una semplice croce, o di città con lapidi e fiori. E' con loro che mi accompagno e ragiono, ricordando. Qualcuno che non crede, o che crede, può guardare con benevola indulgenza a questo mio modo di esistere. Non me ne importa: ho anch'io molti dubbi ma mi piace, a volte, ignorarli.
(...)
Lassù la montagna è silenziosa e deserta. Lungo la mulattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pressi dell'Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che è qui sulla libreria, ora non passa più nessuno. La neve che in questi giorni è caduta abbondante ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande Guerra, le avventure dei cacciatori. E sotto quella neve vivono i miei ricordi.
[da Sentieri sotto la neve, 1998]
*
Grazie di essere stato, vecio, e di essere stato parola.
Poiché ormai la neve della nostra storia di famiglia ha il tuo nome, Sergente.
Ascoltato da keroppa il 17/06/2008 - eus voci, wor l ds, infralogie - commenti
La terra gira da una parte e poi dall'altra,
sotto il velo del cielo,
come chi di notte non riesce a dormire,
perché vuole capire...
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
C'è una piega sottile nascosta nell'universo,
ai margini del mondo,
è una processione di anime dimenticate
che sussurrano tra le costellazioni:
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Sarrà 'sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va....
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega', ca nun se po' spiega'...
Vulesse ca 'stu cielo s'arapesse,
pe' tutt' 'a gente ca nun tene niente
Quando una luna cala, l'altra ricomincia,
ombra, luce, guerra, pace,
quando una luna cresce, l'altra svanisce,
acqua, fuoco, pieno, vuoto.
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Addò t'annascunne - si t'annascunne?
Sarrà 'sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va...
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega', ca nun se po' spiega'...
Vulesse ca stu cielo s'arapesse
pe' tutt' 'a gente ca nun tene niente,
scennesse l'acqua santa pe' terre addò nun chiove
e frutta, miele, pane e vino nuovo.
Vulesse ca chiuvesse, chiuvesse maccarune,
li prete de la via caso rattato,
la muntagna 'e Somma fosse carne arrustuta,
e tutta l'acqua 'e mare vino annevato...
[Nuova Compagnia di Canto Popolare, Sotto il velo del cielo, 1998]
Ascoltato da keroppa il 08/06/2008 - eus voci, sguardi, infralogie, voce del verbo - commenti
Quattro, otto, dieci e dodici anni. Il più grande è magro e saggio, il secondo è un affettuoso ruffiano dalla pelle saracena, il terzo a guardarlo negli occhi sembra di sporgersi su un abisso, il più piccolo da qualche settimana è il cavaliere di Monforte de "La Freccia Nera" e gira con uno spadino di legno tenerissimo, un paio di stivali rossi di gomma ai piedi anche con trenta gradi all'ombra.
Rientrando in casa, a sera, parlano più o meno così:


[Bill Watterson, da The Days Are Just Packed, 1993]
Più li guardo, e più mi chiedo da quale decennio sono venuti fuori.
Ascoltato da keroppa il 03/06/2008 - carta, eus voci, infralogie - commenti (1)
Ciao, esci?
Oh, ma perché lui non viene giù?
Perché non mangi con noi?
Dove siete stati oggi? Vi abbiamo visto uscire.
Ma non hai caldo?
Ma non hai freddo?
Cos'è quello?
Lo rimetti a posto?
Cosa fai adesso?
Ma tu cosa fai in genere?
No, perché questa cosa dei rifiuti.
Perché prendi la bici?
Dove vai adesso?
[una risposta qualsiasi]
Ah, e come mai?
[oppure: ma è lontano!]
Siediti!
Tanto la musica non vi dà fastidio, no?
E neanche il rumore e il fumo di scarico del motore della macchinina radiocomandata, vero?
Cosa facevi prima di là?
Ma perché sei così curiosa?
Ma perché parli così poco?
Oh, ma tu non fai mai domande, proprio.
(forse perché sono andata in iperventilazione, a un certo punto)
Ascoltato da keroppa il 02/06/2008 - dialoghi, eus voci, infralogie - commenti
Per non pensare, per non pensarti più almeno per un'ora ero andata incontro al temporale, sulla terra magra ad aspettare la pioggia che arrivava come un carrarmato a bordo del maestrale. Dove sei, accidentatté, ripetevo, dove sei, e subito dopo la curva ti ho visto, poco prima del ponte: vegliavi su un campo di grano ancora verde, solo, battuto dal vento ma ancora in piedi sulla terra curva e livida, senza fierezza ma in piedi, tenace sotto gli schiaffi carichi di elettricità dell'aria che ti piegava fino al suolo, dentro questa luce buia che ti aveva tolto ogni colore. Avevo cercato la pioggia per non pensarti, e sotto la pioggia ti ho ritrovato. E' stato un attimo, solo un attimo. Non ti spezzerà questa tempesta come non ti hanno spezzato tutte le altre, solo qualche ramo secco sarà spazzato via con un rumore secco di ossa che si spezzano ma dopo, più leggero, tornerai ad alzare lo sguardo sul mare verde che custodisci, che ascolti, sul quale le tue foglie cantano nel vento e che vedrai maturare ancora una volta, fino a che non sarà tempo di mietitura. Arrivava la pioggia e non volevo pensarti: inutile. Anche stavolta, come quell'altra, sotto il cielo ho sentito la tua voce cantare, la pancia sulla terra, il vento sulla schiena, a ottocento chilometri di distanza. Ti sento, resisti, canta più forte, canta sulle minacce dei tuoni che promettono grandine, canta più forte, più forte, resisti, canta più forte, più forte, più forte.
Ascoltato da keroppa il 22/05/2008 - sguardi, infralogie, stagioni diverse - commenti
E' un attimo rimasto sulla carta. C'era questo pomeriggio brutto, di pioggia appena finita e di fresco, di umori cattivi e silenzi violenti, che tu eri due stanze più in là a litigare al telefono con la tua ragazza e io di qua con quattro pastelli e la finestra spalancata sul sole che tramontava su questo pezzo di Friuli, che dopo un'ora di porte chiuse mi ero dimenticata di te e parlavo e cantavo come quando intorno non c'è nessuno. Eri vicino e non ti sentivo, non ti sentivo più, la mano ricopiava la finestra e non sentivo più nemmeno lo scarabocchio, dov'ero un anno fa, stavo pensando, mi pare, e mi vedevo dentro una canzone piccola, di treni e di sola andata. La paura che mi hai fatto, nel sogno appena iniziato, bastardo come un gatto: manchi di attenzione per i contorni, però.
Stronzo. Uno già non sa disegnare.
Ascoltato da keroppa il 20/05/2008 - carta, i soci, in somnus, microniente - commenti (2)
Uno, due, tre, pianeti, dimensioni, voci, sensi, forse, perché, è, cos'è, un tordo qui sul tetto che canta con me. Se suggerisco una risposta, è quella che mi è stata suggerita e sconnetto, sconnetto, i segni dai sensi se scrivere è rimestare nel calderone dei sogni come sognare è rimestare in quello delle immagini. Cambio carica alla penna e il tempo scorre sereno. Che strano. Cosa c'è di strano nel sentirsi tranquilli, al mondo? Nel sogno fa freddo, annoto, annotta, soppeso la penna, nei capelli odore di petrolio e fuori due bestie che litigano, non si capisce se cani o gatti. Pensiero: la doccia adesso o dopo? E poi vorrei sapere. Non so cosa, ma vorrei proprio sapere.
Ascoltato da keroppa il 13/05/2008 - in somnus - commenti (4)
Dieci anni.
C'ero anch'io.
Lascia che ricordi
lascia che non scordi
il fango
quel fango
tutto
quel
fango.
E l'odore di marcio
fin dentro la memoria
le jastémme
e gli stivali
che non servivano a niente.
Scavate, ragazzi.
Scavate, perdio.
Ascoltato da keroppa il 06/05/2008 - eus voci, 81100 l eterno scempio - commenti (4)
I need maintenance,
I need patience,
I'm not foolproof,
I'm not waterproof,
I'm not shockproof, bombproof, bulletproof, fireproof, leakproof, childproof, stainproof, pressureproof.
Ché se uno è una pianta, nient'altro che una pianta
in questo mondo di corpi celesti
prima o poi dovrà chiedere di essere perdonato.

[Marillion, Quartz, 2001]
Ascoltato da keroppa il 02/05/2008 - eus voci, infralogie, microniente - commenti
[hanno cinque e otto anni. ci hanno visti uscire dal portoncino delle scale, ci raggiungono e ci vengono dietro mentre carichiamo un grosso pacco in macchina]
Loro: Ciao.
Noi: Ciao...
Loro: Siete voi che siete venuti a stare di sopra?
Noi: Sissì.
Loro: Prima ci abitavamo noi, sopra!
Noi: Sì, lo sappiamo.
Loro: E come lo sapete?
Noi: Be', conosciamo il vostro papà.
Loro: Ah.
Noi: Eh...
Loro: E... avete un bambino?
Noi: Eeeeeeeeeh...
Lui: Ehr, noooo.... non per ora, almeno...
Io: Per ora siamo ancora noi i bambini, diciamo.
Loro (ridono): Aaah, abbiamo capito. Voi avete la mamma e il papà, non i bambini.
Noi: Giusto.
Uno dei due: Va be', quando però poi ne avete uno ce lo dite?
Noi: Perché?
Loro: così viene a giocare con noi!
L'altro dei due: Però se volete poi potete venire anche voi!
Noi: Oh, grazie, così magari ci divertiamo tutti insieme.
Loro: Ecco.
Noi: Allora ciao, ci vediamo.
Loro: Sì sì, ciao!
Mentre si allontanano, si sente distintamente il più piccolo:
- Ma secondo te quei due sono normali?
Ascoltato da keroppa il 24/04/2008 - dialoghi, vocabolario fuori argine - commenti (2)
Quanti eravate?
All'inizio ti sentivi l'essere più solo della terra, come l'ultimo esemplare di una specie. Ogni partenza era un mese di lotta sfiancante, un'inquietudine che ti mordeva le viscere, nel bene e nel male una piccola liberazione. La minuscola epifania mensile di una ventiduenne che litigava, si faceva il sangue amaro - e che altro vuoi fare, a vent'anni? - e per la quale alla fine lo sbuffo di pressione della chiusura delle porte del treno era un mostruoso misto di sollievo e stanchezza.
Macchittelofaffàre?, ti dicevano tutti quanti. E che dovevi rispondere? Non era mica brutto. Se con una persona ci vuoi stare e quella persona non si può muovere da dove sta tu cosa fai, non la vedi mai più? No, scusa, fai il biglietto del treno e vai. Mica si trattava di andare a scava' 'e ppatane a mille lire 'a jurnata, come si dice... e la famiglia? Eh. Bisognava litigare, indurirsi, alla fine scegliere. Stavi crescendo e non lo sapevi. Quello che sapevi era che, anche con quel carattere così molle, se volevi partire non c'era altro modo. Dove li trovavi allora dei genitori (del sud, poi) che a ventidue anni lasciano andare la femminuccia di casa dall'altra parte dell'Italia - del pozzo - solo perché ce vo' bbene a uno? E quando mai s'è visto? Loro facevano il loro mestiere di genitori strattonando e cercando di accorciare il cordone ombelicale, e tu facevi il tuo di figlia cercando di reciderlo. Solo che allora non era tutto così chiaro. Si litigava e basta, era solo un macomedobbiamofaresennò! contro un no, piccolo, secco senza nemmeno il punto esclamativo.
Non era per quello che si partiva, a quei tempi lì: vacanze, concerti. Il tempo del lavoro doveva ancora venire. E così: chittelofaffare, ne'? Che ne sapevi, del resto, di quello che sarebbe venuto dopo, grazie a quei viaggi? Niente, manco ce lo avevi ancora, un altro motivo oltre quello. Niente, sapevi, di tutta l'Italia che avresti incontrato, delle Voci, del pozzo, e di tutta la gente che viaggiava - pur chiamandolo con un altro nome - per il tuo stesso motivo. Come abbia potuto mai sentirti sola in mezzo a tutta quella carne che si muoveva così, per il pozzo-paese, sfatta da anni di viaggi ma senza alcuna intenzione di smettere tanto che a volte hai pensato questo qui ci finisce i suoi giorni, sul treno - come tu abbia potuto sentirti così, ecco, adesso pare proprio un mistero. Con tutto quello che c'era da fare tra esami e tutto quello che si poteva e doveva fare per mettere insieme i soldi del biglietto una volta al mese e guadagnarsi la possibilità di decidere per sé... dove l'hai trovato anche il tempo di sentirti sola? Eh, no sta preocuparte, putea, i xe i vent'ani, t'hanno detto, sempre sul treno, qualche anno dopo.
Quanti eravamo?, ti chiedevi ogni tanto. C'erano delle volte in cui sembrava di incontrare solo gente spinta a mettersi in cammino da una qualche forma d'amore: per una famiglia, per un luogo, per un lavoro, per una persona chissà dove, per un ammalato, per un morto, per se stessi. In altri momenti, invece, c'erano quelli che se lo dicevano da soli per tutto il viaggio machimmelofaffare, ammé, EH? Arrabbiati, uh, e capaci di distruggere con poche parole anche le storie degli altri intorno. Brutto affare, 'sti qua, peggio di quelli che straparlano.
Quanti eravate, allora? E non lo sai. Ma tanti che eravate, così stanchi e instancabili, non te l'immaginavi mica. Dopo qualche anno partire era diventato, nonostante tutto, anche una piccola festa. Ormai sapevi la carne sudata che avresti incontrato, e sapevi che in quei vagoni avresti puntualmente ritrovato - chi l'aveva detto? - quella cosa antica che il viaggio era forse per tutti, una volta: O-di-sse-a. Sì, così. Dove l'unica cosa che conta è arrivare a destinazione, ovunque si trovi e per qualsiasi ragione. E, nel frattempo, stringersi intorno a un discorso, uno qualsiasi, e scambiarsi una storia prima di ogni fermata, per far passare il tempo da qui a lì, ché quelle dieci ore erano lunghe...
Quanti eravate? Cinque anni dopo che la tua lunga partenza verso l'altro capo del pozzo era iniziata, avevi preso nota di ogni cosa con quella piccola, feroce e invisibile costanza che ti è propria. Volevi capire, ricordare, non scordare, conservare, scomporre e ricomporre nella memoria questi viaggi che col tempo avevi iniziato a sentire in qualche modo connessi a quell'altra traccia che ti portavi dentro. Era bizzarro: una viene da una famiglia di ferrovia non viaggiante, e come trova la via del suo destino? Saltando dieci, venti, cinquanta, cento volte su un treno. Avresti potuto rendertene conto anche prima, del resto: di otto anni di università da pendolare, non c'era stato un solo giorno in cui la zòzza ferrovia locale su cui facevi la spola cinque, a volte anche sei giorni alla settimana ti fosse venuta in odio.
Il nonno lo avrebbe trovato perfettamente logico. Soltanto per quel quanti... ecco, lì una bella chiantòzza non te l'avrebbe tolta nessuno.
Ascoltato da keroppa il 13/04/2008 - pronomi, fermata non richiesta - commenti (3)
La risposta è dall’altro lato del cervello.
La risposta è dall’altra parte del cancello.
[Simone Cristicchi, La risposta, 2007]
*
[ma anche: Fermata non richiesta (8/?)]
Ventidue settembre, è quasi un mese che ci siamo messi a camminare sui binari del nostro tempo e ancora non ci siamo fermati. Questa volta sono da sola, lui aveva da fare ma oggi è una di quelle giornate in cui l'autunno sta solo sul calendario, mentre intorno c'è aria d'estate vecchia e grassa di mele mature. Quand'ero ragazzina in giornate così il nonno mi trascinava fuori di casa con la forza, se era necessario, e mi portava in quel giardino fasciato stretto in mezzo al ferro di ferrovia che era il centro di gravità del nostro minuscolo mondo, dicendo che in questo mese non puoi mai sapere quando arriverà il primo vento freddo a portarti via le giornate in cui si può star fuori, e quindi approfittarne non è solo una cosa intelligente, ma una specie di dovere. E quindi, così: in macchina, e via verso la prossima stazione.
Dopo lo svincolo per Campobasso si trova facile facile, è anche segnalato con un cartello "SCALO F.S.", e quando smonto dalla macchina il colpo d'occhio per un momento mi fa credere che forse è ancora in uso. Ma è mai possibile che sia più frequentata di quella del centro più vicino, sperduta com'è? La mappa mi dice che il paese cui si riferisce il suo nome non è proprio a due passi. Chissà.
Passato il cancello d'ingresso - spalancato come tutti i luoghi in cui è il tempo ad averla avuta vinta - il grande spiazzo porta ad un piccolo capannone dalle finestre e porte totalmente distrutte. Dentro un vecchio materasso, un mare di cocci di vetro, assi di legno marce, l'edera che si avvia a prendere possesso di tutto. No, di certo non è più in uso.
Eppure è una stazione fortunata rispetto alle altre che abbiamo incontrato, abbastanza simile a quella dove passava la maggior parte della posta della valle: anche qui quattro treni al giorno, linea gialla appena rifatta, l'altoparlante con la voce registrata che annuncia i treni in transito ancora funzionante. E come le altre stazioni - tutte, fino ad ora - ha due enormi pini neri ai lati che le fanno ombra, uno dei due proprio nel giardinetto alle spalle della pensilina coperta sui cui muri ci sono scritte a matita datate '92, '90, giù di lì.
Mi ci siedo, sulla testa ho l'intonaco che si sfalda e cade a pezzi. Accanto a me ronza il pannello elettronico con gli orari e le istruzioni di viaggio, fa sorridere il fatto che il suo lavoro sia quello di ricordare al viaggiatore di obliterare i biglietti alle apposite "macchinette gialle" e insieme segnalare che qui di biglietteria non ce n'è nessuna. E' strano, è vero, lo deve proprio dire. E' così: ci vuole il biglietto ma non c'è chi possa dartelo, c'è una voce che dice di stare lontani dalla linea gialla, ma i treni che passano sembrano solo brevi folate di vento. Ad ogni transito, il campanello del passaggio a livello che suona in lontananza. Ci provo anche, a portarmi via qualche suono, ma proprio lì le batterie della macchina fotografica mi mettono davanti ad una scelta: solo scatti o niente. Meglio così. Va bene, allora, faccio un giro e metto il naso dappertutto sotto il sole che ancora scotta, poi all'improvviso nell'aria cresce un enorme silenzio. Sono quasi le tre, le ombre non sono più senza dimensioni come un mese fa, e tuttavia. Torno verso la pensilina, mi metto ad ascoltare, sto seduta e non mi muovo. Perché all'improvviso ho preso a sentirmi così piccola?
E' stato tutto ritinteggiato da poco, qui, e così la stazione alla fine sembra nuova nuova solo perché in realtà deve essere stata dichiarata impresenziata da poco... sicuramente da molto meno tempo di quella di Cantalupo. Qualcuno ha avuto l'accortezza di precisare qualcosa a mano su certi sportellini, di non verniciare le sigle che serviranno a quelli che verranno in seguito per la manutenzione, di grattare e pulire la mattonella dell'altitudine,di dare una passata di stucco intorno al caposaldo. Non è ancora dismessa, dunque, ai piani superiori non ci abita più nessuno ma ancora è forte, visibile la cura delle mani che hanno messo tutto a posto prima di andar via. E' così un bel posto, col bianco delle scritte, degli angoli e delle cornici delle finestre che taglia gli occhi sotto questa luce. E che bel nome che ha. Prima o poi andrò a dare un'occhiata in paese per vedere che faccia ha la gente di un posto con un nome così.
Dritto davanti a me, oltre la recinzione della ferrovia, ci sono alberi stracarichi di frutta, e biancospino che ha messo le bacche e colora di rosso i piedi di questo piccolo paradiso pieno di pere, e mele, e mele, e così tante mele che qualcuno ha addirittura aperto un varco nella recinzione per farne scorta, e chissà quanto tempo fa, lasciandolo probabilmente in eredità a chiunque si trovasse a passare di qui. Cosa che quel qualcuno evidentemente ancora apprezza. E non è un frutteto, ma solo un trionfo della rigogliosa boscaglia selvatica così tipica di queste parti, un cielo verde costellato di nebulose di stelle rosse e pianeti arancioni. Ah, fratello: hai fatto bene, quel varco l'avrei aperto anch'io.
Alle tre meno dieci il campanello del passaggio a livello torna a farsi sentire. Il buffo pannello elettronico segnala al nulla che il prossimo treno farà fermata in stazione. Non me la sento di tornare sotto il sole, capotreno, perdonami e non spaventarti.
Il marciapiede dei transiti è mangiato dal sole e dal tempo, non ha più spigoli ma la linea gialla lo taglia a metà come una riga di trucco troppo evidente su un viso pieno di rughe. La littorina che arriva ha due vagoni è di quelle vecchie, che fa braaaaaaaaam-rrrr-ra-tatatatatatatatatatata rimbombando sui binari vuoti. Il macchinista apre le porte, si affaccia a controllare la coda del treno. Ha il sole in viso, e la sua porta di spalanca di botto proprio davanti alla pensilina sotto la quale siedo: all'inizio non mi vede, poi si fa ombra con la mano sugli occhi e stringe le palpebre per mettermi a fuoco. Alzo la mano e lo saluto, lui fa lo stesso e sorride generosamente di rimando. E' uno di quegli omoni di ferrovia locale che si riconoscono lontano un chilometro, mi sa di famiglia tanto che sto per dirgli "posso saltare su a fare un giro?", ma poi non lo faccio. Papà glielo avrebbe chiesto senza problemi, credo, ma quanto ho ancora da imparare? Il macchinista, prima di girare la chiave del comando che chiude le porte, mi fa cenno senza parlare: "devi salire, mica?". Rispondo di no, ci salutiamo. Ciao macchinista, alla prossima.
Con l'odore di nafta che la littorina si lascia dietro, all'improvviso mi rendo conto che questo posto sa come quello da cui vengo: le traversine del binario di incrocio e la cornice della passerella tra i binari che si sta sfaldando come cartone sono ancora di legno, quindi oltre al ferro, alla corrente elettrica e al diesel c'era anche quello del castagno di Sardegna catramato e indurito dal sole. Ero all'università quando ho cominciato a sentirmi spaesata in ferrovia, è stato quando le traversine di cemento sono arrivate anche nella mia stazione. Ma allora non lo capivo, sentivo solo che ad ogni grande intervento di manutenzione cambiava qualcosa e io mi sentivo sempre meno a casa. Ci ho messo anni per capirlo, che sul fondo dell'odore della ferrovia c'era questo legno che a un certo punto le stazioni avevano perduto.
Perché continuo a camminare questa ferrovia, perché continuo a venirci, perché mi ostino a voler vedere e mettere i piedi in questo mondo morto che neanche più somiglia a quello che era?
C'è qualcosa, oltre il cancello di queste stazioni, che è andato perduto, che è stato cancellato dal paesaggio-paese da cui vengo e che sto per lasciare per andare ad abitarne uno nuovo. Mi sa che è questo qualcosa di cancellato dietro il cancello - che sta anche dall'altra parte del cervello, come dice la canzone - che cerco. E che ogni volta lo trovo, puntuale, in ogni stazione a dirmi che sì, ormai posso andare perché di quello che mi tratteneva non è rimasto più molto. Quello che vengo a cercare è il segno tangibile della continuità interrotta tra me e quello che mi stava intorno, gli strappi nella trama della tela in cui sono nata e dentro i quali voglio guardare per poter capire e infine partire serena con la valigia che pesa il giusto, ché qualcosa dovrà essere lasciato indietro. Ecco, questo vengo a fare: a passare cancelli di tempi cancellati, scendo alle fermate che nessuno chiede più e che portano fino all'altra parte del cervello, per sapere cosa portare via con me e cosa no sul treno che mi porterà dall'altra parte del pozzo-paese.
Questa stazione forse per qualche tempo è stata salvata da quella fabbrica abbandonata laggiù: ghiaia, lavoro, uomini, voci con la polvere nei polmoni. Ma poi anche qui il mondo è andato avanti. All'angolo dell'incrocio che porta qui c'è una croce di quelle che recano gli strumenti della Passione e, ai suoi piedi, spaccata, la targa di marmo che dice che è qui da cinquantasette anni. Mi ci voglio sedere, in mezzo a questo binario di legno, di erba secca, di mele e di fiori, voglio aspettare qui e mi ci voglio disfare. Quando mi rialzerò, così disfatta, dopo la disfatta, sarò forse pronta per andare avanti anch'io.
(continua)
Ascoltato da keroppa il 07/04/2008 - fermata non richiesta, voce del verbo - commenti
Eravamo giovani e terroni, ma avevamo i nostri maestri.
Ascoltato da keroppa il 01/04/2008 - eus voci, il tempo della fuffa - commenti (3)
Quanti erano arrivati sono ripartiti
Senza lasciare indirizzo
Ma la terra piangeva, sapendo di essere l'eternità.
[E. Glissant, 1985]
*
Napoli sotto la pioggia è nera, stretta, sporca. Tra te e questo posto non è mai corso buon sangue ma ormai ti godi i momenti che passi qui, man mano che si fanno più radi nel tempo, camminando piano, comprando qualche cretinata da cinquanta centesimi su una bancarella, fermandoti sotto i grandi portali dei vicoli che scendono - pendono - al Pendino, sotto 'sti enormi soffitti bui in cui le gocce di pioggia cascano rimbombando, metalliche, dalle grondaie. Dentro un cornetto rosso di plastica, il sentore amaro dell'aria di un'intera giornata di pioggia. Anche di grigi sa essere ricca, questa città a strati, che in giornate così va goduta a pezzi di pochi metri, contando le vàsole che scorrono sotto i piedi, le facce sotto gli ombrelli, le braccia incrociate nelle pescherie d'o Priatòrio, i paia di scarpe bagnate in metropolitana.
Ti guardi intorno, ascolti, ci pensi ancora: da quest'altro punto del pozzo-paese l'innocenza di quegli sguardi altri pare un'incredibile, impossibile, quasi anacronistica ingenuità. Come si chiedeva quello lì: ma loro non hanno sbagliato niente, o gli è andata di culo? Non tanto per la scarsa percezione della gravità di quello che succede, ma per quella gioventù così scandalizzata di fronte a tanto scandalo, e convinta del fatto che fra voi e la risoluzione del problema ci sia poco, molto poco. Che in teoria sarebbe anche vero, poi, ma sarebbe una risoluzione ben diversa da quella auspicata da loro. E appunto quello è il punto: la profonda differenza tra teoria e pratica che qui è chiara a tutti mentre lì no. Mestre e Bassano del Grappa erano davvero, ma davvero convinte che andare prendere a casa il primo nome in cima alla lista dei responsabili e portarlo al linciaggio potrebbe servire a qualcosa. Ma tu te le ricordi, le voci che si rincorrevano il giorno che la moglie di quello lì era finita agli arresti domiciliari, per esempio: chi diceva "ah, vabbuo'", "embè?", e chi "tanto non succederà niente, non ha pagato mai nessuno pe' ccose pure peggio 'e chesta, mo' staje a vede' che pagano questi? Ma a chi vogliono pigliare in giro?". Ecco: non succederà niente anche stavolta. E allora non si capisce: com'è che altrove c'è ancora qualcuno che pensa si possa fare qualcosa e qui no, anche se l'altrove da cui vengono quelle voci innocenti è al terzo posto nel pozzo-paese per reati contro l'ambiente? Perché, perché qui a te viene di pensare che qualcosa, se qualcosa potrà mai cambiare, cambierà solo con una catastrofe, e che la catastrofe è quella che abbiamo già ora sotto gli occhi e che si può ancora far finta di ignorare solo perché si è messa in moto coi tempi della terra che non sono quelli dell'uomo, che è così cieco che quel che va anche solo di poco più lento di lui non riesce nemmeno a vederlo?
Perché loro pensano che se prendi il primo responsabile della lista hai concluso qualcosa, mentre tu sai che appena togli da lì quel nome ne comparirà semplicemente un altro, e un altro, e un altro ancora?
Passano le facce, passano le fermate. Non vuoi pensare così, non hai mai voluto pensare così, e invece.
Dante
Museo
Materdei
Salvator Rosa
Quattro Giornate
Vanvitelli
Medaglie d'oro
Montedonzelli
Rione Alto
Policlinico
Colli Aminei
Frullone
Chiaiano.
Sei stanchissima. Dopo tutti questi anni ancora non hai capito cosa ti ha fatto di male, questa città che non ami e che pure ti spinge a camminarla piano, quando ci torni, come un incantesimo potente che ti prenda ogni volta occhi e piedi. Ancora non hai capito cosa ti ha fatto e ancora hai la forza di dirle, uscendo dalla metro: ti odio.
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|
Eus
Così vengono chiamate in una valle nascosta nel cuore delle Dolomiti Friulane che si apre sotto il cielo come una profonda ferita sulla crosta, sul corpo della Terra.
Eus: Voci. Voci che sono Lingua, Linguaggio, ma anche Geografia e Viaggio. Eus sono le Voci che, prima ancora di capirle, riesci ad intendere. Straniere? Forse. 'Altre', magari. Idiomi, più probabilmente. Sistemi di misurazione. Ma anche no.
Mieç la placja
• E-mail: eus(punto)voci (chiocciola) gmail(punto)com
• E-mages:
Davanti agli occhi...
... e dietro.
Fià...
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