"E' giusto", disse il soprintendente. "Nelle saghe antiche si fa distinzione tra persone ed eventi. Ci sono eroi e uomini da poco. Ci sono grandi eventi quisquilie. O per dirla meglio, gli uomini da poco e le quisquilie non vengono ammessi nelle saghe antiche, di preferenza. D'altra parte la vita mi ha insegnato a non fare distinzioni tra eroi e uomini da poco; tra grandi eventi e quisquilie. Dal mio punto di vista, uomini e avvenimenti sono tutti più o meno alla pari".
*
A vent'anni volevo essere come certi islandesi o svedesi, insomma quella gente di un nord immerso nella stessa luce di certi posti che avevo visitato a occhi chiusi da bambina, capace di mettersi a guardare i granelli di polvere che passano nel cono di luce della lampada sulla scrivania e vedere agitarcisi dentro le visioni notturne dell'umanità intera. Volevo essere come quelli lì, che sapevano il freddo e la voce del ghiaccio, sapevano il tutto e il niente delle stagioni che si contraevano o dilatavano all'infinito, a seconda di come girava il vento.
E invece poi no. Sono nata in un posto caldo dove la luce è dura e non c'è posto per le visioni di nessuno, di giorno come di notte, sicché la fatica più grande per chi ne aveva era cercare di resistere, tenerle in vita, far loro manutenzione, magari tenerle per un po' sotto chiave, almeno finché non diventavano così grandi da mettere le gambe e così intense da non poterle più trattenere, ed essere costretti a lasciarle andare. Nella luce dove sono nata era - ed è ancora - così: bisognava evitare di lamentarsi se qualcosa ti si agitava dentro, e a quel qualcosa bisognava dare da mangiare di nascosto rubando la verdura cruda dall'orto del nonno fino al giorno in cui il qualcosa stesso ti avrebbe chiesto con la forza della sua propria voce di essere liberato. Il rischio era che la pazienza si trasformasse in un carceriere troppo duro e il qualcosa andasse a morire prima del tempo, ma che ne sapevamo? Si doveva pur trovare il modo di dormire, tra un sogno e l'altro. Bisognava provare. Ma nella luce in cui tutto doveva e poteva essere solo reale, qualcosa era un nome che non giustificava spreco di cura, di sguardo, di voce. Qualcosa non era cosa, e quindi non si poteva impiegare alcuna forma di energia, o di tempo, per cercare di capire, un domani, la forma che avrebbe potuto prendere. Non era certo, quindi non c'era verso. La luce del sud da cui vengo era così: i sogni non erano segni, i segni non avevano niente a che fare con i sogni, e quell'unica vocale che li separa era il più invalicabile dei confini. Cercare di metterli in comunicazione era una sorta di abominio, e se per caso nella luce veniva fuori qualcuno che scopriva che quella vocale poteva essere anche una porta, una membrana morbida e porosa da cui poteva passare di tutto, apriti cielo. In quella luce, tutto quel che non è vero non ha diritto di esistere, e così ecco che l'unico modo per venirne a capo era rimettere insieme quello che avevamo a disposizione in un altro modo, già solo cambiando l'ordine delle cose quello che veniva fuori era diverso da prima, stavamo già immaginando e non lo sapevamo, segno e sogno si confondevano ma ci avremmo messo una vita intera per capirlo, in quel momento la sola cosa che importava era che finalmente c'era qualcosa che era vivo anche se non era reale, ma che ugualmente era vero, era nostro e neanche la luce tagliente del mediterraneo avrebbe potuto sottrarcelo, se solo avessimo avuto la pazienza di aspettare, di aspettare ancora solo un altro poco.
*
E la nonna disse: "Il nostro Björn ha sempre voluto che il piccolo Grìmur avesse da noi qualcosa che nessuno potesse portargli via in qualsiasi momento. (...) La ricchezza è quello che gli altri non possono possono portarti via".
*
- Occhei, ma comunque perché dici noi?
- In che senso?
- No, perché noi è sbagliato. Non c'era nessun noi. Tutto vero sulla questione del qualcosa, per carità, ma una volta che c'avevi 'sto qualcosa che dici tu era finita, finiva tutto, finiva lì. Bastava provare a parlarne una volta e capivi che qualcosa t'avrebbe rovinato la vita.
- Essì, c'hai ragione.
- Ma tu ti ricordi che piccoli cuòppi di silenzio che eravamo?
- Sì, mamma mia. Quei tremendi maglioni anni novanta e tutte quelle lettere...
- Ci scrivevamo lettere perché non sapevamo che altro fare, come cavolo si maneggiava quel qual-cosa...
- ... che non si poteva dire?
- Ecco. Non aveva nessun senso, ma eravamo sempre così... agitate.
- Vero. E di qualsiasi cosa si trattasse, non si riusciva a parlarne. Che due palle.
- Sì, ma chissà perché, poi? E quello era anche ben prima dei vent'anni. A volte penso che sia tutta colpa della Brizzi.
- Ummadonna, sì... noi c'avevamo pure l'aggravante della professoressa che ci aveva messo in testa che chi non ha paura di farsi il culo a tarallo può cambiarle, le cose.
- Già, e così diventava una guerra. Tra quello che c'avevi dentro, quello che non si poteva dire fuori, e quegli altri momenti ancora, in cui qualcosa sembrava possibile.
- Eh, guerra. Non diciamo cazzate, la guerra la facevate casomai tu e quell'altro, che eravate così belli e bravi e ottimisti. Io c'avevo solo il panico.
- Ah, sì, me lo ricordo, quell'anno che bastava dirti una certa frase per farti scoppiare a piangere a comando.
- Però è vero, che non c'era nessun noi. Non ancora.
- Sì. Cioè, mi piangevi come una fontana tra le braccia tipo una volta a settimana, ma io mica sapevo bene perché.
- Be', ma non aveva tanta importanza, penso. Sapevi che io avevo qualcosa, come era per te. Tu scrivevi sempre, ma io mica sapevo cosa. Funzionava così, non c'era bisogno di sapere molto altro. Poi abbiamo messo via tutto dietro una porta blindata, se non altro per una questione di sopravvivenza. Siamo sempre rimaste separate, finché ognuna di noi non è stata inghiottita dal suo personale delirio. Solo allora...
- ... è venuto fuori noi.
- Sai che a volte mi chiedo come abbiamo fatto a venirne a capo.
- Non era questione di venirne a capo. E' che c'era quest'idea comune che i nodi si dovevano sciogliere. Invece no, bisognava conservarli, ma che ne sapevamo.
- ...
- ...
- Comunque era proprio il Diaz, che era un posto strano.
- Vabbe'. E insomma, cos'è successo dopo?
- Ah, sì, be'... niente, che seguendo i binari siamo arrivati a Pesche.
*
[continua]
Ascoltato da keroppa il 15/11/2009 - eus voci, fermata non richiesta - commenti
Oggi che le Isole Polinesiane, soffocate dal cemento armato, sono trasformate in portaerei pesantemente ancorate al fondo di Mari del Sud, che l'intera Asia prende l'aspetto di una zona malaticcia e le bidonvilles rodono l'Africa, che l'aviazione commerciale e militare viola l'intatta foresta americana o melanesiana, prima ancora di poterne distruggere la verginità, come potrà la pretesa evasione dei viaggi riuscire ad altro che a manifestarci le forme più infelici della nostra esistenza storica? Questa grande civiltà occidentale, creatrice delle meraviglie di cui godiamo, non è certo riuscita a produrle senza contropartita. Come la sua opera più famosa, pilastro sopra il quale si elevano architetture d'una complessità sconosciuta, l'ordine e l'armonia dell'Occidente esigono l'eliminazione di una massa enorme di sottoprodotti malefici di cui la terra è oggi infetta. Ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell'umanità.
Capisco allora la passione, la follia, l'inganno dei racconti di viaggio. Essi danno l'illusione di cose che non esistono più e che dovrebbero esistere ancora per farci sfuggire alla desolante certezza che 20.000 anni di storia sono andati perduti. Non c'è più nulla da fare: la civiltà non è più quel fragile fiore che, per svilupparsi a fatica, occorreva preservare in angoli riparati di terreni ricchi di specie selvatiche, indubbiamente minacciose per il loro rigoglio, ma che permettevano anche di variare e rinvigorire le sementi. L'umanità si cristallizza nella monocultura, si prepara a produrre la civiltà in massa, come la barbabietola. La sua mensa non offrirà ormai più che questa vivanda.
Un tempo si rischiava la vita nelle Indie o in America per conquistare beni che oggi sembrano illusori: legna da bruciare (da cui "Brasile"); tintura rossa o pepe che alla corte di Enrico IV era considerato a tal punto una ghiottoneria che usavano tenerlo nelle bomboniere e masticarlo a grani. Quelle scosse visive e olfattive, quel gioioso calore per gli occhi, quel bruciore squisito per la lingua, aggiungevano un nuovo registro alla gamma sensoriale di una civiltà che non si era ancora resa conto della sua scipitezza. Diremo allora che, per un doppio rovesciamento, i nostri moderni Marco Polo riportano da quelle stesse terre, questa volta sotto forma di fotografie, libri e resoconti, le spezie morali di cui la nostra società prova un acuto bisogno sentendosi sommergere dalla noia?
Un altro parallelismo mi sembra ancora più significativo. Questi moderni condimenti sono, che lo si voglia o no, falsificati; non certo perché la loro natura sia puramente psicologica, ma perché, per quanto onesto possa essere il narratore egli non può più presentarceli sotto forma autentica. Per metterci in condizione di poterli accettare è necessario, mediante una manipolazione che presso i più sinceri è soltanto inconscia, selezionare e setacciare i ricordi e sostituire il convenzionale al vissuto. Apro i libri di questi esploratori: trovo ad esempio che certe tribù mi vengono descritte da loro come ancora selvagge e conservanti fino al momento attuale gli usi di non so quale umanità primitiva, messa in caricatura in pochi capitoli buttati giù alla meglio; mentre le stesse tribù io le avevo analizzate per settimane intere della mia vita di studente, annotando opere che ancora cinquant'anni fa, e talvolta anche più recentemente, uomini di scienza hanno dedicato al loro studio, prima che il contatto con i bianchi e le epidemie susseguenti non le avessero ridotte a un pugno di miserabili sbandati. [...]
Questi primitivi, che basta aver visto una volta per esserne edificati, queste cime di ghiaccio, queste grotte e queste foreste profonde, templi di alte e proficue rivelazioni, sono, per diversi aspetti, i nemici di una società che recita a se stessa la commedia di nobilitarli nel momento in cui riesce a sopprimerli, mentre quando erano davvero avversari, provava per essi solo paura e disgusto. Povera selvaggina presa al laccio della civiltà meccanizzata, indigeni della foresta amazzonica, tenere e impotenti vittime, posso rassegnarmi a capire il destino che vi distrugge, ma non lasciarmi ingannare da questa magia tanto più meschina della vostra, che brandisce davanti a un pubblico avido gli album di foto a colori al posto delle vostre maschere ormai distrutte. Credono forse così di potersi appropriare del vostro fascino? Non soddisfatti ancora e neanche coscienti di distruggervi, devono febbrilmente saziare delle vostre ombre il cannibalismo nostalgico di una storia dalla quale siete già stati sopraffatti. [...]
Insidiosamente, dunque, l'illusione comincia a tessere le sue trame. Vorrei essere vissuto al tempo dei "veri" viaggi, quando offrivano in tutto il suo splendore, uno spettacolo non ancora infangato, contaminato e maledetto; vorrei non aver io stesso oltrepassato questo limite, ma, come Bernier, Tavernier, Manucci... Ma non si finirebbe più di recriminare. Quando, dunque, si sarebbe dovuto vedere l'India? In che epoca lo studio dei selvaggi brasiliani avrebbe dato più soddisfazione, facendoli conoscere nella forma più autentica? Sarebbe stato meglio arrivare a Rio nel XVIII secolo con Bougainville, o nel XVI con Léry e Thevet? Ogni lustro all'indietro permette di salvare un'usanza, guadagnare una festa, partecipare a una credenza di più. Ma conosco troppo i testi per non sapere che, togliendomi un secolo, rinunzio nello stesso momento a informazioni e curiosità che arricchiscono il mio pensiero. Ed ecco davanti a me il cerchio chiuso: meno le culture umane erano in grado di comunicare fra loro, e quindi di corrompersi a vicenda, meno i loro rispettivi emissari potevano accorgersi della ricchezza e del significato di quelle differenze. In fin dei conti, sono prigioniero di un'alternativa: o viaggiatore antico, messo di fronte a un prodigioso spettacolo di cui quasi tutto gli sfuggiva - peggio ancora, gli ispirava scherno e disgusto - o viaggiatore moderno, in cerca di vestigia di una realtà scomparsa. Nell'uno e nell'altro caso, sono sempre in perdita, e più che non sembri: poiché, io che mi rammarico di trovarmi davanti a delle ombre, potrei forse comprendere il vero spettacolo che prende forma in quell'istante, o il mio grado di umanità manca ancora della sensibilità necessaria? Fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e che mi è sfuggito. Vittima di una doppia incapacità, tutto quel che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza.
[Claude Lévi-Strauss, da Tristi Tropici, 1955]
Ascoltato da keroppa il 03/11/2009 - eus voci, wor l ds - commenti
Che cosa accadeva? Non accadeva niente in realtà, tranne che il sole si preparava a sorgere.
*
Metto insieme lettere deserte dal deserto delle lettere, eppure di scriverti non mi è mai passata la voglia, anche dopo tutto questo tempo. Da dietro questi finestrini volevo dirti di quanto ancora mi piace fermarmi a prendere il cappuccino, al mattino presto, ovunque mi capiti di trovarmi. Come ieri a Gaiarine, dove mi sono detta: mi fermo al terzo che incontro, e così mi sono ritrovata in un bar tutto arancione, davanti ad una betoniera di schiuma fumante e due fette di pane di zucca col miele, mentre fuori il sole faceva fatica a diventare giallo risalendo a stento la foschia. Volevo dirti di come questa piccola Italia profonda continui a riempirmi di sorprese, e raccontarti di come ho cominciato a vedere solo adesso tutta un'armata di autobus, per esempio, ai quali prima non avevo mai fatto caso pur avendoli avuti sempre davanti agli occhi, ovunque qui in città. Sì, allora volevo parlarti proprio di questo, delle corriere e dell'esercito di presenze che le abitano, e di come questo popolo che ci vive e ci lavora sopra a volte sembri la proiezione su gomma della ferrovia che ho conosciuto nei luoghi da cui sono venuta: certo, qui si viaggia su - e in - tempi totalmente diversi, ma anche questa dimensione, per quanto parallela, è fatta di tutti gli accenti d'Italia, di sfoghi di pressione e minuti contati, curve, rettilinei e deuteroapprendimento. Mh. Stamattina poi uno dei piccoli, l'ultimo dal quale me lo sarei mai aspettato, mi ha colto di sorpresa correndomi incontro nel piazzale, abbracciandomi e urlando MI MANCHIII!, mentre l'autista artista - il primo, quello che non si scorda mai - salutava dall'alto del suo trono ammortizzato con un sorriso largo così. Pareva niente di che, quando ci stavo sopra, quel piccolo ma efficiente ingranaggio che avevamo messo in essere, e invece ecco che all'improvviso ne valeva la pena, che ne vale sempre la pena. E' un deserto di tenerezza, quel piazzale, e parla una lingua tutta sua, desertica anch'essa, arida e morbida come il paesaggio dell'Erg. E c'erano stazioni... no, fermate, e orari, e un viaggio che si fa insieme, sul filo di una linea.
Quanto basta, dirai tu. Quanto basta per non averne abbastanza, almeno.
Ascoltato da keroppa il 07/10/2009 - wor l ds, solipsismi, infralogie, microniente - commenti

Tu eri una goccia di vetro
ma io avevo mani da badile.
Non ci siamo mai salutati su quella collina
dove l'aria e il vento che avevi dentro
sono tornati nel blu
insieme a tutto il resto.
Ascoltato da keroppa il 17/09/2009 - dialoghi, solipsismi, sguardi - commenti

The day you went away
you had to screw me over,
I guess you didn't know.
All the stuff you left me with
is way too much to handle,
but I guess you don't care.
You don't need to preach,
you don't have to love me all the time.
Whatever on earth possessed you
to make this bold decision
I guess you don't need me.
While whispering those words
I cried like a baby
hoping you would care.
You don't need to preach,
you don't have to love me all the time.
You don't have to preach
all the time.
[The Gathering, Saturnine, 2000]
Ascoltato da keroppa il 30/08/2009 - eus voci, sguardi, infralogie - commenti

So there it is in words
precise
and if you read between the lines
you will find nothing there
for that is the discipline I ask
not more, not less.
Not the world as it is
nor ought to be –
Only the precision
the skeleton of truth
I do not dabble in emotion
hint at implications
evoke the ghosts of old forgotten creeds.
All that is for the preacher
the hypnotist, therapist and missionary.
They will come after me
and use the little that I said
to bait more traps
for those who cannot bear
the lonely
skeleton
of truth.
[Gregory Bateson, 1979]
Ascoltato da keroppa il 26/08/2009 - eus voci, wor l ds, infralogie - commenti
Un filo alla volta, riprendere tutti i discorsi.
"Ma era solo un sogno".
E che c'entra? Ho dato la mia parola.
Gli impegni vanno onorati
in qualsiasi strato della vita decidiamo di prenderli.
*
E' ora.
Ascoltato da keroppa il 21/08/2009 - in somnus, fermata non richiesta - commenti
La mensa del dopolavoro ferroviario manda, dalle cucine, odore di latrina, ferro, frittura di pesce bruciata. Del resto è venerdì. I giubbotti nel magazzino, quelli arancioni con le bande catarifrangenti, chiazzati di grasso dai polsini in su, intorno alla cintura e sui cappucci, sono appesi ai ganci in una lunga fila sulla parete, saranno una quindicina. Dalla porta si intravede in un angolo una lavatrice, il cui oblò spalancato attende un altro mucchio di giubbotti sudici, accatastati sulla sedia lì accanto. In fondo al primo binario, sul limite del confine della zona passeggeri, oltre la linea gialla che dice che la stazione per i comuni mortali termina in quel punto, c'è una distesa di fiori di tiglio, di future more e aria di stazione. Com'era? Acqua stantìa, ferro, polvere. Sì, era così.
Ecco: la stazione di Pordenone ci mette, di suo, i tigli. Aria di stazione e profumo di tigli da giugno ad agosto. Verso settembre, invece, sono i funghi dei Giardini Cattaneo. A gennaio-febbraio è, lo ricordo bene, freddo, nebbia e caffè.
*
Mentre annusiamo l'aria facendo smorfie, finalmente annunciano il nostro treno.
- E poi? Cosa avete fatto dopo?
- Niente. Abbiamo continuato a camminare per tutta l'estate.
- Ma perché, poi?
- All'inizio non lo capivo nemmeno io. Capitavo questi posti in cui non ero mai stata prima, eppure mi ci muovevo dentro come se ci fossi nata e cresciuta. Come succede a volte nei sogni, hai presente.
- Hm, sì.
- E di tutte le cose che non capivo, quella che capivo di meno era come mai non riuscissi a starne lontana. C'erano dei giorni in cui sentivo una specie di... urgenza. Dovevo mettermi a cercare, e poi andare, e trovare. Quando ci riuscivo, mi pareva di aver portato a compimento qualcosa. Ogni volta che potevo aggiungere un punto sulla mappa ero soddisfatta, sorridevo per giorni, contenta come una bambina.
- Be', sì, lo so. Eri contagiosa. E a dire il vero lo sei ancora.
- Quando succede. Sì, e forse esagero.
- Non lo so, ma credo che in quei momenti ti riesca di far entusiasmare persone alle quali non verrebbe mai in mente di dare un qualsiasi peso a stazioni e ferrovie. Abbandonate, soprattutto.
- Non ci posso fare niente. Mi viene così, e sul momento non mi rendo neanche tanto conto.
- E' curioso, in effetti, per essere una cosa di cui non conosci nemmeno le ragioni.
- Be', non è proprio così.
- Cioè.
- E' successo che poi a un certo punto ho capito.
- Cosa.
- Che non erano sogni, semplicemente.
- Be', ma se non erano sogni...
- ... esatto. Erano ricordi.
- Memoria.
- Già.
- E dunque? Capirci qualcosa un più ti avrà calmata un po', no?
- Ma quann' maje.
- ...
- Che ti devo dire? Da lì in avanti, è stato ancora peggio.
Ascoltato da keroppa il 21/08/2009 - dialoghi, 33170 il porto, fermata non richiesta - commenti
- Dici sempre le stesse cose.
- Lo so.
- E dunque.
- Be'. Me ne fotto.
*
C'è gente incastrata dappertutto.
Ascoltato da keroppa il 30/07/2009 - dialoghi, microniente - commenti

Ci vado ogni volta che posso, dicevi una volta, anche se sarebbe più giusto dire che ci torno.
Passano gli anni e succede ancora, e continuerà ad accadere. Di nuovo, e ancora, e ancora. Da questa soglia, da questa cicatrice sulla pelle della terra che fa da ponte tra due regioni, due fiumi, due lingue, duemila morti e altrettanti vivi, due epoche e un'infinità di silenzi, non te ne andrai mai più, che tu decida di restare in questa terra per tutta la vita o meno. Come da quell'altra soglia, quella sulla quale sei nata. Continui a restare incastrata in questi punti di passaggio tra paesaggi e non sai perché, fino a confonderti con essi. Sei il filo d'erba senza nome sui prati che precipitano a valle dal Pra de Salta, mentre prendi le misure e segni il punto preciso in cui siedi, così, a sentire l'aria delle sette e dieci del mattino. Ecco: un puntino grigio di grafite sopra il foglio 21 della Carta Tabacco. Chiudi gli occhi, rilassi i muscoli della schiena e ti lasci inchiodare ancora un momento dalla dolce spinta della gravità sull'erba grassa di pascolo, fradicia di rugiada e intrisa dei ronzii di milioni di minuscole ali. Ma è tutto capovolto, in realtà, e tu sei attaccata a una parete sospesa sullo spazio. Dovresti cadere nel cielo che hai sulla testa e invece, puntino grigio sul foglio 21, resti invisibile e pacificamente, serenamente incastrato qui: dove gli uomini passano come fili d'erba, le vacche fanno latte e spezzatino, le nuvole scendono sul lago a farsi nebbia, e le frane diventano foreste di larici.
Ascoltato da keroppa il 29/07/2009 - atlante minimo, solipsismi, sguardi, pronomi - commenti
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
Keep on with the force, don't stop,
don't stop 'til you get enough.
[M. Jackson, 1979]
Ascoltato da keroppa il 11/07/2009 - eus voci, wor l ds - commenti (4)
Vuoi morire e vivere insieme, e pure vuoi tutto ma che sia un niente. Sei sveglia, adesso, perfettamente sveglia, ma le immagini del giorno e quelle della notte hanno esattamente la stessa sostanza. Sogni case. Case piccole, a giochi già chiusi, luoghi densi di fremiti e di forme, odori pungenti, umani intensi. Ieri era questa casa rossa, una cantoniera dell'ANAS o una vecchia stazione molisana, rosso pompeiano, che ti veniva da strusciare la pelle su ogni spigolo, con una specie di istinto da gatto senza pelo. E poi c'era qualcuno - sempre quello - che parlava, parlava, parlava. Era venuto a prenderti da non si sa dove, era notte e pioveva, lui guidava e raccontava, di un qualche teatro, qualcosa che era successa, e ti faceva ridere di cuore mentre dentro pensavi che allora lui è così, proprio così come te l'eri immaginato, forse anche meglio perché per la verità non ti eri immaginata mai niente oltre la sua voce e il suo odore. E ti era venuto da pensare a quell'altro, che invece t'aveva messo tutta quella tristezza perché era stato tutto dentro, e quindi completamente fuori, la tua testa. E così, in macchina, adesso c'era lui che ti parlava come un fiume in piena, che quasi non potevi dire una parola e ti lasciavi annegare dalla sua voce col godimento totale dei bambini... e poi a un certo punto basta, eravate in casa, nella tua casa rossa come il didentro delle labbra, e lui continuava a dire che c'era questo o quello che dovevi leggerlo as-so-lu-ta-men-te, fino a che non aveva preso quel libro rosso come la tua casa, lo aveva aperto sulla scrivania e chiesto a che pagina fosse il passo sulla non-probabilità della serie decimale. Allora vi eravate seduti a leggere insieme, finché non avevi sentito il calore di una mano su una spalla. Le parole si sono interrotte allora per un lungo momento elettrico prima di riprendere il loro corso, la loro corsa dall'imperfetto al presente più prossimo, per poi, alla fine, cadere su un nome. E' un nome di donna, che non si sa chi sia se non che è sua. Ma intanto le parole hanno ripreso a correre, mentre fuori la pioggia martella i vetri e mentre lui ancora ti parla delle cose belle che dovresti leggere senza mai toglierti il palmo caldo dalla spalla, finché a un certo punto si alza e si allontana dicendo solo vado, sparendo d'improvviso senza nemmeno passare dalla porta. Il punto in cui stava appoggiato il suo palmo si apre allora come una finestra sulla pelle, e senza più la protezione della sua mano non può difendersi dall'arrivo di una freccia di freddo che ti colpisce in pieno, sicché dalla spalla scende verso il resto del dentro lento, vischioso come una colata di olio gelido che ti si rapprende nei muscoli fino ai piedi. Un attimo dopo senti di nuovo bussare alla porta rossa della tua casa rossa, con uno sforzo enorme vai ad aprire e lui è di nuovo lì, zuppo di pioggia. Entra e si siede, augusto ed esausto, su un angolo del letto bianco, ma adesso che è all'asciutto non smette di grondare, perché no, non è solo la pioggia quella che ha addosso, e scoprendo le spalle dalla camicia fradicia si vede che in realtà è la sua stessa pelle che... no, non suda, ma piange, versando lacrime abbondanti neanche fosse interamente ricoperta di occhi disperati. Con i gomiti appoggiati sulle ginocchia adesso lui non parla più, ha il capo chino e guarda a terra con la faccia di uno che ha fatto una fatica immensa e non ha più niente da dire, con le lacrime che ancora scendono dagli occhi invisibili sparsi sulla sua pelle rigandogli la testa, le braccia, le mani, la schiena, le ginocchia. Adesso sei tu a posargli una mano sulla spalla, a proteggere quell'apertura nuda e indifesa come lui aveva fatto con te poco prima, sebbene quel freddo oleoso non ti abbia ancora lasciato.
- Non preoccuparti, tra poco smette.
E' solo un filo di voce che adesso ti parla, senza alzare la testa.
- Ma cosa... è successo?
ti scappa da dire, e pure d'improvviso ti è chiaro che non avresti dovuto.
- Niente... è quel nome di prima. Adesso non c'è più. Restami dentro ancora un poco, e poi mi ritiro.
- Ma...
- Sì, è vero, c'è il merci che passa tra poco.
- Già. Devo salutarti.
- No. Vengo anch'io.
- Come. Perché?
- Perché non ne posso più di questa pioggia. Questa.
sottolinea indicandosi la schiena. Poi la sua mano si apre, si porta sulla tua che ancora lo protegge, ti preme forte il palmo contro la sua spalla.
- Ancora un poco. Ti prego. Solo un poco. Poi andiamo.
Poi il silenzio si fa lungo, lungo, largo come una vita. Solo dopo un'enormità o due, si fa infine ora.
- Se vuoi venire, dobbiamo andare.
- Sì, lo sento che arriva. Ma devi riprendere i discorsi che hai lasciato. Anche di quello non ne posso più.
- Va bene. Era che avevo freddo.
- Sì, lo so. E' colpa mia, mi spiace.
- Non importa. Andiamo.
- Sì.
- Dimmi solo una cosa, prima.
- Cosa.
- Quando finirà l'assedio?
- Mai. Per te, intendo. Sì, credo mai.
- Mi sembra equo. Ma prometti che ogni tanto ti girerai dall'altra parte. Ci sono dei momenti in cui anch'io non ne posso più. Di te.
- Perché?
- Perché come compagno di viaggio sei silenzioso, lo dicono tutti ed è vero. Ma sei ingombrante.
- E' vero. Ma è equo anche questo. Va bene.
- Andiamo, allora.
- Andiamo.
Un momento dopo siete in cammino, in silenzio, curvi sotto una pioggia battente calda e salata come sudore. Le luci dei lampioni che illuminano la casa rossa si sono allontanate di colpo, adesso che siete in cima alla collina dove la ferrovia fa una curva si vedono bene, anche se piccole e intermittenti.
Poi, dal basso, alla vostra sinistra, nel buio inizia a salire un familiare chiasso di ferro su ferro. E' una manciata di attimi. Passa il locomotore, iniziano i carri da legname, vuoti. Lui ne lascia passare qualcuno poi ti strattona una manica della maglietta quando decide che è il momento di iniziare a correre. Si aggrappa ad uno dei pali scuri mentre la pioggia smette d'improvviso, ti tende un braccio e con un unico, liquido movimento di muscoli salta su tirandosi appresso anche te, senza fare rumore. A cavalcioni di un palo a testa, con le gambe penzoloni fuori dal carro aperto, siete ormai andati, con l'aria caldissima che in un momento vi asciuga, ai margini del paesaggio nero. Nessuno dei due ha più freddo, il cielo ha smesso di sudare, la pelle ha smesso di piangere.
*
Durò meno di un paio di minuti. Poi Byron giacque in mezzo al sottobosco calpestato e stroncato, sanguinando lentamente in faccia, udendo gli schianti dei cespugli continuare, cessare, svanire nel silenzio. Poi è solo. Non avverte più alcun dolore particolare, ma quel che è meglio, non avverte più fretta, urgenza, di fare qualcosa o di andare da qualche parte. Semplicemente se ne sta lì disteso in silenzio, a sanguinare, sapendo che fra un po' verrà il momento di rientrare nel mondo e nel tempo. (...) E' lì disteso quando sente il fischio del treno a un incrocio distante mezzo miglio.
Questo lo scuote; questo è il mondo e anche il tempo. Si tira su a sedere, lentamente, esitando. 'Comunque, non ho niente di rotto' pensa. 'Voglio dire, non ha rotto niente di mio'. Sta facendosi tardi: è di nuovo il tempo, adesso, e in esso la distanza, il muoversi. 'Sì, devo muovermi. Devo andare avanti così riesco a trovare qualcos'altro in cui immischiarmi'. Il treno si avvicina. Già il ritmo della locomotiva, con la salita che comincia a farsi sentire, è diventato più breve e più forte; ben presto vede il fumo. (...) Si avvicina al limitare del sottobosco, dove può vedere i binari. Adesso la locomotiva è in vista, quasi gli viene addosso sotto i ritmici, forti scoppi di fumo nero. Fa un terribile effetto di non moto. Eppure si muove, strisciando terribile verso il culmine della salita. In piedi ora al margine dei cespugli, la guarda avvicinarsi e passargli davanti, faticando lenta, con l'estasiato, infantile rapimento (e forse struggimento) della sua educazione campagnola. La locomotiva passa oltre; i suoi occhi vanno avanti, a guardare i carri che, uno dopo l'altro, avanzano lenti e superano il culmine, quando per la seconda volta in quel pomeriggio vede un uomo materializzarsi come dal nulla, nell'atto di correre.
Ascoltato da keroppa il 16/06/2009 - in somnus, pronomi, fermata non richiesta - commenti

(e dentro un gran casino)
Ascoltato da keroppa il 14/06/2009 - sguardi, stagioni diverse, 80100 la sirena - commenti
I paesi che passano: sono i lembi di campagna, le istantanee di boschi, di acque, di monti, di mura e di tetti, di comignoli e di campanili, i frammenti di mondo che ci lasciamo dietro ogni qual volta un'automobile, un treno, non importa che, ci porta via per l'orbe terracqueo insieme alla nostra smania irrequieta di mutar sito. La velocità ce ne dà, ce ne toglie, ce ridà inesauribile. E' come se ci si sfogliasse dinanzi rapidamente un vasto albo di paesaggi colorati. L'uno è una chiesetta abbandonata, chiusa, sommersa quasi nelle foglie di un formidabile tiglio che le è al fianco, e par più umile, si direbbe, all'ombra di quella gran protezione; l'altro, un villaggio chiaro che guarda verso il mare con aperte tutte le imposte verdi delle sue finestre, mentre sopra di lui fa il broncio un rudere che nemmen l'edera più vuole, e forse è di mal umore perché si sente pizzicare in basso dalle ortiche; l'altro, una brughera rossigna, deserta, rotta da pozze livide, dove ci si deve sentire soli angosciosamente, come in esilio, a passarci sull'imbrunire... E via... Ad ogni impeto di stantuffo è una fisionomia nuova, un aspetto diverso. Paesi di un istante, paesi appena intravveduti e perduti, ora immobili e silenziosi sotto l'azzurro come nell'abbandono di un pomeriggio domenicale al tempo che la gente è ai vespri, ora tormentati sotto nuvole di tempesta che li popolano dei loro spettri pallidi o violastri, ora sbocciati nell'alba come fiori, ora spossati di sonno, presi dall'afa, dalla canicola, ora trasfigurati nella nebbia, bianchi addormentati in braccio all'inverno, - paesi fugaci, paesi che un battere di palpebre rinchiude e lascia, quanti ne abbiamo veduti passare nelle nostre peregrinazioni e nelle nostre corse! Alcuni rimangono pur nitidi nel ricordo come rimane nitida la visione colta in un lampo; altri, ci pare, li abbiamo veduti come in sogno in tempi immemorabili, altri si sono spenti affatto da ogni memoria, altri ci hanno lasciato nel cuore una infinita nostalgia.
Signor lettore, ella troverà che al momento attuale ci sono ben altre questioni cui pensare e altre faccende cui attendere, che divagare dietro qualche aiuola di insalata che scappa rigata rigata di fili di telegrafo, o qualche casa cantoniera - sia pure tutta gocciolante di grappoli lilla di serenelle - che dilegua entro una tormenta di fumo. - Bravo! io sono precisamente dello stesso parere. Ma per le cose gravi, istruttive, solenni, pei grandi ed ardui problemi del momento ci sono le persone ad hoc che hanno ricevuto dalla divina provvidenza l'incarico di illuminare il mondo. - Ce n'è una, almeno, da ogni barbiere, e almeno dieci in ogni caffè all'ora del vermouth. Poiché il signor lettore e poiché io stesso siamo sicuri che avremo sempre, quando vorremo, a nostra disposizione chi ci schiuderà le arche della sapienza, possiamo pure battere un po' insieme la campagna. E poi, pigliar aria è sempre di attualità. Senza contare che con poca o punto fatica, solo guardando e immaginando, c'è pur modo di fare bellissime riflessioni.
Questi paesi che passano, - spruzzi di calce nel verde, - sono molecole spicciole di umanità che ci fan cenno. Noi, molecole spicciole, alla nostra volta, siamo loro legati nel gran lutto più che non pensiamo. Indoviniamo quei cenni.
Lo dicevo a me stesso, uno di questi giorni, mentre un treno mi trascinava traverso un liscio, vasto, dolce lembo d'Italia, primaverilmente fresco, frattanto che mano a mano, sotto i ponti rimbombanti, in tortuosi e rapidi luccichii, si succedevano l'Arda, il Taro, la Secchia, il Panaro, il Reno...
Il muricciuolo sgretolato, - striscia di ciottoli fra due prati irta di ciuffi d'erba, - mi evocava una lite di confine e le ire di un Capuleto e di un Montecchio di campagna guerreggianti a colpi di carta bollata; il vecchio fico ramoso al disopra dell'orto della Pieve mi rammentava, - una vigilia di sagra, - un passo tardo di prete in meditazione sul suo panegirico pel domani; fuori del borgo, la pergola della trattoria sul limitare del ponte mi rappresentava la siesta, confortata di pipa, di bicchiere e di chiacchiere, del capitano in pensione e del ricevitore del registro a riposo; la panca sotto il platano a capo della stradetta che fra due siepi diverge al camposanto mi diceva la refezione del merciaiolo ambulante seduto a prendere lena, e la fantasia mi popolava i parapetti dei giardini di testoline di fanciulle, e mi faceva sentire la nostalgia del giovinetto contabile, prigioniero del suo sgabuzzino, che improvvisamente ridestava a sogni di libertà, di viaggi, di luoghi nuovi ed ignoti, lo strepito del convoglio ripercosso un attimo dalle lunghe mura dell'opificio rasente la linea.
E ad una visione seguiva un'altra visione.
C'è un'arte di «vedere il paesaggio». I luoghi hanno una loro propria fisionomia, e la fisionomia ha un significato, rappresenta quasi un carattere, uno stato d'animo. I salici lungo i fossi soffrono d'ipocondria, certe casupole chiuse sull'orlo dei boschi cospirano e pare meditino un agguato, la terrazza della villa è beata che tutti l'ammirino ad allargare le braccia sul parco, i pioppi del viale si seccano di stare eternamente uno in fila all'altro come collegiali in processione e vorrebbero sbandarsi; lo stagno immoto guarda rassegnato il volo delle nuvole libere, che appena lo toccano di un riflesso dileguano, le cancellate hanno l'aria di schiere di sentinelle colle aste, il villaggio in cima al poggio ha una piccola anima civettuola e festosa, e si lascia volentieri corteggiare dai gelsomini rampicanti e dai vigneti, che salgono ad abbracciarlo; e ci sono i paesaggi appassionati, scenarii di tragedia; i paesaggi raccolti, fatti pel romitaggio di qualche studioso meditabondo; i paesaggi innocenti, le grandi praterie aperte, senza misteri, che si lasciano leggere fino in fondo all'orizzonte; i paesaggi irritanti, malevoli, aggressivi, che non hanno amici, i paesaggi da luna di miele, i paesaggi da rapimento romantico...
E ciascuno suggerisce un nome. Qual è il loro vero? Non importa. La fantasia gliene adatta uno, ed è quello che conviene. Ecco «l'oratorio di Santa Maria dell'Acqua». Ai suoi piedi si allarga in laguna il gomito del fiume, e l'acqua, gli anni cattivi, deve essere salita ad inondarlo e fu miracolo se non lo travolse. Come si chiama quel paese? Non lo so, ma io lo battezzerei «Biancolano». E' come un immenso bucato steso sull'erba. E quest'altro? Mettiamo che si chiami «Monastirolo della Torre». E' facile comprendere il perché. E questo ancora? Regaliamogli il nome di «Borgocivitella». E' un borgo che si industria, che fa tutto quello che può per parere una piccola città. Ci ha i casotti del dazio, un edificio che deve essere un collegio, un viale, quattro campanili, due carabinieri fermi al passaggio a livello in attesa che s'aprano i cancelli passato il treno. In questo momento la figlia del notaio (è impossibile che non ci sia un notaio a «Borgocivitella» e che il notaio non abbia una figlia) sta studiando (me lo immagino) la sua lezione di pianoforte con grande diletto dei vicini, e nel Caffè della Piazza (è l'immancabile caffè dell'immancabile piazza) il bellimbusto del luogo fa il galante colla graziosa padroncina seduta al banco, e a un tavolino due pacati borghigiani - due luminari di «Borgocivitella» - levano tratto tratto il naso dalla chicchera del caffè e dai giornali del mattino a scambiarsi le loro vedute sulla politica. Il portalettere ha recato questa mattina, alla moglie dello speziale, una lettera del figliuolo che si trova al fronte e durante tutta la giornata se ne parlerà...
Ed il treno corre verso altri paesi, a rasentare altre vite, vite occulte, ignote che tuttavia continuo a dilettarmi a figurare. Afferro anche, nell'aria smossa, a lembi, il sentore particolare proprio di ciascun luogo. Uno mi avventa alle nari un acuto odore di vernice di ferro, e passa; un altro sa di legnami piallati di fresco, un altro sente di terra lavorata e paglia antica, l'altro di sterpi bruciati, l'altro pute di pellami messi a macerare nella conceria, l'altro mi manda incontro aromi sottili di caffè tostato, l'altro è imbalsamato di catrame.
E paesi passano, passano... Un gruppo di lavandaie, raccolte intorno ad un'acqua, levano la testa dai battitoi a guardare; il ciclista, sulla strada maestra parallela, ha il capriccio di tentare una gara colla locomotiva... e scompare; un monello da una siepe si diverte a far tanto di naso e a gridare parole incomprensibili ai passeggeri affacciati agli sportelli; un signore - qualche gentiluomo campagnolo - segue attento l'argine di un prato.
Occorrono altri nomi. La fattoria laggiù, potrebbe chiamarsi «la Bicocchetta». Sembra nata dall'incrocio di una bicocca con un mulino. Ha un curioso aspetto tra il bellicoso e l'agricolo che colpisce. Questo gruppo di fabbriche armate di alti fumaiuoli in eruzione, accecate dal fumo che l'aria spinge in basso, annubilate e annegate in volute di carbone sprigionato in gas avrebbe tutti i diritti di andar conosciuto sotto l'appellativo di «Nubilecchio«». Questo tenimento che tagliamo per mezzo, se non ha nome «Stornelloro» ha torto. Lungo i solchi folti che si perdono all'occhio, dev'essere un trillo solo di stornelli, di canzoni i giorni di mietitura.
Del resto, avete notato che ogni paesaggio richiama alla mente una musica? Così, come ogni musica s'inquadra in un paesaggio. Balaustrate avviticchiate di rose, siepi di bosso avvivate di linee di statue bianche, gradinate sospese si acque silenziose, tramonto di settembre intorno: musica di Rameau. Filari di cipressi, neri sotto la luna: musica di Chopin. Sfondi luminosi di colline apparite al di là di fughe d'archi di chiostro: musica di Bach. Impeti di cascate tra rovine di rupi, e arcobaleni accesi nelle spume, e frondeggiare tempestoso di rami sui cigli, e teneri velluti d'erbe in fondo agli abissi: musica di Beethoven. Qui, la pace della pianura pingue soprattutto vi anima, al pensiero, di canti villerecci: «Stornelloro» è proprio il nome che conviene al luogo.
E questo canale, striscia pallida e rettilinea, ove nemmeno l'azzurro riesce a specchiarsi in riflessi nitidi, ricacciato dall'ombra degli argini, per me è il canale «Fil-di-Noia». Ho sempre pensato con un certo senso di compassione e di tristezza all'acqua dei canali. E' lo stesso senso che mi fanno gli uccelli tenuti in gabbia. Si sente che deve annoiarsi, che deve essere malata di malinconia, la povera acqua, e la sua malinconia la sua noia si effondono anche in chi la guarda. L'hanno tolta alla bella libertà del fiume, dove era così garrula, dove aveva così lieti gorgogli, dove rimbalzava così viva in spume bianche tra i ciottoli e l'hanno costretta - ella, la sempre ribelle - a diventare obbediente agli uomini, epperò si è immusonita e fatta taciturna. Ora va, va, sempre eguale, serrata entro due piatte sponde parallele, rigida e geometrica come la formula in virtù della quale l'ingegnere idraulico l'ha catturata, rassegnata a perpetuo tedio.
Ma il «Fil-di-Noia» col suo tedio è già lontano.
Rossa di mattone, entro una nevicata odorosa di fiori di pero, l'osteria della «Piccola Nuova York» mi si affaccia e mi è portata via. E' un baleno, ma riesco tuttavia a leggere le lettere dell'insegna. Non lontano è un fiume. Ci si deve pescare una buona frittura di pesce. Sicuro, il proprietario deve essere stato in America, dieci o dodici anni a Nuova York. ed ora ha un bel gruzzolo da parte e dinanzi una bella pancia.
Una villa chiusa, come dimenticata nello squallore di un giardino abbandonato da anni, una residenza che non ha più nessuno e nessuno più vuole, entro un muro di cinta che la isola anche in una maggiore solitudine, e sul muro di cinta, a grandi pennellate, l'annuncio: «Villa da vendere»: è un'altra visione che passa e dilegua. La villa è morta, una famiglia, già tanto opulenta, è forse oggi esule, raminga pel mondo, forse rovinata, forse spenta! I bimbi che giocavano al cerchio tra i suoi viali, che tendevano dal cancello le manine ai passanti, fatti uomini, forse l'hanno perduta una notte in una bisca. I nonni vi accoglievano cari ospiti un tempo!
Altri paesi ed altri paesi. E quelli che solo si indovinano? Donde viene quel filo di fumo verdognolo che si attorce in fondo al cielo? Che cosa c'è dietro il brusco svolto del viottolo? A che s'accompagna, in basso, il culmine aguzzo del campanile che s'alza, unica vetta bianca, sulla marea del bosco che cancella il resto?
E le vite, le vite che per qui sono trascorse, da tempi immemorabili! Falangi di antica umanità tormentata popolano i luoghi. Genti cacciate da orde barbariche, lasciano le capanne di mota e di paglia, e fuggono; cavalcate di legati pontifici, di messi imperiali, di podestà armati, di vescovi ferrei, calpestano l'erbe e recano odii e stragi. Bagliori d'incendi, la notte, guizzano sulla pianura. Le epoche seguono alle epoche, generazioni surgono e si spengono, clamori d'uomini succedono ad altri clamori, la vita irrequieta mai non ristà... Il treno segue... E genti e paesi passano... Sono passati.
[Ernesto Ragazzoni, articolo apparso su La Stampa il 25 aprile 1916]
Ascoltato da keroppa il 06/06/2009 - eus voci, wor l ds, fermata non richiesta - commenti
I see no life behind your weary eyes,
I see the looks you struggle to disguise.
I've seen all vital signs begin to slip...
... oh, it's much too late for you to aim, you only miss.
[Paradise Lost, Host, 1999]
*
C’era scritto cancello, ma io avevo letto cervello. “Sulla strada compare un cervello, enorme, di ferro, senza muri ai lati, che pare piovuto lì direttamente dal cielo”. Ciao, faccia polacca - ti ho detto stavolta - mi sei mancato. E di nuovo nello stomaco quella cosa feroce che ti porti dietro quando mi inchiodi ai miei sogni.
- Dai, forza, raccontami cosa hai visto.
- In che senso?
- Sì, cioè... dimmi un momento in cui hai sentito qualcosa che si spezzava. Che hai sentito che lì era basta, finito.
- ...
- ...
- ...
- ...
- ...
- Céa...
- Scusami. Adesso mi vengono le gambe corte, come quella volta.
- Sì, ma stai tranquilla. Se vuoi andare via stavolta ti metto giù.
- No, è che... ok, vabbuo'. Sai cos'è, che ho visto? Le pieghe delle parole, ho visto. Gli strati, cioè, quelli che si dicono e quelli che non si dicono...
- Cioè?
- Cioè sono anni che lo leggo ovunque, che gli esseri umani parlano due volte, quando usano le parole, che non è mai questione solo di quello che ti sto dicendo, ma anche del fatto che quello che sto dicendo parla del modo in cui io e te stiamo insieme, nel mondo.
- Be', lo diceva anche il vecio, sai.
- Appunto: c'è quello che ti dico, in quello che dico, e poi c'è qualcosa che tiene in piedi tutto, anche se non si vede. Le congiunzioni, ci sono, quello strato che fa di me e di te due parole a nostra volta, due segni con in mezzo qualcosa che li tiene uniti o li separa, e pure in maniera molto precisa...
- Mmm...
- ... eh, perché in mezzo a noi possono starci non solo una e o una o, ma anche una quantità enorme di altre distanze intermedie... ma, se, tuttavia, dunque, quindi, però, allora, che, pure, eppure, anzi, altrimenti, perciò, nemmeno, che ne so... tutte quelle che ti possono venire in mente. Ma anche pronomi.
- Pronomi?
- Eh, sì, i pronomi... come ti posso dire? Il grado più estremo delle congiunzioni? Boh, forse.
- Ommado', adesso non ti seguo.
- Ma sì, pensaci! Se dico noi, è perché siamo andati oltre io e te. Se e è la distanza minima, in noi la distanza diventa zero. Non si tratta più di due persone separate, con noi, ma di un'altra cosa che non è più io e te, che però è fatta sia di io che di te. Pensaci, ripeto... a scuola cosa ti dicono che è, noi?
- Uhm... prima persona plurale?
- Esatto. Noi è una persona.
- Va bene. E quindi?
- E quindi ho visto come si può dire noi senza mai smettere di voler dire io, senza manco un altro a cui applicare una e. Ho sentito l'arte del parlare senza mai dire niente. Ho visto, te lo giuro, ho sentito che si può essere abbracciati e insieme essere spinti via con parole che vogliono dire esattamente il contrario di quello che significano. Ecco, ho visto questo.
- Uhm... hai praticamente avuto a che fare con quello che ti fa soffrire di più.
- Ecco.
- Adesso capisco perché non riuscivo più a trovarti, in questi mesi...
- E ho visto anche un'altra cosa. Che lì, al livello delle congiunzioni e dei pronomi che non si dicono ma ci sono, è quasi impossibile mentire, che sono pochissimi quelli che ci riescono, e soprattutto che pure quelli che credono di essere dei bravissimi parlatori non si rendono mai del tutto conto di quanto apertamente parlino su quell'altro piano.
- E questo t'ha fatto male, ah?
- ...
- ...
- ...
- Céa...
- Sì, dai. Sì. Ma più che altro perché da quel momento ho iniziato a vederlo sempre, lo strato delle congiunzioni e dei pronomi. A osservarlo, poi. Allora ho scoperto che questo strato è un posto enorme, larghissimo, anche se la porta è stretta e da fuori non si direbbe.
- E lo sai che quello è il posto in cui ci incontriamo anche noi, vero?
- Sì. Infatti mi sei venuto in mente tante volte. Mi chiedevo se saresti mai tornato, dopo tutto.
- Be', non posso mica andarmene. E comunque...
- ... comunque?
- Niente, comunque io ci sono perché i sogni continuano a tenerti sveglia.
- Già. Una volta non ho dormito per quattro giorni.
- Ustia! E dopo?
- E dopo niente, mi sono rotta. Nel senso che mi si è guastato qualcosa dentro.
- Céa.
- Sì.
- Guardami un momento.
- ...
- Cosa ti è successo?
- Non lo so.
- Ma qualcosa...
- ... sì. Ma qualcosa è successo, e doveva pur succedere. Non si può vivere senza dormire. O almeno, io non ce la facevo. C'erano dei giorni in cui mi sentivo la pelle di vetro. Non ce la facevo più. E quando mi sono resa conto che è proprio sullo strato del non detto che si regge tutto quello che diciamo, e di che strumento potente può essere...
- ... è stato lì che sei andata in pezzi.
- Sì.
*
- E comunque qualcosa è successo davvero. E' la prima volta che non provi ad andartene, o a mandarmi via.
- Sì.
- Quanto tempo è stato? Tre mesi?
- Quasi quattro.
- Dov'eri finita?
- Ti sembrerà assurdo, ma ero su un treno.
- Tre mesi su un treno?
- Quasi quattro.
- Quasi quasi mi viene da farti i complimenti.
- No sta' a cojonarme.
- No te cojono mica, a te. Insomma, com’è che sei andata in pezzi?
- Eh. Non so. Penso che sia stato perché dopo averle intraviste o solo sapute, le pieghe delle parole, stavolta le ho viste. E dopo… era tutto diverso.
- Uhm… è solo la vita, mi sa.
- O come quando a scuola ti spiegano i teoremi di matematica, che un po’ li capisci anche ma soprattutto ti sforzi di immaginarli, ma non è che li vedi. La mia professoressa al liceo lo diceva sempre, che la matematica è difficile da insegnare perché si tratta di far vedere l’immagine che sta dentro alle formule. Che poi, se per caso ti capita di riuscire a vedere cosa significano, quelle robe, improvvisamente la matematica inizia a sembrarti un linguaggio molto meno complicato di prima.
- Come quando impari un’altra lingua, in effetti.
- Esatto.
- E dimmi una cosa.
- Cosa.
- Adesso che non mi mandi via e che riesci a guardarmi in faccia, che congiunzione c’è fra me e te?
- Be’, se continui a fumare la pipa…
- Non è che posso smettere.
- Anche.
- Anche?
- Anche, anche.
- Strati.
- Eh.
*
Il risveglio è stato per un lembo di sole che mi stava bruciando un ginocchio come una lama arroventata. Ciao, faccia polacca, mi sono sentita dire guardando il soffitto. E' la prima volta che sento quella cosa feroce nello stomaco anche ad occhi aperti.
*
Ferma il carro. «Vada avanti in casa», dice; è già sceso e ora la donna sta scendendo lentamente, con quella attenzione come se si ascoltasse dentro.
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Eus
Così vengono chiamate in una valle nascosta nel cuore delle Dolomiti Friulane che si apre sotto il cielo come una profonda ferita sulla crosta, sul corpo della Terra.
Eus: Voci. Voci che sono Lingua, Linguaggio, ma anche Geografia e Viaggio. Eus sono le Voci che, prima ancora di capirle, riesci ad intendere. Straniere? Forse. 'Altre', magari. Idiomi, più probabilmente. Sistemi di misurazione. Ma anche no.
Mieç la placja
• E-mail: eus(punto)voci (chiocciola) gmail(punto)com
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Davanti agli occhi...
... e dietro.
Fià...
33170 il porto 80100 la sirena 81020 la strada 81100 l eterno scempio atlante minimo bestiario campano carta dialoghi eus voci fermata non richiesta i soci idioma o idiozia il tempo della fuffa in somnus infralogie la parola del giorno microniente post-it post a pedali pronomi riastartha sguardi solipsismi stagioni diverse vocabolario fuori argine voce del verbo wor l ds
... de filò.
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